sabato 16 aprile 2011

Elogio dell'imperfezione

Mi piaci così come sei… imperfetta, con dieci chili di troppo, lunatica e zitella da trentadue primavere. Ce ne abbiamo messo di tempo, ma alla fine è arrivata: la frase giusta, apparentemente buttata lì, che può valere una vita o una vita raccontata in un film. Il film è Bridget Jones’s Diary (cioè Il diario di Bridget Jones), lei (l’imperfetta) è Renée Zellweger nei panni di una trentenne dei nostri giorni, la “sfortunella” che si trova ad avere a che fare con l’ultimo capitolo di un’enciclopedia dal titolo apparentemente comune (“Storia delle donne” o giù di lì), ma complicatuccia come un trattatello d’età medievale.
Il film esce nel 2001 (ne riparliamo intanto che si spengono le dieci candeline), ed è tratto dall’omonimo romanzo di Helen Fielding, un gran successo - un po’ per caso - che ha dato il “la” alle storie “tipiche” per ragazze e di ragazze. Un filone mai del tutto esaurito. Almeno qui da noi. Nel 2004 esce anche il prevedibile sequel (Che pasticcio, Bridget Jones!) e più in là ne uscirà, probabilmente, anche un terzo. Protagonista è una donna che riempie le pagine del proprio diario di umori, esperienze e sensazioni. E fin qui nulla di nuovo, anzi. Perché la questione non è la forma, ma la sostanza. E di polpa “fresca” ce n’è parecchia nel romanzo della Fielding e nella pellicola dolceamara della regista britannica, quasi debuttante, Sharon Maguire.
Domanda necessaria: Bridget Jones è la donna del Terzo millennio? Alle femministe (quelle più iste), piacerebbe punto l’accostamento. Bridget è una tenera-imbranata, tormentata dai dubbi, che si muove in modo goffo in una grande città (Londra), fredda e laboriosa. Una Londra indifferente, da “bere” a piccole dosi, tanto ipocrita da togliere la soddisfazione di esserle necessariamente nemica, come ai tempi della regina Vittoria. Una donna, protagonista sovente in negativo (un po’ sfigatella, si direbbe con linguaggio da Terzo millennio). Ma il punctum dolens è questo: il film è una sorta di “elaborazione”, con intrecci da commedia romantica, dei buoni propositi per il nuovo anno di Bridget Jones; propositi tutt’altro che indispensabili per il “progresso morale e materiale della società”… Non giriamoci attorno allora: Bridget Jones è una donna tinta d’ordinario, un essere umano qualsiasi. Lavoro, famiglia, amici: gioie, dolori e “comuni eccezioni” che garantiscono pochi minuti di “successo”, tanta ma tanta normalità (a lei), e agli spettatori palate di divertimento. La paura più grande? Rimanere zitella e finire pazza come Glenn Close in Attrazione fatale. Bridget (secondo punctum dolens), non è una donna che odia con la “giusta” dose di “ideologia” e non odia l’uomo in quanto uomo –  c’è chi ha ereditato questa “qualità” dagli anni caldi del femminismo – ma l’uomo in quanto “stronzo”. E la differenza c’è, eccome... Nel primo caso, le possibilità per un sincero e reciproco “perdono” si riducono a percentuali da prefisso telefonico. Nel secondo, le possibilità del lieto fine lievitano fino a toccare le stelle. Serve la pazienza, basta la tolleranza... E non è detto che siano qualità da moderne Wonder Woman.          
Per intenderci: i buoni propositi di Bridget sono: smettere di bere e di fumare, tenere la bocca chiusa quando serve, perdere peso, trovarsi un ragazzo e tenersi lontana dai flirt pericolosi, soprattutto quello col capufficio, l’affascinante figliodi… Daniel Cleaver (nel film Hugh Grant), che ci prova quasi sempre, e quel che è peggio ci riesce pure. Il film si risolve in un quasi triangolo amoroso lei-lui-l’altro, cioè Bridget, cioè Daniel e il suo reciproco, cioè Mark Darcy (nel film Colin Firth) che piace a mamma perché è (fin troppo) serio e rassicurante. Un personaggio che richiama alla memoria, e molto ci somiglia, il Darcy di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen. Alla fine, Bridget sceglierà quest’ultimo, nonostante il cuore batta ancora per Daniel la canaglia….
Nell’Ottocento il “triangolo” – quello Tannhäuser, Venere e Elisabeth – avrebbe facilmente previsto due donne e un solo uomo, ma l’emancipazione femminile capovolge i ruoli dei protagonisti. Emancipazione parziale però, dato che Bridget si trova a scegliere fra due uomini (con uno dei quali ha una “storia di sesso”), con l’obiettivo di correggere il proprio vizio d’origine: lo status di zitella, il non essere l’esatta metà di una coppia… Nel Diario di Bridget Jones l’uomo (uomo-preda) possiede una virtù, che fu la virtù della donna ottocentesca: trasformare l’esistenza dell’altro sesso. Quello femminile è, fatalmente, un potere mal gestito: una “dipendenza”, un’idea fissa, che tende a favorire l’uomo al di là dei meriti “concreti” (Daniel e Mark sono entrambi, e per parte loro, degli immaturi). I piccoli uomini, le prede comuni si trasformano in animali del peso di Moby Dick, e dagli “innocui” coprotagonisti si leva ben altro che un controcanto. La vita della protagonista dipende dalla loro presenza-assenza. La donna è destinata a tornare “marionetta”, purtroppo. Chi paga? Bridget, che pare non abbia altri interessi, disimpegnata e per nulla contestatrice, altro che la Mafalda delle quattro “i”: imprevedibile, impegnata, irrequieta e intelligente… Ma Bridget, donna del Duemila, paga anche colpe non sue. Paga la scomparsa delle due grandi “utopie”, maturate nei decenni precedenti. Col ritorno al privato - alla famiglia - e con lo spegnersi delle agitazioni fuori e dentro casa, guadagnano spazio le fiabe col gusto dell’eternità e i sentimenti “puri”, meglio se adolescenziali, a discapito delle trasgressioni e degli amori violenti.
Ma la storia di Bridget Jones non è quella di una ragazzina al primo amore né quella – tipica degli anni Novanta – della donna che va contro la morale, anzi Morale, e sfida la morte fisica; è la storia con poco sale, invece, di una donna in piena crisi dei “trenta e passa”, accortasi all’alba di un nuovo anno di quanto possa sedurre la bassa normalità. Le fiabe sono bell’e morte (c’è un non so che di comico realismo nietzscheano nella trama e nelle antropologie del film) e i principi azzurri adesso sono perfino dei mascalzoni. La “perfezione” la sia lascia a quei pochi che credono  ancora all’esistenza di Babbo Natale no? In fondo Il diario di Bridget Jones sta tutto nell’abbigliamento dei protagonisti: gli orribili maglioni di Mark e le brutte mutande di Bridget… E chi se ne frega? Siamo nel Terzo millennio, dopotutto. Lo ripetono Mark e Bridget: mi piaci così come sei... Viva l’imperfezione, viva la gente per nulla speciale e viva chi, nella vita, scrive sempre una nuova pagina. Di diario, naturalmente.

2 commenti:

  1. E viva chi scrive deliziosi post come questi! Un caro saluto, Anne (eccezionalmente normale e sfigatella) :)

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  2. Viva Bridget Jones siempre!
    P.S. ...e poi io non conosco nessuna giornalista cicciotta e goffa! ;-)

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