domenica 10 aprile 2011

Memorie di Lidia

Guardare al passato ma non essere fanatica. Dialogare con Tacito e con Sallustio, con Tiberio e con Adriano, ma continuare a sentirsi una donna del Novecento. Ci vuole gran carattere, ci vuole gran classe. Occorrono studi seri e impegno; non quello per voler cambiare il mondo, ma semplicemente quello per volerlo conoscere. Anzi per farlo conoscere. A chi va all’università, a chi è convinto che presente e futuro siano già compresi nel passato o a chi vuol semplicemente crederlo. Pensiamo sia giusto che il ricordo di Lidia Storoni Mazzolani, cent’anni in questo 2011, ma morta nel 2006, debba cominciare proprio da poche righe dedicate non alla grande antichista e traduttrice (oltre a Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, anche I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift), ma alla persona. È il miglior omaggio al lavoro di chi ha tradotto in fatti e nomi-propri episodi e personaggi che in pochi avrebbero preso in considerazione con la stessa cura.
Allo stesso modo, per capire in cosa consiste il lavoro della Mazzolani è utile leggere la frase di Gesulado Bufalino posta all’inizio di Una moglie, libretto della Mazzolani uscito per Sellerio nel 1989: «Il calore residuo delle esistenze che furono, le pedate furtive della storia minore, quasi sempre più maestra d’ogni altra». Il libretto è lo studio, si legge nel risvolto di copertina: condotto con capacità borgesiane (mescolando passato e presente), di un’iscrizione funeraria anonima degli ultimi anni del I secolo avanti Cristo dedicata a “una moglie”. I protagonisti dell’iscrizione (la più lunga mai esistita), la moglie defunta e il marito che ne tesse l’elogio durante le esequie, «furono due coniugi romani di classe elevata, vissero negli anni torbidi e violenti tra la Repubblica e l’Impero, furono coinvolti in quegli avvenimenti, si trovarono esposti a gravi pericoli. Si salvarono. Rimasero segnati dal ricordo orrendo dei rischi che avevano corso, delle violenze alle quali avevano assistito; si aggrapparono alla sola cosa che, in quei decenni di crisi, non aveva vacillato: la loro unione». La Mazzolani narra la storia “al contrario”, la storia “dal basso”, il dietro le quinte come il miglior maestro della migliore scuola, la storia privata nella quale spuntano qua e là i nomi di personaggi assai noti, Cesare e Augusto; la storia capace di dire tanto dei costumi e degli usi di Roma antica. È questo il suo grande merito. «…dietro i loro volti, ripresi in primo piano, nello sfondo si vedono muovere gli altri, i grandi, quelli che facevano la storia…».
Una cosa accomuna Lidia Mazzolani traduttrice, alla Yourcenar scrittrice: l’abilità di narrare oltre il comune narrabile, la capacità di estendere il tempo della pagina scritta anche ai giorni a venire, l’ampiezza dell’approccio e il riguardo per le pure necessità filologiche. Quando la Yourcenar e la Mazzolani si ritrovano a collaborare per la traduzione di Memorie di Adriano (un lungo rapporto di lavoro e amicizia raccontato dalla stessa Mazzolani in coda al volume tradotto), prima per la napoletana Ruesch, poi per Einaudi dopo che una tutto sommato breve causa blocca l’uscita del libro, si rendono conto di esser fatte l’una per l’altra. Raffinata e colta ma non supponete la prima, semplice (altrettanto colta) e riflessiva la seconda. Si incontrano, si stimano e continuano a scriversi fino alla morte della scrittrice di Bruxelles, alla fine dell’87. Le esigenze professionali della Yourcenar («voleva che il suo scritto sembrasse tradotto dal latino e perciò preferiva una studiosa del mondo classico anziché di letteratura francese…») si trasformano, poco a poco, nella quasi tacita richiesta di un’amicizia, che vive attraverso il racconto genuino delle più comuni esperienze. Alla morte dell’autrice di Quoi? L’eternité, prima donna all’Accademia di Francia, la Mazzolani immagina: «Vorrei che sulla pietra dov’è scritto il suo nome fosse incisa la formula sepolcrale latina: STTL». Sit Tibi Terra Levis, cioè: la terra ti sia lieve.
In tanti considerano la traduzione delle Memorie di Adriano della Mazzolani un capolavoro nel capolavoro, allo stesso livello del miglior Cesare Pavese. Eppure, come lo scrittore langarolo, la studiosa romana non ha mai vissuto di luce riflessa. È stata pluripremiata, il Viareggio opera prima per il libro L’idea di città nel mondo romano del ’67 e la prestigiosa “Penna d’oro” ricevuta dall’allora Presidente della repubblica Scalfaro, ed ha contribuito alla diffusione della classicità, quella vera e non quella maritata al folklore battagliero della gioventù con casco e motocicletta. Si specializza nel periodo di Roma imperiale (L’impero senza fine del ‘72), nella patristica e studia le Iscrizioni funerarie romane (dal titolo di un volume edito da Bur nel 1991) ricavando tracce originali su usi, costumi, valori e credenze dei progenitori di qualche secolo fa. Si accorge di lei e del suo libro del 1972 (Sul mare della vita), Leonardo Sciascia che scrive: «…chi lo legge ne riceve un effetto come di quel buco nel soffitto da cui si intravedono le stelle, di cui parla Pirandello nel Fu Mattia Pascal…». Nel libro l’ennesimo studio di due epigrafi latine. La prima di un pagano anticristiano, la seconda di un notabile cristiano. Per la Mazzolani però, le differenze sono soltanto minime, al contrario di quanto sono pronti a sostenere gli “ideologi” delle parti avverse.
 I meriti della Mazzolani vanno in direzioni che si incrociano in continuazione. Direzioni diverse e non scoraggianti. La scoperta – o meglio riscoperta – di uno spirito di tolleranza fra i fedeli delle religioni “avverse” e l’opportunità della comparazione fra il prima e il dopo, fra tradizione e contemporaneità. La seconda perennemente illuminata dai saperi della prima. L’opportunità conseguente di un utile confronto – in positivo e purtroppo in negativo – fra la Roma imperiale e i nostri giorni. «La cultura del vecchio continente … appare in declino e non è ancora possibile valutare con precisione che cosa assorbiremo, nel tempo, dal Giappone … dalla Cina o dalle altre religioni che guadagnano terreno. La barbarie del ventesimo secolo non invade, si infiltra e trasforma lentamente. Ma vorrei far mie le parole del pittore francese Georges Braque: non ho mai visto una fine che non fosse al tempo stesso un inizio…», dice un giorno del ’94 a Ludina Barzini nel 1994 e sulle pagine del Corriere della sera.
Dato l’approccio che strizza l’occhio al sincretismo, il lavoro della Mazzolani non può non incuriosire un erudito come Elémire Zolla che la inserisce fra le firme del trimestrale Conoscenza religiosa, nato nel 1969, un anno di grandi cambiamenti. «una vasta, audace opera in divenire», che comprende «ricerche di taglio inedito in un gran numero di discipline: etologia, orientalistica, simbologia, antichistica, studi esoterici, linguistica e letterature comparate, nell’impronta di un sincretismo culturale che è stato e rimane la stella polare nel percorso intellettuale e sapienziale di Zolla», è la descrizione che ci offre la Marchianò, vedova Zolla. Una “ricerca” svolta fra ansie e piaceri e che riscopre le vie dello spirito. Senza clamori, senza eccessi. Senza l’arrogante presenza del punto esclamativo. In perfetto stile Mazzolani, ci vien da dire.

1 commento:

  1. Grazie per aver pensato di dedicarvi al ricordo di una grande, a Lidia Storoni Mazzolani. E' stato un piacere averlo letto tutto d'un fiato. Bravi!

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