giovedì 28 aprile 2011

Special One

Una volta le nazionali di calcio si facevano coi migliori giocatori di club. Oggi è vero l’esatto opposto, sono le squadre di club – le migliori ovviamente – a essere formate dai giocatori più bravi delle nazionali di calcio di ogni Paese. Per questo, per allenare una squadra vincente del III millennio ci vuole uno come lui. José Mourinho, altrimenti detto “Special One”, l’uomo dei record (diciassette vittorie in carriera!), colui che ha guidato l’Inter alla conquista della “tripletta” (Coppa Italia, Scudetto e Champions) nella stagione appena trascorsa. L’uomo dei mille trucchetti ma anche delle lacrime di commozione, l’uomo amato dalle tifose italiane (non solo nerazzurre) e odiato dai giornalisti di mezz’Europa (Italia in testa). Il grande tattico ma anche l’umorale provocatore pronto a piantar grane in conferenza stampa. Prendendosela con questo o quell’avversario. O magari con tutti perché non è giusto scontentare qualcuno (Roma, Juventus anzi “Giuventus” e Milan: sseru tituli, ricordate?). Il quarantasettenne brizzolato ex vice di Louis Van Gaal – 1997-2000 – come un personaggio pirandelliano (Uno, nessuno e centomila), come un segugio della verità che si paragona a Gesù; come quel tizio un po’ prosaico che in pubblicità “non deve chiedere mai”.           
Mou come Mussolini – ci si passi il termine – o lo hai venerato o lo hai detestato. E se lo hai amato puoi sempre cominciare a detestarlo e se lo hai disprezzato prima, magari col tempo riesci pure a trovarlo piacevole… tanto non riuscirai mai capire che tipo è, e se “c’è o ci fa” come direbbe Renzo Arbore di un qualunque collega. In fondo, poi, non farebbe troppa differenza dopo averlo visto (sor)ridere dopo la vittoria nella Champions League («Sono l’uomo più felice del mondo»), piangere qualche istante prima abbracciando il presidente Moratti e ri-piangere qualche minuto dopo ripetendo l’operazione con Marco Materazzi e così via fino a tornare serio in un istante, col volto scuro e l’espressione insoddisfatta.
Mou grande personaggio televisivo? Per qualche stagione ha incarnato la “terza via” fra i francofoni e gli anglofoni, inaugurando il gusto del portoghese per tutti; ha “sdoganato” per sempre la categoria dell’antipatico di talento con le sue uscite alla Odifreddi e i musi duri alla Braccio di Ferro. Mou più grande allenatore del mondo? Forse sì - forse no, adesso la risposta è problematica. Verosimilmente (poniamola sullo scherzo), è lui il vero epigono del “grande” Oronzo Canà, cioè di Lino Banfi, il profeta del modulo 5-5-5. A ripensare alle ultime partite della stagione scorsa, quando il bomber Eto’o faceva il terzino v’è da credere che lui il mitico “Allenatore nel pallone” di Sergio Martino l’avesse portato a memoria agli esami di qualifica, quel film divertente e sgangherato documento semi-sepolto di un periodo in cui il calcio era semplicemente bello.
Mou re della polemica? Quello sì. A pochi minuti dalla conquista del secondo scudetto consecutivo all’Inter (il diciottesimo per la squadra) il 16 maggio scorso, con le lacrime (di commozione) ancora agli occhi se ne usciva con l’ennesima mourinhata, tanto l’aveva capito che in Italia quelli che la sparano grossa hanno più fortuna degli altri: «Ha vinto la squadra che meritava di più. Il campionato è fatto di tante partite e vince sempre chi merita. Forse sarebbe potuto essere tutto più facile: avevamo un vantaggio in classifica molto interessante a metà campionato poi, in parte per colpa nostra, in parte per una serie di eventi, ne abbiamo perso tanti. Tutti volevano che il campionato non finisse troppo presto, ci sono state le partite spostate a gennaio e poi con un po’ di prostituzione ci siete riusciti tutti insieme. Anche voi giornalisti». Ma Mou (dice chi sa), è un romanticone. Lo conferma l’ex amante - Mou è sposato - lo negano i tifosi-invidiosi (che magari non sanno), e che masticano amaro adesso che lui non c’è più. Incantato dalle sirene del Real Madrid, forse per soldi, forse per ambizione di nuove sfide, forse per fuggire da un ambiente che ha risposto colpo su colpo alle leali arroganze del “Casanova” di San Siro. «L’Inter è una famiglia», Mou lo ha sempre ripetuto. Ma il problema dicevano al “Corsera” il giorno dopo la seconda delle tre epiche vittorie «non è Moratti, non è l’Inter, non sono i giocatori, ma è l’Italia, sono le sue regole, il modo di vivere e di interpretare il calcio». E poi ci si mettono anche i colleghi allenatori. Figuriamoci.
Anarchico come i conquistatori, Mou non è un uomo che sa ubbidire o apparire simpatico. Le regole se le impone da solo, accidenti. Ha costruito la fuga da Milano giorno dopo giorno attendendo che l’ultimo dei traguardi fosse oltrepassato. Ancora al “Corsera”: «Durante la stagione ho capito che qui in Italia non ero nel mio habitat naturale, che non era la mia casa, che non era il Paese dove potevo lavorare con la felicità di farlo. Ho pensato alla situazione e ho avvertito questo disagio in più di un’occasione. Ad un certo punto della stagione ho smesso di parlare, perché ogni volta che dicevo qualcosa venivo squalificato … Nel calcio italiano ho trovato tante cose negative, nell’Inter soltanto cose positive». Mou eroe nazionale, anzi internazionale. Generale con tanto di soldati (due nomi su tutti: Milito e Sneijder). Sa fare quello che un comandante deve saper fare. Essere contemporaneamente mamma e papà. Proteggere i ragazzi dagli altri e anche un po’ da se stessi... Proteggerli fino a quell’episodio conclusivo capace di dare senso a una “storia” che di sensi (particolari) potrebbe anche non averne. Come se fosse già tutto scritto. «Ha vinto la squadra più solida, più verticale, meno narcisa. Ha vinto, ancora e sempre, quel diavolo di Mourinho», scrive Roberto Beccantini sulla “Stampa” il giorno dopo la finale di Champions League Inter-Bayern del 22 maggio. Sono passati quarantacinque anni dalla vittoria dell’Inter nell’ultima Coppa dei Campioni – allora si chiamava così – e Mou regala agli interisti (e all’Italia) il trofeo “con le orecchie” e un risultato (Scudetto, Coppa nazionale e internazionale nello stesso anno) che nessuna squadra aveva mai raggiunto prima di lui (né il Milan di Sacchi né la “Giuve” di Trapattoni). Il generale conclude così la sua missione, da vincente (e c’era da giurarlo): il lavoro all’Inter? È fatto! È la tarda sera del 22 quando Mou dà l’annuncio che tutti, ovviamente, si attendono. Ha raggiunto i colleghi Ernst Happel e Ottmar Hitzfeld, ha vinto cioè la Coppa dei Campioni con due squadre diverse (Porto e Inter). Adesso spera nel terzo lido.
Pochi giorni e la notizia, oramai completa, diventa ufficiale. Kirk il capitano, alla ricerca di nuove avventure guiderà un’altra Enterprise, la nave stellare, che da oggi in poi (e fino a quando?) si chiamerà Real Madrid. Il resto sarà cronaca del futuro. Futuro del vanitoso “Special One” e della sua coloratissima “ciurma”. Futuro che cercheremo di comprendere dalle sue celeberrime frasi. E non sarà per caso già scritto?

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