domenica 29 maggio 2011

Il segno del (tele)comando

Sono passati quarant’anni esatti dalla prima messa in onda (maggio 1971), e fa un po’ senso. Non solo per il tempo passato, ma perché lo sceneggiato, questo sceneggiato è costruito proprio sul significato e la pericolosità del tempo. Si tratta de Il segno del comando, autentico gioiello della Rai-tv, documento di una splendida televisione fatta di artigiani e professionisti e lontana anni luce dalle attuali iniziative. Praticamente, lo sceneggiato in cinque puntate domenicali incollò allo schermo mezza Italia, attratta da quella trama un po’ strana, che parlava di esoterismo, occultismo e negromanzia.
Aria nuova per una sceneggiatura già pronta alla fine dei Sessanta e firmata a più mani, anche se la realizzazione finale era stata opera del solo Giuseppe D’Agata – scomparso due mesi fa – per la regia dell’esperto Daniele Danza. Aria nuova dovuta ai tempi nuovi; ai coraggiosi passi avanti fatti dal nostro Paese, durante i Sessanta e a quella fetta di pubblico colto, fatta da giovani cresciuti nel dopoguerra con gusti, abitudini e letture diverse da quelle dei genitori. La generazione “segno del comando” è anche quella che mandò giù le atmosfere di Ritratto di donna velata, A come Andromeda, Gamma e Esp, sceneggiati poco “rassicuranti” che divulgavano generi “attualissimi”, per curiosi e per palati sopraffini, per studiosi di “discipline” imparentate alla “magia” e al mistero – che raccontavano il nostro futuro o un passato (con relative reincarnazioni) dai contorni sfumati – film-tivù che si spingevano fino a oltrepassare gli steccati posti a guardia della cosiddetta normalità. Ma una generazione già svezzata dal noir francese Belfagor, protagonista la grande Juliette Gréco, mandato in onda durante la metà degli anni Sessanta.
Anche in questi casi, come nella prima parte del Novecento, gli studi, le applicazioni della scienza, le “esplorazioni” e le ricerche approfondite in tutti i campi del sapere assumevano un’importanza a dir poco decisiva. Da quello che genericamente si può definire “fantastico”, al “paranormale” dalla più tecnica fantascienza, fino al più recente giallo psicologico e al thrilling. Se la tivù era ed è lo specchio della società, è giusto dire che quella degli anni Settanta fosse una televisione di gran classe, per una comunità molto vigile; lo specchio di un Paese ancora in emergenza (allora c’era una cosa mica da ridere che si chiamava “guerra fredda” con annessi e connessi), con molti lati oscuri – basti pensare alla violenza e allo spionaggio politico – ma una tivù che incuriosiva, con un occhio rivolto all’indagine e uno all’“inconoscibile”; tutte merci pregiate, non ancora prive di valore intrinseco. Alcuni temi, come quello delle sette segrete, non del tutto sconosciuti naturalmente, subivano per la prima volta un processo di popolarizzazione. Era tipico dei Settanta, gli anni pop per eccellenza. 
Conclusa la parentesi “pedagogica”, benché in alcuni sceneggiati non fossero assenti tracce da “romanzo popolare” la tivù di stato decideva di cavalcare i “tempi moderni” con prodotti sovente originali; ideali per i giovani che si nutrivano di supereroi dei fumetti, di previsioni sull’imminente invasione degli extraterrestri, di annunci sulle ultime frontiere della medicina e della chirurgia e di immagini circa la conquista dello spazio. Mai come a quel tempo, a livello di “massa”, passato, presente e futuro parevano mescolarsi, creando un effetto vortice di straordinaria suggestione. I cui effetti certamente non erano tutti completamente “positivi”. Paure e angosce, erano e sono ancora alla base del boom di una magia di tipo “domestico” (cartomanti, veggenti e quant’altro…). Mai, tuttavia, come a quel tempo, a livello di “massa”, la fantasia era compagna abituale del quotidiano di moltissimi italiani, dal professore-snob alla comune giovane casalinga.
È probabilmente quello il periodo nel quale il grande racconto popolare – con riferimenti storici – comincia a perdere peso nell’immaginario soprattutto adolescenziale. Ed è quello il periodo nel quale l’Italia viene letteralmente investita da una miriade di novità e suggestioni culturali (si pensi ad esempio anche alle arti marziali e ai film di “karate”, e in tivù ai cartoni animati giapponesi, alle esterofilie e agli esotismi d’ogni genere e tipo). In cui il passato diventa irrimediabilmente “vecchio” e tutto ciò che è semplicemente a portata di mano quasi del tutto “inutile”. E la libera tivù di stato cosa fa a questo punto? Quello che deve fare, naturalmente: registrare le nuove realtà e diffonderle in modo capillare.
Anche per questo oggi, nel rivedere i grandi sceneggiati dei Settanta – Segno del comando in testa – la mente cade subito preda delle suggestioni del “come eravamo”; come eravamo quando una generazione intera, nata o cresciuta in prossimità del boom, s’immergeva fino al collo nelle conturbanti atmosfere del mistero, della magia e dell’esoterismo romano. In molti non l’avranno mai dimenticata: Il segno del comando è una storia di probabili reincarnazioni, di fantasmi, di predestinazioni, (forse) di immortalità, e di agenti segreti al servizio di Sua Maestà (britannica). Tutto parte da un diario di lord Byron, da un luogo segreto e da una serie di personaggi, pittori, compositori e studiosi che si “muovono” in tre secoli diversi, il Settecento, l’Ottocento e il non meno rassicurante Novecento. Ugo Pagliai è l’indimenticabile protagonista – il professor Forster – destinato (forse) a morire a 36 anni, ma salvato da un fantasma-angelo-custode (cioè Lucia, cioè Carla Gravina) grazie a un medaglione col simbolo della civetta – che ricorda le scienze occulte – un “segno del comando” che muove i personaggi del telefilm lungo l’arco dei tre secoli. Splendide le interpretazioni, c’è anche un grande Massimo Girotti, bellissime le riprese a “effetto-teatro”, bellissima anche la colonna sonora (chi non ricorda la sigla finale Cento campane scritta da Fiorenzo Fiorentini e Romolo Grano e portata al successo da Nico Tirone famoso come il “Nico dei gabbiani” e poi da Lando Fiorini?). Bei ricordi, insomma… atmosfere gotiche, intense ed essenziali scevre da effetti speciali inutili e goffi; e un bianco e nero che è tutt’uno con la trama noir e le calde atmosfere delle viuzze di Trastevere. Un quadro, un’opera d’arte.
Una tivù che appassionava, che emozionava, che aveva qualcosa da dire e tanto da raccontare. Già, e poi? Poi sarebbe passata altra acqua sotto i ponti. Vent’anni dopo, una nuova, pessima, produzione del Segno del comando, stavolta per le reti Mediaset, ci avrebbe dimostrato che i nostri Settanta – quegli anni “formidabili” – erano definitivamente spariti.

venerdì 27 maggio 2011

Vado al Massimo...Cacciari

Partiamo dalla fine. Dall’articolo di Massimo Cacciari su “Repubblica” del 4 maggio scorso. “Il peso dei padri”, cosa significano cioè eredità, libertà e tradizione, oggi. È un brano estratto dalla relazione che Cacciari terrà il giorno dopo, a Bologna, presso l’aula Santa Lucia, per la rassegna “Eredi”. «Erede è nome di una relazione massimamente pericolosa – scrive – il cui senso è oggi soffocato tra impotenti nostalgie conservatrici, quasi a voler fare del figlio l’automatico erede, e idee sradicanti, se non deliranti, di libertà e cioè di un essere liberi in quanto assolutamente non destinati alla ricerca di essere eredi, di un necessario rapporto con l’altro da sé». Il senso, per Cacciari, sta nel rapporto, nell’“umana” relazione con chi ci precede, con le sue idee, con la volontà di costruire, anzi di trasformare la polis – e ciò ricorda un po’ Marx un po’ il Nietzsche più ottimista – quel dato oggettivo che si eredita e si accetta, a meno di non sprofondare nel nichilismo più categorico.      
L’ha detto Cacciari d’accordo, ma poteva anche farne a meno: l’obiettivo per ogni filosofo, dai padri liberali, a Rousseau e Hegel allo stesso Marx e poi, su su, fino a Heidegger per non parlare di Gentile e Gramsci, è quello di voler costruire una “propria” repubblica; dalle utopie anzi utopismi ottocenteschi alle realtà dolorose del XX secolo, dalle terze vie di Ugo Spirito, fino alle ricette new-global e alle profezie della fine della democrazia di Slavoj Žižek; perfino chi filosofo non è come D’Annunzio o Alceste De Ambris ha in mente un “tipo” di Stato, una repubblica – libera e indipendente – perfino l’altro vate, Ezra Pound, che si azzarda ad apprezzare il fascismo e gliela fanno pagare a vita. Fino a quando, almeno i grandi nomi, Pasolini il puro-folle e lo stesso Cacciari, non lo riacciuffano per una chioma divenuta oramai bianca. Il giovane Cacciari vede Pound passeggiare per Venezia, lo segue con lo sguardo. «È il più importante poeta del Novecento», si lascia scappare: Omero… Dante… e poi c’è lui, Pound «comparabile solo a Joyce». La scelta, per far cadere la censura.          
Cacciari pensa in modo «concreto», ha una visione realistica della politica. Chi lo immagina moralizzatore o peggio: inquisitore, come oggi a “sinistra” i predicatori a corto di progetti, commette un errore. Fine delle ideologie, il Novecento è morto – figuriamoci l’Ottocento – niente rivoluzioni, né giostre, ruote panoramiche o tiri al bersaglio, ma riforme condivise e classi dirigenti all’altezza della situazione. La politica lo ha messo al tappeto più volte, ma lui non vuol rinunciare a dire la sua. Prima nel Pci e nella “cosa” di Occhetto, poi con Prodi, la Margherita e il Partito Democratico. Quanta acqua sotto i ponti? I più lo ricordano come sindaco di Venezia (in sella per dodici anni) e sostenitore di un federalismo progressista, in pochi, gli affezionati, come interlocutore della “Nuova destra”. Pare siano passati secoli, ma Cacciari ha solo sessantasette anni e tanta voglia di sana e garbata polemica. Realista lo è sui grandi temi – sul “destino” dell’Occidente – e sui cosiddetti minori. Replica a tutti e su ogni cosa. A chi gli chiede ricette sulla globalizzazione o sul capitalismo risponde che è una forma sociale «per tutti» e la si deve accettare per forza. È un laico che lavora nelle università cattoliche. A volte sembra Nanda Pivano: se cita il Vangelo gli brillano gli occhi. Una fonte «straordinaria» dice, che «chiama a essere “perfetti”». Cacciari uomo del dialogo: fra il sorrisetto degli ipercritici e gli accidenti dei compagni, si concede due o tre giri di valzer con la Chiesa, parla di Gesù e dei cristiani con un rispetto d’altri tempi. Cristo? L’essenziale è trovare un grande punto d’incontro fra il cristianesimo e la modernità, alla maniera di papa Wojtyla.
Da Dio a mammona. A chi gli chiede perché Berlusconi sia ancora lì, a palazzo Chigi, risponde, senza irritarsi, che l’opposizione, per ora, è debole e che Berlusconi sta in piedi per questo. Niente influenze occulte, nessun ruolo dei “poteri” forti, anzi, ma un’opposizione che non riesce a farsi maggioranza, come in passato, che non la smette di fare il gioco del “caimano” e che non propone riforme credibili, a cominciare dalle fondamenta, cioè dalle “istituzioni”. E di Berlusconi? Cosa pensa di Berlusconi? Ruby non è affar suo, cioè di Cacciari, che si tiene occupato con la filosofia, con la politica, con l’insegnamento ma non col pettegolezzo. Il premier è un «irresponsabile», lo si sente dire, e chi non è credibile non può governare né in Italia né altrove. In qualunque paese europeo Berlusconi sarebbe andato già a casa. Il segnale è chiaro, ma non è tutto. Un leader che ha promesso e promesso e che vede con “fastidio” chi vuol limitare il suo potere, cioè la magistratura, è un populista, o forse vuol dire un demagogo. Qui da noi, nulla è più duraturo della transizione. Nessuno ha fatto le riforme (sempre quelle): né federali, dal basso, né di politica industriale, né liberali. È tutto fermo, bloccato, oggi è tutto nelle mani di Berlusconi, ogni cosa dipende dagli umori o dai rumori di Arcore.
Qualche tempo fa, ad “Affaritaliani.it” definisce Berlusconi un «colossale ostacolo ad ogni processo di riforma…», al “Secolo d’Italia”, nell’ottobre del 2010, approfondisce il tema da professor della “mia sorte”, con Federico Brusadelli: «dal 1991-92 a oggi abbiamo assistito, da una parte e dall’altra, ad atti, anche generosi diretti a creare i soggetti in grado di costruire a loro volta la Seconda Repubblica. Eccola, la storia degli ultimi venti anni: una serie infinita di tentativi (falliti) di costruire forze maggioritarie o almeno tendenzialmente maggioritarie. Da destra e da sinistra, nel centrodestra e nel centrosinistra, l’Ulivo il Pdl: tutto fallito…». Destra e sinistra? In realtà, due termini che non hanno alcun significato, Cacciari lo dice già dagli anni Settanta: «Quei termini erano le contraddizioni storiche del Novecento: programmazione e mercato, pubblico e privato, atlantismo e neutralismo. Tutte grandi contraddizioni che sono state spazzate via dalla storia…». Chiaro anche questo no? E quali le notizie, dall’altra sponda? Lì – ha detto poco più di una settimana fa – nessuno ha il coraggio di ridere. Nel Pd litigano tutti. A “sinistra” occorre operare una rifondazione nel segno delle nuove alleanze. Verso il centro e coi moderati: è l’unica «strada». La sola speranza oggi è il Terzo polo. Ma è essenziale che faccia proprie le politiche del Terzo millennio e assuma un nuovo linguaggio. Casini, Montezemolo, Fini, “Futuro e libertà” sono sulla “retta via”. Devono affrontare la fase del chiarimento interno. Mai voltarsi indietro, comunque; l’eterno vizio della politica. Degli italiani.
L’esempio può darlo lo stesso Cacciari. Membro del Pci, parlamentare dal ’76 all’83, poi leader mancato dell’Ulivo – un’esperienza definitivamente «tramontata», dice – polemicamente definito di “destra” dall’avversario Felice Casson, durante le elezioni veneziane del 2005. La colpa è “gravissima”: aver voltato le spalle al centro-sinistra. Lui non se ne cura e va avanti fino alla segreteria Bersani. Ma quando è troppo è troppo. Occorre una soluzione drastica: smettere con la politica e guardarla dal di fuori. Sono indiscutibilmente «avanti», dice orgoglioso di sé. Non è una scusa. Cacciari non ama le chiusure, il ritorno al passato. La politica dei gattopardi. Le false misure e le soluzioni abborracciate. Anche per questo la “destra” che alla fine dei Settanta si riunisce nei “campi Hobbit” e dagli Ottanta scopre gli altri mondi possibili lo ammira con poche riserve. Sarà per gli studi da perderci la testa, fra Schopenhauer, Nietzsche e Heidegger; sarà per i saggi che animano un pensiero fondamentalmente elitario: da quelli dei Settanta sul “pensiero negativo” fino a quelli del 1990, Dell’inizio, e del 2004, Della cosa ultima, entrambi per Adelphi, la casa editrice che pubblica Emil Cioran, René Guénon, Ernst Jünger e Carl Schmitt. O sarà, semplicemente per la sua natura di esploratore-filosofo, aperto la dialogo. Carismatico e brillante. «Ricordo la meraviglia di Massimo Cacciari – rammenta Giano Accame ne Il Maestro della Tradizione – ottimo conoscitore da sinistra degli autori della Rivoluzione Conservatrice sui quali organizzò anche dei convegni con l’Istituto Gramsci del Veneto, quando nella libreria di Enzo Cipriano, che era allora proprio sotto casa mia, scoprì edizioni de Il Borghese o di case minori e ghettizzate di ultradestra con traduzioni dal tedesco che lui ignorava». Quanti sarebbero entrati in un luogo specializzato nella diffusione del “pensiero di destra”? Cacciari, invece, ci organizzava i convegni, con la destra. Anzi con la “Nuova destra”.
Paradosso?  Crediamo di no, Cacciari ha un posto d’onore nella storia della cultura della “destra”, dagli Ottanta in poi. Difficile paragonarlo al ruolo nella sinistra politica. Una storia fatta di incomprensioni, chiamiamole pure sconfitte. Alla fine del 1982, il 27 novembre, a Firenze, si incontrano per una pubblica discussione dal titolo “Sinistra e nuova destra. Appunti per un dibattito”, Marco Tarchi, Giano Accame, Giuseppe Del Ninno, Giovanni Tassani e Massimo Cacciari. Tutti i giornali ne parlano. Non è una cosa da poco, perché il clima è caldo, la tensione alle stelle. Nel febbraio dell’83, si consuma l’uccisione dell’ultimo “cuore nero”: Paolo Di Nella. Stavolta però al capezzale del ragazzo giunge perfino il presidente della repubblica Sandro Pertini.
A “destra”, da almeno un quinquennio, si vive di disordine positivo. È l’eredità, per dirla con lo stesso Cacciari, della stagione del “lungo Sessantotto”. Un Mao Zedong piuttosto nietzscheano l’avrebbe tradotta in massima: “grande è il disordine sotto il cielo. La situazione è quindi eccellente”. Ma qualcosa si muove all’interno del “polo escluso”. Fra le nuove generazioni, quelle nate dopo la guerra, quelle che hanno perso il treno della “contestazione globale” e le generazioni orfane della vecchia politica, che al “non rinnegare non restaurare” di De Marsanich preferiscono il dialogo con l’avversario, ora ex nemico. Con pochi “se” e pochi “ma”, per fortuna. Fino a quella data e per via ufficiale, solo Giampiero Mughini, col suo speciale “Nero è bello” mandato in onda da Rai2, negli ultimi giorni del 1980, s’è già preso la briga di considerare la “destra” giovanile come qualcosa di più che un ambiente di pericolosi fanatici. Per il resto è buio fitto. Ancor prima del convegno organizzato a Firenze, su Panorama, ricorda Luciano Lanna nel Fascista libertario, Cacciari sottolinea l’importanza che può assumere la “Nuova destra” all’interno del «caso italiano». Una destra che ha cominciato a interessarsi di solidarietà, diritti, ecologia e pacifismo. A coronamento di un dialogo trasversale destinato a non interrompersi, la partecipazione del futuro sindaco di Venezia a uno dei best-seller della “Nuova destra” curato da Maurizio Cabona e Stenio Solinas, C’eravamo tanto a(r)mati, insieme a lui, fra gli altri: Massimo Fini, Gianni Rivera, Umberto Croppi, Adolfo Morganti, Giordano Bruno Guerri e Paolo Isotta. A.D. 1984.
Anni che passano, esigenze che incontri. Dalla necessità di unirsi, alla necessità di far da sé. “Forse non saprò fare politica”, dice di sé Cacciari con fiera ironia se stuzzicato dai giornalisti, ma l’intuizione del combattente di razza non gli manca. Nel 1996 fonda il “Movimento dei sindaci” una soggetto che si pone come punto di riferimento federale e trasversale per un’Italia uscita con le ossa rotte da “tangentopoli”; in passato c’era l’esigenza di aggregare sanando le divisioni fra destra e sinistra e quelle della guerra fredda; dodici anni dopo, invece, la “necessità” di sottrarre gli elettori alle seduzioni di una Lega secessionista con la bava alla bocca. Salvaguardare l’unità del Paese: un soccorso italiano, in fin dei conti.
Il resto è storia recente. Ribadendo il proprio interesse verso la “questione settentrionale”, a luglio dell’anno scorso, Cacciari presenta il manifesto “Verso Nord, un’Italia più vicina”, per un movimento in alternativa a una Lega acchiappavoti, al Pdl e soprattutto al deludente Pd. Un manifesto contro il bipolarismo che rinnova la trasversalità e la rottura degli schemi novecenteschi. Cacciari non riesce a non fare sul serio. La crisi è reale e bisogna raccogliere le forze. Il movimento, partito in ottobre, è fedelmente alleato a Luca di Montezemolo, il manager di lungo corso e in perenne ascesa al quale Cacciari adesso si sente idealmente vicino. In aprile, è l’ex sindaco ad annunciarne la “discesa in campo”. Le probabilità di una buona riuscita del progetto, ancora quasi del tutto sconosciuto, sono abbastanza buone. Per Cacciari, il presidente Ferrari, dovrebbe «intercettare» i voti degli scontenti, di chi cioè «non va più alle urne e non si riconosce in questo bipolarismo italiano, perché è fallito». Se Montezemolo riesce nel suo compito, continua Cacciari, «si colloca bene in questo vuoto politico, e ha buone possibilità di candidarsi seriamente a Presidente del Consiglio». Naturalmente, per il prima e per il dopo, il peggior oppositore è sempre Berlusconi. Se “Silvio c’è”, nulla è possibile.         
Domanda d’obbligo: qual è la relazione fra il Terzo polo e il movimento di Montezemolo? Risposta: «Il Terzo Polo non ce la può fare da solo». Sì? Staremo a vedere. 

lunedì 23 maggio 2011

Pari sono?

Si incontrano? Non si incontrano? Woody Allen e Roberto Benigni, così diversi, così uguali. Comici attori, e non attori comici; molto più simili, forse, nella fantasia dei critici che non nella realtà degli spettatori. Il Woody di quarant’anni fa, quello degli inizi, era il cugino di II grado di uno dei possibili Benigni, non quello coltissimo, patriottico e teatrale, ma quello buffo e surreale, quello arboriano.
Checché se ne dica, la comicità dei due recordmen del cinema internazionale con Orson Welles e Warren Beatty, resta una comicità fisica; più italiana quella di Benigni, più sui toni i gesti, i doppi-sensi (o i sensi unici), più intellettuale e ironica quella del newyorkese. Dietro la macchina da presa: più attento alla poesia, al sentimento romantico o alla storiella strapparisate il primo, più “universale”, pessimista e insofferente il secondo. Woody è l’eterno personaggio del Dio che non c’è, Roberto del Dio nascosto. Di culture dissimili, inimitabili e diversissimi nelle “imprese”, negli approcci amorosi, nelle relazioni col prossimo: uomo e donna. Woody sulla difensiva e contro il mondo moderno, Roberto all’attacco, alla conquista della morale buona, del finale lieto. Woody perso nella casualità della vita, nel caos dell’esistenza, nelle perversioni ipocrite e negli episodi inconoscibili, Benigni, il Benigni attore, irriguardoso e debordante ma “correttissimo” in fin dei conti. Dissacranti? Sì, entrambi lo sono. Allen mantiene i toni alti, se la prende con Nietzsche e coi bulli che s’atteggiano a superuomini, Benigni, s’accontenta della politica di casa sua, cioè della nostra, e lancia frecciatine a La Russa e naturalmente a Berlusconi. Un “bersaglio” prediletto, al quale dedica canzoni stonate e strampalate. A conferma dell’estro popolare, Benigni, è uomo di televisione – al contrario di Allen – un monologhista doc, sulla falsariga del grande Walter Chiari.
Benigni piccolo protagonista di grandi storie, “Piccolo diavolo” e “La vita è bella”, Allen grande protagonista di piccole storie, “Io e Annie” e “Manhattan”. Interpreti, entrambi, di un pezzo di mondo, posto al confine fra pianto e riso. Lavoreranno insieme, dunque. A Roma, nel film che Allen girerà dopo “Midnight in Paris”: “Bop Decameron”, ispirato alle novelle di Boccaccio. Allen ama l’Europa e il suo cinema. Il cinema dei grandi maestri: da De Sica a Fellini. Benigni è stato attore per Fellini, lo sarà pure per Allen e in sua compagnia, adesso. Quando gli estremi si incontrano, si dice, sorgano pensieri allettanti, nuove forme dello “spirito”. Benigni e Allen tradiranno le loro “nature” e s’incontreranno in uno spazio e in un tempo finito. Da quel giorno, tutto quello che sentirete e vedrete di (e su) Woody e Roberto sarà o molto (molto) grande o molto (molto) piccolo. Da ricordare, comunque.

domenica 22 maggio 2011

Sempre il solito "Gattopardo"?

Il 16 maggio si è chiuso il XXIV Salone internazionale del libro di Torino. Quest’anno, forse, si è parlato soprattutto della mostra “1861-2011. L’Italia dei libri”, organizzata all’Oval in occasione del 150° dell’Unità d’Italia. Mostra curata da Gian Arturo Ferrari e suddivisa in cinque temi essenziali: i 150 grandi libri, i 15 superLibri, i 15 personaggi, gli Editori e i fenomeni editoriali dall’Unità ad oggi. Scontato l’interesse per una mostra che, più di ogni altra iniziativa, parla a noi stessi, e ci parla di noi, di quello che siano stati, siamo oggi e probabilmente saremo domani.
I 15 superLibri, in particolare, dovrebbero rappresentare «un punto fermo», si legge sul sito del Salone del libro; 15 lavori che hanno «trasformato la rappresentazione del nostro Paese agli occhi di sé e del mondo», un patrimonio o “il” patrimonio fondamentale dell’italiano medio, di colui cioè che ha coscienza del significato e del valore della “nazionalità”. Molto più semplicemente i 150 libri, invece, «ci hanno resi un po’ più italiani», dalla Morte civile di Paolo Giacometti (1862) a Leopardi di Pietro Citati (2010), passando per Giorgio Bocca, Aldo Busi, Beppe Fenoglio, Dino Campana, Giovanni Verga, Vilfredo Pareto e Cesare Lombroso, libri – un po’ in ordine sparso – che ci hanno raccontato quel che accadeva in Italia, fin nei particolari più segreti o perfino scabrosi.
Potere dei numeri e delle classifiche: i 15 superLibri, diciamoci la verità, intrigano molto di più. Dovrebbero essere conosciuti, mandati giù a memoria nelle diverse stagioni della vita. L’elenco, oramai conosciutissimo, comprende quattro libri dell’Ottocento, Confessioni di un ottuagenario di Ippolito Nievo, il Pinocchio di Collodi, Cuore di De Amicis e Myricae di Giovanni Pascoli. Poi il salto fino alla fine della grande guerra. Si riprende con altri quattro libri fino al dopoguerra (Allegria di naufragi di Ungaretti, La coscienza di Zeno di Svevo, Ossi di seppia di Montale e Gli indifferenti di Moravia); poi si va avanti fino al nodo degli anni Sessanta, e con altri cinque volumi: Se questo è un uomo di Primo Levi, Don Camillo di Guareschi, Il barone rampante di Calvino, Quer pasticciaccio brutto di via Merulana di Gadda e Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Infine gli ultimi due che sembrano capitati lì quasi per caso, lontani parecchi lustri dai precedenti. L’immancabile Nome della rosa di Eco e la “new entry” Gomorra di Saviano. Fine.
Divertiamoci un po’. Prima considerazione: mancano un po’ di premi Nobel a cominciare da Pirandello che al di là dello stile – e per citare un titolo solo Uno, nessuno e centomila, apre a prospettive tutt’altro che provinciali e vola un po’ più alto di Moravia. D’accordo per i poeti (per carità di Patria), ma nell’elenco non compaiono i due pesi massimi del nostro dopoguerra non proprio due intellettuali da “paese dei balocchi”: Pasolini e Sciascia. Senza di loro, l’Italia dell’impegno civile e della magagna continua, si ridurrebbe praticamente a zero. Senza di loro, Saviano – coraggioso per quanto si vuole – sarebbe un naufrago in un’Italia interamente contro. Pirandello, Sciascia e Pasolini non compaiono neanche fra i 150 libri. Ma c’è Artusi… si tratta, ovviamente, di uno scherzo che non vale neanche la pena commentare. Meno male però: c’è (sempre fra i 150), il bell’Antonio di Brancati, omaggio al genio-scrittore che non è esattamente un “fenomeno” commerciale alla Andrea Camilleri.
Rallegramenti per la presenza fra i 15 di Guareschi, considerato da certa sinistra con la bava alla bocca un reazionario tontolone, i giorni pari e un razzista da mandare al rogo, quelli dispari; non ci sono però né Cesare Pavese né Elio Vittorini che si caricarono sulle spalle la cultura dei primi anni del dopoguerra battendo sentieri sui quali, prima o poi, ogni italiano si sarebbe avventurato. La luna e i falò un posto l’avrebbe meritato, Vittorini compare solo nell’elenco dei 150 libri come curatore dell’antologia Americana. Per fortuna, è rimasto il gioiello di Calvino con le avventure di Cosimo Piovasco. Facciamo quattro conti. Se si escludono Guareschi e Levi, il cui libro ha certamente un contenuto particolare, della narrativa italiana mancano ben trent’anni, si passa cioè dalla fine degli anni Venti alla metà dei Cinquanta. È un salto molto lungo. Forse sarebbe stato opportuno esportare almeno un paio di titoli prelevandoli da Silone, Cardarelli, Buzzati, Bilenchi, lo stesso Malaparte, Berto. C’è l’imbarazzo della scelta. Walter Pedullà ha confessato che «Lo spettacolo degli anni Quaranta ha pure del grandioso: mentre tramonta non solo la cultura del fascismo ma anche la letteratura che ha fatto giorno sul mondo e sulla vita nel periodo compreso fra le due guerre mondiali, si vedono le prime luci della cultura che avrebbe guidato l’Italia del secondo dopoguerra ai “fatti d’Ungheria”. Avanguardie addio, addio futurismo, addio surrealismo ed ermetismo, addio espressionismo. O arrivederci, perché sarebbero tornate, in veste rinnovata di neoavanguardie, neoespressionismo e neosurrealismo. Ora però era venuto il tempo del neorealismo … La narrativa d’ora in poi sarà politica: saranno penalizzati quelli che non optano per il versante culturale che combatte per cambiare il mondo in direzione dell’uguaglianza…». Se lo dice lui.
Trasferendoci nella seconda metà del Novecento, il discorso cambia di poco. Saviano a parte che meriterebbe un discorso a sé, nell’Ottanta esce il super best-seller di Eco (25 milioni di copie vendute), Il nome della rosa, che è la cartina di tornasole di un’epoca di rinnovamento nei gusti e nei costumi del Paese. Nel libro si mescolano conoscenze provenienti da ambiti diversi; il romanzo è probabilmente uno dei primi tentativi di una miscela post-moderna che risente – in parte – del recente passato italiano e soprattutto del “nuovo” gusto per il medioevo.
A metà degli anni Cinquanta a parte Calvino e il Pasticciaccio di Gadda, da retrodatare di trent’anni (se si vuol considerare la trama) e che è uno degli esempi più riusciti di libertà letteraria, rimane come simbolo del nostro dopoguerra Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Romanzo senza tempo di una sicilianità “impraticabile”. Un libro considerato reazionario, come certa parte d’Italia (purtroppo), istintivamente trasformista. Cinica. Un capolavoro, certo, ma anche un libro pronto a dare ragione a Goethe: è proprio in Sicilia la chiave di tutte le porte, diceva il vecchio francofortese. Dal Cuore ottocentesco di De Amicis all’“eterna” Sicilia di Tomasi... il periodo è grossomodo lo stesso. Le menti e gli occhi sono diversi, invece. Grandi speranze… scriveva, frattanto, beffardamente Dickens. 

sabato 14 maggio 2011

Whisky, soda, rock and roll

Come Gioachino Rossini? Forse sì. Il 20 maggio del 2001, dieci anni fa, moriva Renato Carosone uno dei cantanti più importanti del nostro dopoguerra. L’uomo che ha reso possibile il matrimonio fra la tradizione napoletana e la musica americana. Quarant’anni prima di morire – nell’estate del ’60 e pochi mesi dopo la morte del grande Fred Buscaglione  – aveva già deciso di abbandonare la scena, convinto che i Sessanta non sarebbero stati i suoi anni. Convinto che il concetto di popolarità, come il fascino della leggerezza, sarebbe cambiato velocemente. E aveva ragione, naturalmente. C’era aria di nuovo in giro, con Elvis, con il “rock and roll” e, in Italia, con gli “urlatori”. La musica stava diventando uno stile di vita, una diversa abitudine, qualcos’altro da ciò che era sempre stata. Con una particolare tensione e un significato diverso, anche. Una decisione presa col coraggio dei grandi, quella di Carosone. Come nel caso di Rossini, appunto.
I suoi anni erano stati i Cinquanta, invece: gli anni di “Maruzzella”, “Tu vuo’ fa’ l’americano”, “Pigliate ‘na pastiglia”, “‘O sarracino”, “Caravan petrol” e “Torero”, composte per la maggior parte da Carosone e da “Nisa”, Nicola Salerno, autore nel 1964 di “Non ho l’età” di Gigliola Cinquetti. Nisa- Carosone, una delle più belle coppie della canzone italiana; un Mogol-Battisti alla partenopea, dirà Renzo Arbore all’indomani del napoletano di vico dei Tornieri.
Musicista geniale, ironico e divertente, Carusone – questo il vero Cognome – è stato fra i pochissimi artisti di casa nostra a conquistare il mercato americano. Ha cantato il (e nel) periodo della grande trasformazione della società italiana: il periodo dell’esterofilia trionfante, del “sogno americano” in terra italiana, dei ritmi d’oltreoceano, delle seduzioni culturali stelle-e-strisce e delle goffe imitazioni in ambito giovanile. Imitazioni quasi sempre a metà: belle ma povere. Ambiziose e irrealizzabili. Dopo le tragiche vicende della prima parte del Novecento, con Carosone - e con Alberto Sordi - il nuovo mondo torna finalmente a far sorridere. Carosone è l’alter ego dell’“Albertino” degli anni Cinquanta, del Nando Meliconi pazzo per l’America, nel celebre film di Steno “Un americano a Roma”. Sordi è l’imbarazzante protagonista di un’America italianissima, sciocca e infrequentabile, passata a setaccio dal cinema e dagli altri mass media, Carosone, invece, è il divertito “cantastorie” della nostra ingenua e appariscente esterofilia. Entrambi, grazie al loro talento, un vero libro di storia.
Nato a Napoli nel 1920, dopo le prime esperienze musicali, Carosone si diploma al conservatorio di San Pietro a Majella nel ‘37, poi parte per l’Africa orientale italiana. Qui rimane nove anni, compreso il periodo di guerra. Diventa un bravissimo pianista, conosciuto per la grande tecnica. Ma al suo ritorno in Italia, nonostante il successo, deve ricominciare tutto da zero. Dapprima fonda il trio Carosone con Gegé Di Giacomo, nipote di Salvatore Di Giacomo, alla batteria e Peter van Wood alla chitarra – il futuro astrologo e personaggio televisivo – poi, dopo l’uscita dell’olandese, il terzetto diventa quartetto e infine sestetto cambiando però più volte la propria composizione interna. Il vero successo per Carosone arriva nella metà degli anni Cinquanta, alla “Bussola” di Focette, in Versilia. Il locale è di Sergio Bernardini, nome storico della musica italiana; qui si esibiscono, si affermano, e si affermeranno nell’immediato futuro, artisti del calibro di Mina, Milva, Ella Fitzgerald, Louis Armstrong, Marlene Dietrch, Tom Jones e Fabrizio de Andrè. Il gemello della “Bussola” il “Bussolotto” tempio del jazz ospita più e più volte Romano Mussolini.
I ritmi americani, swing e jazz, catturano l’attenzione del giovane Carosone che a sua volta cattura l’attenzione del mercato statunitense. È un dare e ricevere. “Torero” (1957) che alla quasi totalità dei “doncamilliani” giovani d’oggi dice pressoché nulla, rimane per due settimane al primo posto della hit parade americana, viene incisa in oltre trenta versioni diverse e vanta traduzioni in altre lingue straniere (come una piccola: “‘O sole mio”); all’inizio del 1957 il sestetto di Carosone arriva perfino alla mitica “Carnegie Hall” di New York.
Dopo un po’, però, il silenzio. Carosone si allontana dal pubblico, anche se non smette di suonare. Scopre la pittura. Nel 1975, il primo rientro. Bernardini lo invita alla “Bussola” e il successo è scontato. Va in tivù, poi riprende a incidere dischi; nel 1989 partecipa perfino a Sanremo e arriva quattordicesimo con “‘Na canzuncella doce doce”. Si ricomincia  a parlare di lui. Manu Chao dice che Carosone è una «medicina contro la depressione». Lo spagnolo Tonino Carotone – che ha collaborato con cantante parigino – si ispira a lui per il proprio nome d’arte. Basta? No, perché la stella di Carosone in realtà non si spegne neanche al cinema. Nel 1973, fra tanta buona musica, Martin Scorsese dirigendo “Main streets” inserisce “Maruzzella” e “Scapricciatiello” nella colonna sonora del suo film. Le grandi dive e premio Oscar, Sophia Loren e Anna Magnani rendono omaggio a lui e alle sue canzoni, come John Turturro, e poi ancora Anthony Minghella, Matt Damon e Fiorello nel “talento di Mr Ripley”, del 1999. Renato l’americano ha conquistato anche l’altra parte dell’America. Non solo quella del “rock and roll”, ma anche quella, più luccicante, del “whisky and soda”.

domenica 8 maggio 2011

Slavoj Zizek. Con quella faccia un pò così...

Mettiamo il caso che il giornalista nottambulo col capello nero e lungo, rivolgesse la consueta, bizzarra, domanda anche al filosofo sloveno Slavoj Žižek: «la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere?». Siamo sicuri che, in quell’occasione, la risposta dell’ospite in studio sarebbe stata chiara, netta e (senza ironia), alla luce del sole: «Sì, la seconda che ha detto, i sogni aiutano a vivere…».
Parliamo di Žižek dunque, di uno dei cosiddetti “Philostars”, i filosofi da terzo millennio, noti più per le provocazioni e meno per il pensiero che, nel caso di Žižek si muove fra Marx, Lacan e il cinema hollywoodiano, vera fucina del sogno e per lo sloveno del mondo che verrà; che poi a leggere l’ultimo suo libro, Vivere alla fine dei tempi, in Italia per Ponte alle grazie (pp. 620, euro 26,50), non sarà proprio il migliore dei mondi possibili. Domenica 15 maggio, alle 14,00, con l’intervento di Antonio Gnoli, presso la sala azzurra, Žižek presenterà la sua ultima fatica al Salone del libro di Torino e discuterà sui quattro temi che, sempre secondo lui, preannunciano la morte del capitalismo e la fine di un’intera epoca, in Occidente. La crisi ecologica globale, gli squilibri del sistema economico-finanziario, la rivoluzione biogenetica e le fratture sociali. Mica roba da ridere.
Un altro dei filosofi catastrofisti che ci dicono con tutta la falsa modestia del mondo, come vivere nel Terzo millennio? E cosa comprare, di cosa nutrirci e che abiti indossare? Può darsi, ma se non altro Žižek non è un grossolano pessimista come lo era chi lo precedette un secolo fa – Gnoli su “Repubblica” del 28 aprile scorso fa il nome di Spengler – e a nessun fanatico “dell’azione” verrebbe in mente di “canonizzarlo” anche da vivo. Žižek invece è uno che vuole “abituare” ed educare il lettore alla precarietà e al trauma della fine del vecchio e all’inizio del nuovo. E rischia non poco. A volte è “antico” a volte eccessivamente complicato, a volte ironico fin sopra la linea di confine. Tanto per cominciare, è uno che nell’ambiente – sostantivo che meriterebbe un trattato a sé – gode di una fama un po’ a singhiozzo.
Per alcuni è un heideggeriano distratto, per altri – come Gianni Vattimo - «possiede una ammirevole capacità di collegare tematiche e riferimenti tra loro remoti, molto spesso in chiave decisamente paradossale, spaziando dal cinema alla psicanalisi lacaniana, a Marx, Heidegger, Lenin e ai pensatori recentemente più discussi dalla sinistra». Per il britannico e liberale “Observer” Žižek «sta fra il funambolismo filosofico, la maratona performativa e una sorta di continuo ottovolante intellettuale», che a pensarci bene non sono cose che servono alla causa del vivere comune o ordinario; per altri infine è il filosofo più pericoloso d’Occidente. Che dire? Certo è che Žižek è un tipo molto informato, conosce l’Italia, anche se è singolare, buffo – a Torino se ne vedranno di belle – radicale fin dentro le ossa e petroliniano nel senso che è nato per divertirsi e far divertire. Descrive la democrazia di oggi come una grande commedia nella quale Berlusconi e “berlusconisti” non sono da prendere sul serio – e forse l’hanno capito pure loro – e parla di ideologia come se il muro di Berlino non fosse mai caduto: oggi le ideologie sono il cinema, il mondo dei computer, gli affari e qualche sopravvissuta, ripete. Difficile dire però se la difesa di un comunismo sempre meno platonico e più legato agli “eventi” sia per Žižek l’ennesima bizzarria o la convinzione – molto “moderna” – che prima o poi qualcosa dovrà accadere. Lui dice, intanto, che in passato si è agito troppo e adesso mancano le teorie per capirlo meglio, questo mondo. Dunque? Dunque vuole capovolgere per l’ennesima volta Marx: i filosofi forse è meglio che si dedichino a interpretarlo il mondo invece di volerlo cambiare… e sottolinea, fra i tanti, i peccati capitali delle nostre abitudini. Narcisismo e illusione di libertà, due pugili che se le danno di santa ragione senza mai scendere dal ring. E “gli altri” a godersi lo spettacolo.
È nella natura delle cose che un filosofo così radicale finisca per piacere a chi non vive di oggetti e idee “conservate”. E oggi, Žižek, non è solo il filosofo della sinistra; sinistra intesa in senso “tradizionale”, ovviamente. Nel suo ultimo libro – Il fascista libertario (Sperling & Kupfer) – Luciano Lanna lascia intendere che l’ossimoro posto alla base del saggio (definirsi contemporaneamente “fascisti” e libertari), possa trovare nel vulcanico Žižek un valido difensore. Alla fine del 2009 quando dirigeva il “Secolo”, recensendo In difesa delle cause perse di Žižek (Ponte alle grazie, 2009), citava lo sloveno come possibile filosofo da “terza via”, fra il grigiore dell’ideologia dell’interesse personale e le rovine totalitarie del peggior Novecento. A un certo punto ricordava perfino la definizione (un po’ ironica un po’ no) che Žižek dava di se stesso, mi sento un “fascista di sinistra”...
Come tutti i fenomeni contemporanei, docili o “pericolosi”, Žižek conosce le regole del mercato della parola e dell’immagine. Riesce così a dosare le punte di “profetismo” alle analisi di Lenin e Mao, condite con le delusioni del post-68. La tragedia? Inizia proprio nel 1969, quando «lo spazio per l’azione collettiva» lascia il posto ai peggiori difetti del Sessantotto: l’americanismo spirituale e la violenza terroristica. Le cose, forse, sono andate anche peggio ma almeno negli ultimi tempi, specie nell’Italia di Berlusconi si è cominciato a ridere. E anche troppo. Ma Žižek si dice convinto che la «democrazia si stia autodistruggendo» e che il capitalismo e la democrazia stiano prendendo due strade diverse. Come in Cina, per esempio. Così rispondeva a Gnoli qualche tempo fa: «Credo che i meccanismi democratici non siano più sufficienti ad affrontare il tipo di conflitti che si prospettano all’orizzonte». La democrazia è in crisi e «non si tratta delle decisioni di singoli leader, della loro brama di potere o simili: è il sistema stesso che non può più riprodursi in modo autenticamente democratico». Un “sogno”? Staremo a vedere. Oggi dei trascorsi “profeti” della fine della storia, del mondo e della vita, resta solo la cornice ironica di una frettolosa citazione…

domenica 1 maggio 2011

L'Italia unita... dalla fantasia

Nord e Sud (Nord contro Sud), polentoni e terroni. Centocinquant’anni dopo, sempre la stessa storia. I torti e i meriti di Giuseppe Garibaldi, il ruolo delle potenze straniere, come l’Inghilterra, nella realizzazione dell’unità d’Italia, la lealtà o meno delle popolazioni e il dislivello fra le regioni. La violenza delle une e la resistenza delle altre. A gettare benzina sul fuoco i libri che sostengono l’una o l’altra parte e alcune volte tutte e due. A dare la stura Terroni di Pino Aprile (Piemme 2010), un libro “sudista” che si apre con una affermazione grave – più e più volte criticata – e poco meditata: «Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante, volte, per anni…».
Ma per fortuna c’è anche altro sotto il cielo d’Italia. Di quella intera. Le tradizioni, per esempio, e gli uomini che le difendono giorno dopo giorno e al massimo grado possibile. Intendiamoci: tradizioni regionali, locali, cittadine, la cui difesa però è affidata all’estro, alla fatica, all’inventiva dei lavoratori e non all’enfasi, alla polemica spesso gratuita e all’egotismo di amministratori, saggisti e politicanti. L’Italia sarà poco unita politicamente, ma molto unita dai suoi mestieri. Meno lingua e più olio di gomito. È la ricetta “ideale” per scoprire o riscoprire l’unità nazionale. Meno “statisti” e più “artisti, meno provocatori e più taglialegna, meno onorevoli e più tagliapietre… È anche un’illusione, forse. Anzi è utopismo. Ma è il mestiere antico o di antiche origini ad attrarre oggi, a spingere i visitatori oltre le linee “gotiche” e i confini “padani”, quelli alpini e quelli marinari. Quanti “stranieri” si spingerebbero in Sicilia per assistere a una seduta del consiglio regionale? Quanti invece per vedere un artista intagliare una pietra bianca della Val di Noto, o visitare un antico caseificio? Quanti per vedere le mucche al pascolo o i cavalli bradi, le fiere e le sagre alimentari e quanti per l’insediamento di un giovane sindaco? A Catania, seppur nei quartieri ove il degrado è una costante e la legalità un lusso che in pochi si permettono, non è difficile trovare fra le viuzze del centro più “segreto”, come esempio di tradizione, un maniscalco che ferra gli zoccoli di un cavallo, battendo sull’incudine, e a pochi metri, come esempio di globalizzazione in fase terminale, un negozio di cineserie coi falsi in serie. Pochi dubbi: il secondo sarà il modello commerciale e popolare del futuro (purtroppo), ma il primo verrà ricordato e celebrato come la congiunzione perfetta fra l’atto creativo e il lavoro su commissione. Come il “vero” lavoro. Quello manuale dell’artigiano. Un lavoro con pochissimi sfruttatori e sfruttati, al massimo coi maestri e gli allievi; poco alienato, l’esatto contrario di un impiego dei “tempi moderni”. Citato anche dagli adoratori dei bei tempi andati, come esempio di “parte” positiva di un negativo costituito dal capitalismo in ogni sua forma.  
Tradizione in Sicilia, e non solo, è sinonimo di artigianato. Oramai quasi del tutto scomparso s’intende, e con esse le botteghe e i piccoli esercizi che distribuivano generi e prodotti nei piccoli quartieri. Un artigianato che scartata la piccola dimensione si adatta anch’esso a seguire i grandi numeri. Ad esclusione di piccole attività, che destano la curiosità generale, il vasaio o l’arrotino ambulante, l’arte siciliana è legata al turismo (“continentale” e straniero), con le gesta, un tempo narrate a voce, di Carlo Magno e dei paladini di Francia, che prendono forma nei carrettini siciliani, di ogni misura e colorazione e nei Pupi (tappa d’obbligo per chi si spinge in Sicilia, il museo dei Pupi di scuola catanese, a Randazzo), vere e proprie opere d’arte parificabili alle sculture degli antichi maestri che scolpiscono la pietra alla maniera di Amedeo Modigliani. In questi casi, come in altri – soprattutto per le ceramiche – l’artigianato si fonde con l’opera d’arte vera e propria. E qui il legame Nord-Sud (in special modo col Piemonte citato da Pino Aprile) sembra strettissimo, un’unione capace di far decollare luoghi e regioni ben al di là delle (misere) intenzioni e delle volontà dei colletti bianchi o degli amministratori. Un legame stretto, in nome della libertà di creare a volte di inventare che non c’entra nulla con la politica e che dà pienamente ragione al filosofo Matthew Crawford e al suo “lavoro manuale” come medicina dell’anima, in primo luogo, del corpo e poi chissà...
Piccole officine e artigianato del legno, dei metalli e delle coloratissime ceramiche, dal Piemonte di Giovanni Giolitti alla Sicilia di Francesco Crispi, e poi naturalmente artigianato gastronomico. L’Italia da Nord a Sud è l’Italia dei formaggi delle vallate piemontesi a quelle ragusane, dei vini, dei prodotti della terra, degli allevamenti grandi e piccoli e del… cioccolato. Seguiamo la linea dolciaria che unisce il Nord e il Sud e diciamo che niente riuscirà a spezzare l’unità della Penisola. Le città del cioccolato: Torino, Perugia e Modica. E poi: Gabriele D’Annunzio il vate temerario e Leonardo Sciascia l’introverso e impegnato, l’alfa e l’omega stregati dal magico tocco del mestiere antico. Col dolce passato nelle mani, per due come loro è stato più agevole pensare al futuro.