domenica 29 maggio 2011

Il segno del (tele)comando

Sono passati quarant’anni esatti dalla prima messa in onda (maggio 1971), e fa un po’ senso. Non solo per il tempo passato, ma perché lo sceneggiato, questo sceneggiato è costruito proprio sul significato e la pericolosità del tempo. Si tratta de Il segno del comando, autentico gioiello della Rai-tv, documento di una splendida televisione fatta di artigiani e professionisti e lontana anni luce dalle attuali iniziative. Praticamente, lo sceneggiato in cinque puntate domenicali incollò allo schermo mezza Italia, attratta da quella trama un po’ strana, che parlava di esoterismo, occultismo e negromanzia.
Aria nuova per una sceneggiatura già pronta alla fine dei Sessanta e firmata a più mani, anche se la realizzazione finale era stata opera del solo Giuseppe D’Agata – scomparso due mesi fa – per la regia dell’esperto Daniele Danza. Aria nuova dovuta ai tempi nuovi; ai coraggiosi passi avanti fatti dal nostro Paese, durante i Sessanta e a quella fetta di pubblico colto, fatta da giovani cresciuti nel dopoguerra con gusti, abitudini e letture diverse da quelle dei genitori. La generazione “segno del comando” è anche quella che mandò giù le atmosfere di Ritratto di donna velata, A come Andromeda, Gamma e Esp, sceneggiati poco “rassicuranti” che divulgavano generi “attualissimi”, per curiosi e per palati sopraffini, per studiosi di “discipline” imparentate alla “magia” e al mistero – che raccontavano il nostro futuro o un passato (con relative reincarnazioni) dai contorni sfumati – film-tivù che si spingevano fino a oltrepassare gli steccati posti a guardia della cosiddetta normalità. Ma una generazione già svezzata dal noir francese Belfagor, protagonista la grande Juliette Gréco, mandato in onda durante la metà degli anni Sessanta.
Anche in questi casi, come nella prima parte del Novecento, gli studi, le applicazioni della scienza, le “esplorazioni” e le ricerche approfondite in tutti i campi del sapere assumevano un’importanza a dir poco decisiva. Da quello che genericamente si può definire “fantastico”, al “paranormale” dalla più tecnica fantascienza, fino al più recente giallo psicologico e al thrilling. Se la tivù era ed è lo specchio della società, è giusto dire che quella degli anni Settanta fosse una televisione di gran classe, per una comunità molto vigile; lo specchio di un Paese ancora in emergenza (allora c’era una cosa mica da ridere che si chiamava “guerra fredda” con annessi e connessi), con molti lati oscuri – basti pensare alla violenza e allo spionaggio politico – ma una tivù che incuriosiva, con un occhio rivolto all’indagine e uno all’“inconoscibile”; tutte merci pregiate, non ancora prive di valore intrinseco. Alcuni temi, come quello delle sette segrete, non del tutto sconosciuti naturalmente, subivano per la prima volta un processo di popolarizzazione. Era tipico dei Settanta, gli anni pop per eccellenza. 
Conclusa la parentesi “pedagogica”, benché in alcuni sceneggiati non fossero assenti tracce da “romanzo popolare” la tivù di stato decideva di cavalcare i “tempi moderni” con prodotti sovente originali; ideali per i giovani che si nutrivano di supereroi dei fumetti, di previsioni sull’imminente invasione degli extraterrestri, di annunci sulle ultime frontiere della medicina e della chirurgia e di immagini circa la conquista dello spazio. Mai come a quel tempo, a livello di “massa”, passato, presente e futuro parevano mescolarsi, creando un effetto vortice di straordinaria suggestione. I cui effetti certamente non erano tutti completamente “positivi”. Paure e angosce, erano e sono ancora alla base del boom di una magia di tipo “domestico” (cartomanti, veggenti e quant’altro…). Mai, tuttavia, come a quel tempo, a livello di “massa”, la fantasia era compagna abituale del quotidiano di moltissimi italiani, dal professore-snob alla comune giovane casalinga.
È probabilmente quello il periodo nel quale il grande racconto popolare – con riferimenti storici – comincia a perdere peso nell’immaginario soprattutto adolescenziale. Ed è quello il periodo nel quale l’Italia viene letteralmente investita da una miriade di novità e suggestioni culturali (si pensi ad esempio anche alle arti marziali e ai film di “karate”, e in tivù ai cartoni animati giapponesi, alle esterofilie e agli esotismi d’ogni genere e tipo). In cui il passato diventa irrimediabilmente “vecchio” e tutto ciò che è semplicemente a portata di mano quasi del tutto “inutile”. E la libera tivù di stato cosa fa a questo punto? Quello che deve fare, naturalmente: registrare le nuove realtà e diffonderle in modo capillare.
Anche per questo oggi, nel rivedere i grandi sceneggiati dei Settanta – Segno del comando in testa – la mente cade subito preda delle suggestioni del “come eravamo”; come eravamo quando una generazione intera, nata o cresciuta in prossimità del boom, s’immergeva fino al collo nelle conturbanti atmosfere del mistero, della magia e dell’esoterismo romano. In molti non l’avranno mai dimenticata: Il segno del comando è una storia di probabili reincarnazioni, di fantasmi, di predestinazioni, (forse) di immortalità, e di agenti segreti al servizio di Sua Maestà (britannica). Tutto parte da un diario di lord Byron, da un luogo segreto e da una serie di personaggi, pittori, compositori e studiosi che si “muovono” in tre secoli diversi, il Settecento, l’Ottocento e il non meno rassicurante Novecento. Ugo Pagliai è l’indimenticabile protagonista – il professor Forster – destinato (forse) a morire a 36 anni, ma salvato da un fantasma-angelo-custode (cioè Lucia, cioè Carla Gravina) grazie a un medaglione col simbolo della civetta – che ricorda le scienze occulte – un “segno del comando” che muove i personaggi del telefilm lungo l’arco dei tre secoli. Splendide le interpretazioni, c’è anche un grande Massimo Girotti, bellissime le riprese a “effetto-teatro”, bellissima anche la colonna sonora (chi non ricorda la sigla finale Cento campane scritta da Fiorenzo Fiorentini e Romolo Grano e portata al successo da Nico Tirone famoso come il “Nico dei gabbiani” e poi da Lando Fiorini?). Bei ricordi, insomma… atmosfere gotiche, intense ed essenziali scevre da effetti speciali inutili e goffi; e un bianco e nero che è tutt’uno con la trama noir e le calde atmosfere delle viuzze di Trastevere. Un quadro, un’opera d’arte.
Una tivù che appassionava, che emozionava, che aveva qualcosa da dire e tanto da raccontare. Già, e poi? Poi sarebbe passata altra acqua sotto i ponti. Vent’anni dopo, una nuova, pessima, produzione del Segno del comando, stavolta per le reti Mediaset, ci avrebbe dimostrato che i nostri Settanta – quegli anni “formidabili” – erano definitivamente spariti.

2 commenti:

  1. "Il segno del comando" per me era e rimane uno degli sceneggiati più belli della tv in bianco e nero di quegli anni. Nel 1971 avevo 12 anni circa e quelle immagini di una Roma misteriosa e byroniana mi avvincevano e impaurivano al tempo stesso. Grandioso il cast: Lucia, la nostra bravissima Carla Gravina, tra l'altro era bellissima con il suo medaglione "stregato". Certo, si dirà che la nostalgia gioca a favore riguardo il mio giudizio più che favorevole sullo sceneggiato. Ma non è così, o perlomeno non è soltanto così. Quelle produzioni televisive erano ben fatte, ben scritte e ben dirette per attirare l'interesse dei telespettatori. Gli attori provenivano in larga parte dal teatro. Oggi, invece, è sufficiente aver partecipato ad un reality e, miracolosamente, ci si trovi catalputati nell'interpretazione di una fiction tv da prima serata (e i "risultati" sono spesso sotto gli occhi di tutti noi, telespettatori delusi). Quindi grazie Marco per questo splendido ricordo televisivo di 40 anni fa (su Belfagor, di qualche anno prima, dovrei abusare dell'ospitalità e scrivere un minipanegirico).

    RispondiElimina
  2. grazie e Te caro Giovanni. tempo fa mandai giù in un sol boccone 'A come Andromeda' in videocassetta. e ti confesso che l'emozione fu davvero tanta. emozioni, sì si tratta e si trattava di emozioni, e la tivù di oggi non emoziona più.
    un caro saluto.

    RispondiElimina