domenica 1 maggio 2011

L'Italia unita... dalla fantasia

Nord e Sud (Nord contro Sud), polentoni e terroni. Centocinquant’anni dopo, sempre la stessa storia. I torti e i meriti di Giuseppe Garibaldi, il ruolo delle potenze straniere, come l’Inghilterra, nella realizzazione dell’unità d’Italia, la lealtà o meno delle popolazioni e il dislivello fra le regioni. La violenza delle une e la resistenza delle altre. A gettare benzina sul fuoco i libri che sostengono l’una o l’altra parte e alcune volte tutte e due. A dare la stura Terroni di Pino Aprile (Piemme 2010), un libro “sudista” che si apre con una affermazione grave – più e più volte criticata – e poco meditata: «Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante, volte, per anni…».
Ma per fortuna c’è anche altro sotto il cielo d’Italia. Di quella intera. Le tradizioni, per esempio, e gli uomini che le difendono giorno dopo giorno e al massimo grado possibile. Intendiamoci: tradizioni regionali, locali, cittadine, la cui difesa però è affidata all’estro, alla fatica, all’inventiva dei lavoratori e non all’enfasi, alla polemica spesso gratuita e all’egotismo di amministratori, saggisti e politicanti. L’Italia sarà poco unita politicamente, ma molto unita dai suoi mestieri. Meno lingua e più olio di gomito. È la ricetta “ideale” per scoprire o riscoprire l’unità nazionale. Meno “statisti” e più “artisti, meno provocatori e più taglialegna, meno onorevoli e più tagliapietre… È anche un’illusione, forse. Anzi è utopismo. Ma è il mestiere antico o di antiche origini ad attrarre oggi, a spingere i visitatori oltre le linee “gotiche” e i confini “padani”, quelli alpini e quelli marinari. Quanti “stranieri” si spingerebbero in Sicilia per assistere a una seduta del consiglio regionale? Quanti invece per vedere un artista intagliare una pietra bianca della Val di Noto, o visitare un antico caseificio? Quanti per vedere le mucche al pascolo o i cavalli bradi, le fiere e le sagre alimentari e quanti per l’insediamento di un giovane sindaco? A Catania, seppur nei quartieri ove il degrado è una costante e la legalità un lusso che in pochi si permettono, non è difficile trovare fra le viuzze del centro più “segreto”, come esempio di tradizione, un maniscalco che ferra gli zoccoli di un cavallo, battendo sull’incudine, e a pochi metri, come esempio di globalizzazione in fase terminale, un negozio di cineserie coi falsi in serie. Pochi dubbi: il secondo sarà il modello commerciale e popolare del futuro (purtroppo), ma il primo verrà ricordato e celebrato come la congiunzione perfetta fra l’atto creativo e il lavoro su commissione. Come il “vero” lavoro. Quello manuale dell’artigiano. Un lavoro con pochissimi sfruttatori e sfruttati, al massimo coi maestri e gli allievi; poco alienato, l’esatto contrario di un impiego dei “tempi moderni”. Citato anche dagli adoratori dei bei tempi andati, come esempio di “parte” positiva di un negativo costituito dal capitalismo in ogni sua forma.  
Tradizione in Sicilia, e non solo, è sinonimo di artigianato. Oramai quasi del tutto scomparso s’intende, e con esse le botteghe e i piccoli esercizi che distribuivano generi e prodotti nei piccoli quartieri. Un artigianato che scartata la piccola dimensione si adatta anch’esso a seguire i grandi numeri. Ad esclusione di piccole attività, che destano la curiosità generale, il vasaio o l’arrotino ambulante, l’arte siciliana è legata al turismo (“continentale” e straniero), con le gesta, un tempo narrate a voce, di Carlo Magno e dei paladini di Francia, che prendono forma nei carrettini siciliani, di ogni misura e colorazione e nei Pupi (tappa d’obbligo per chi si spinge in Sicilia, il museo dei Pupi di scuola catanese, a Randazzo), vere e proprie opere d’arte parificabili alle sculture degli antichi maestri che scolpiscono la pietra alla maniera di Amedeo Modigliani. In questi casi, come in altri – soprattutto per le ceramiche – l’artigianato si fonde con l’opera d’arte vera e propria. E qui il legame Nord-Sud (in special modo col Piemonte citato da Pino Aprile) sembra strettissimo, un’unione capace di far decollare luoghi e regioni ben al di là delle (misere) intenzioni e delle volontà dei colletti bianchi o degli amministratori. Un legame stretto, in nome della libertà di creare a volte di inventare che non c’entra nulla con la politica e che dà pienamente ragione al filosofo Matthew Crawford e al suo “lavoro manuale” come medicina dell’anima, in primo luogo, del corpo e poi chissà...
Piccole officine e artigianato del legno, dei metalli e delle coloratissime ceramiche, dal Piemonte di Giovanni Giolitti alla Sicilia di Francesco Crispi, e poi naturalmente artigianato gastronomico. L’Italia da Nord a Sud è l’Italia dei formaggi delle vallate piemontesi a quelle ragusane, dei vini, dei prodotti della terra, degli allevamenti grandi e piccoli e del… cioccolato. Seguiamo la linea dolciaria che unisce il Nord e il Sud e diciamo che niente riuscirà a spezzare l’unità della Penisola. Le città del cioccolato: Torino, Perugia e Modica. E poi: Gabriele D’Annunzio il vate temerario e Leonardo Sciascia l’introverso e impegnato, l’alfa e l’omega stregati dal magico tocco del mestiere antico. Col dolce passato nelle mani, per due come loro è stato più agevole pensare al futuro.

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