domenica 22 maggio 2011

Sempre il solito "Gattopardo"?

Il 16 maggio si è chiuso il XXIV Salone internazionale del libro di Torino. Quest’anno, forse, si è parlato soprattutto della mostra “1861-2011. L’Italia dei libri”, organizzata all’Oval in occasione del 150° dell’Unità d’Italia. Mostra curata da Gian Arturo Ferrari e suddivisa in cinque temi essenziali: i 150 grandi libri, i 15 superLibri, i 15 personaggi, gli Editori e i fenomeni editoriali dall’Unità ad oggi. Scontato l’interesse per una mostra che, più di ogni altra iniziativa, parla a noi stessi, e ci parla di noi, di quello che siano stati, siamo oggi e probabilmente saremo domani.
I 15 superLibri, in particolare, dovrebbero rappresentare «un punto fermo», si legge sul sito del Salone del libro; 15 lavori che hanno «trasformato la rappresentazione del nostro Paese agli occhi di sé e del mondo», un patrimonio o “il” patrimonio fondamentale dell’italiano medio, di colui cioè che ha coscienza del significato e del valore della “nazionalità”. Molto più semplicemente i 150 libri, invece, «ci hanno resi un po’ più italiani», dalla Morte civile di Paolo Giacometti (1862) a Leopardi di Pietro Citati (2010), passando per Giorgio Bocca, Aldo Busi, Beppe Fenoglio, Dino Campana, Giovanni Verga, Vilfredo Pareto e Cesare Lombroso, libri – un po’ in ordine sparso – che ci hanno raccontato quel che accadeva in Italia, fin nei particolari più segreti o perfino scabrosi.
Potere dei numeri e delle classifiche: i 15 superLibri, diciamoci la verità, intrigano molto di più. Dovrebbero essere conosciuti, mandati giù a memoria nelle diverse stagioni della vita. L’elenco, oramai conosciutissimo, comprende quattro libri dell’Ottocento, Confessioni di un ottuagenario di Ippolito Nievo, il Pinocchio di Collodi, Cuore di De Amicis e Myricae di Giovanni Pascoli. Poi il salto fino alla fine della grande guerra. Si riprende con altri quattro libri fino al dopoguerra (Allegria di naufragi di Ungaretti, La coscienza di Zeno di Svevo, Ossi di seppia di Montale e Gli indifferenti di Moravia); poi si va avanti fino al nodo degli anni Sessanta, e con altri cinque volumi: Se questo è un uomo di Primo Levi, Don Camillo di Guareschi, Il barone rampante di Calvino, Quer pasticciaccio brutto di via Merulana di Gadda e Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Infine gli ultimi due che sembrano capitati lì quasi per caso, lontani parecchi lustri dai precedenti. L’immancabile Nome della rosa di Eco e la “new entry” Gomorra di Saviano. Fine.
Divertiamoci un po’. Prima considerazione: mancano un po’ di premi Nobel a cominciare da Pirandello che al di là dello stile – e per citare un titolo solo Uno, nessuno e centomila, apre a prospettive tutt’altro che provinciali e vola un po’ più alto di Moravia. D’accordo per i poeti (per carità di Patria), ma nell’elenco non compaiono i due pesi massimi del nostro dopoguerra non proprio due intellettuali da “paese dei balocchi”: Pasolini e Sciascia. Senza di loro, l’Italia dell’impegno civile e della magagna continua, si ridurrebbe praticamente a zero. Senza di loro, Saviano – coraggioso per quanto si vuole – sarebbe un naufrago in un’Italia interamente contro. Pirandello, Sciascia e Pasolini non compaiono neanche fra i 150 libri. Ma c’è Artusi… si tratta, ovviamente, di uno scherzo che non vale neanche la pena commentare. Meno male però: c’è (sempre fra i 150), il bell’Antonio di Brancati, omaggio al genio-scrittore che non è esattamente un “fenomeno” commerciale alla Andrea Camilleri.
Rallegramenti per la presenza fra i 15 di Guareschi, considerato da certa sinistra con la bava alla bocca un reazionario tontolone, i giorni pari e un razzista da mandare al rogo, quelli dispari; non ci sono però né Cesare Pavese né Elio Vittorini che si caricarono sulle spalle la cultura dei primi anni del dopoguerra battendo sentieri sui quali, prima o poi, ogni italiano si sarebbe avventurato. La luna e i falò un posto l’avrebbe meritato, Vittorini compare solo nell’elenco dei 150 libri come curatore dell’antologia Americana. Per fortuna, è rimasto il gioiello di Calvino con le avventure di Cosimo Piovasco. Facciamo quattro conti. Se si escludono Guareschi e Levi, il cui libro ha certamente un contenuto particolare, della narrativa italiana mancano ben trent’anni, si passa cioè dalla fine degli anni Venti alla metà dei Cinquanta. È un salto molto lungo. Forse sarebbe stato opportuno esportare almeno un paio di titoli prelevandoli da Silone, Cardarelli, Buzzati, Bilenchi, lo stesso Malaparte, Berto. C’è l’imbarazzo della scelta. Walter Pedullà ha confessato che «Lo spettacolo degli anni Quaranta ha pure del grandioso: mentre tramonta non solo la cultura del fascismo ma anche la letteratura che ha fatto giorno sul mondo e sulla vita nel periodo compreso fra le due guerre mondiali, si vedono le prime luci della cultura che avrebbe guidato l’Italia del secondo dopoguerra ai “fatti d’Ungheria”. Avanguardie addio, addio futurismo, addio surrealismo ed ermetismo, addio espressionismo. O arrivederci, perché sarebbero tornate, in veste rinnovata di neoavanguardie, neoespressionismo e neosurrealismo. Ora però era venuto il tempo del neorealismo … La narrativa d’ora in poi sarà politica: saranno penalizzati quelli che non optano per il versante culturale che combatte per cambiare il mondo in direzione dell’uguaglianza…». Se lo dice lui.
Trasferendoci nella seconda metà del Novecento, il discorso cambia di poco. Saviano a parte che meriterebbe un discorso a sé, nell’Ottanta esce il super best-seller di Eco (25 milioni di copie vendute), Il nome della rosa, che è la cartina di tornasole di un’epoca di rinnovamento nei gusti e nei costumi del Paese. Nel libro si mescolano conoscenze provenienti da ambiti diversi; il romanzo è probabilmente uno dei primi tentativi di una miscela post-moderna che risente – in parte – del recente passato italiano e soprattutto del “nuovo” gusto per il medioevo.
A metà degli anni Cinquanta a parte Calvino e il Pasticciaccio di Gadda, da retrodatare di trent’anni (se si vuol considerare la trama) e che è uno degli esempi più riusciti di libertà letteraria, rimane come simbolo del nostro dopoguerra Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Romanzo senza tempo di una sicilianità “impraticabile”. Un libro considerato reazionario, come certa parte d’Italia (purtroppo), istintivamente trasformista. Cinica. Un capolavoro, certo, ma anche un libro pronto a dare ragione a Goethe: è proprio in Sicilia la chiave di tutte le porte, diceva il vecchio francofortese. Dal Cuore ottocentesco di De Amicis all’“eterna” Sicilia di Tomasi... il periodo è grossomodo lo stesso. Le menti e gli occhi sono diversi, invece. Grandi speranze… scriveva, frattanto, beffardamente Dickens. 

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