venerdì 27 maggio 2011

Vado al Massimo...Cacciari

Partiamo dalla fine. Dall’articolo di Massimo Cacciari su “Repubblica” del 4 maggio scorso. “Il peso dei padri”, cosa significano cioè eredità, libertà e tradizione, oggi. È un brano estratto dalla relazione che Cacciari terrà il giorno dopo, a Bologna, presso l’aula Santa Lucia, per la rassegna “Eredi”. «Erede è nome di una relazione massimamente pericolosa – scrive – il cui senso è oggi soffocato tra impotenti nostalgie conservatrici, quasi a voler fare del figlio l’automatico erede, e idee sradicanti, se non deliranti, di libertà e cioè di un essere liberi in quanto assolutamente non destinati alla ricerca di essere eredi, di un necessario rapporto con l’altro da sé». Il senso, per Cacciari, sta nel rapporto, nell’“umana” relazione con chi ci precede, con le sue idee, con la volontà di costruire, anzi di trasformare la polis – e ciò ricorda un po’ Marx un po’ il Nietzsche più ottimista – quel dato oggettivo che si eredita e si accetta, a meno di non sprofondare nel nichilismo più categorico.      
L’ha detto Cacciari d’accordo, ma poteva anche farne a meno: l’obiettivo per ogni filosofo, dai padri liberali, a Rousseau e Hegel allo stesso Marx e poi, su su, fino a Heidegger per non parlare di Gentile e Gramsci, è quello di voler costruire una “propria” repubblica; dalle utopie anzi utopismi ottocenteschi alle realtà dolorose del XX secolo, dalle terze vie di Ugo Spirito, fino alle ricette new-global e alle profezie della fine della democrazia di Slavoj Žižek; perfino chi filosofo non è come D’Annunzio o Alceste De Ambris ha in mente un “tipo” di Stato, una repubblica – libera e indipendente – perfino l’altro vate, Ezra Pound, che si azzarda ad apprezzare il fascismo e gliela fanno pagare a vita. Fino a quando, almeno i grandi nomi, Pasolini il puro-folle e lo stesso Cacciari, non lo riacciuffano per una chioma divenuta oramai bianca. Il giovane Cacciari vede Pound passeggiare per Venezia, lo segue con lo sguardo. «È il più importante poeta del Novecento», si lascia scappare: Omero… Dante… e poi c’è lui, Pound «comparabile solo a Joyce». La scelta, per far cadere la censura.          
Cacciari pensa in modo «concreto», ha una visione realistica della politica. Chi lo immagina moralizzatore o peggio: inquisitore, come oggi a “sinistra” i predicatori a corto di progetti, commette un errore. Fine delle ideologie, il Novecento è morto – figuriamoci l’Ottocento – niente rivoluzioni, né giostre, ruote panoramiche o tiri al bersaglio, ma riforme condivise e classi dirigenti all’altezza della situazione. La politica lo ha messo al tappeto più volte, ma lui non vuol rinunciare a dire la sua. Prima nel Pci e nella “cosa” di Occhetto, poi con Prodi, la Margherita e il Partito Democratico. Quanta acqua sotto i ponti? I più lo ricordano come sindaco di Venezia (in sella per dodici anni) e sostenitore di un federalismo progressista, in pochi, gli affezionati, come interlocutore della “Nuova destra”. Pare siano passati secoli, ma Cacciari ha solo sessantasette anni e tanta voglia di sana e garbata polemica. Realista lo è sui grandi temi – sul “destino” dell’Occidente – e sui cosiddetti minori. Replica a tutti e su ogni cosa. A chi gli chiede ricette sulla globalizzazione o sul capitalismo risponde che è una forma sociale «per tutti» e la si deve accettare per forza. È un laico che lavora nelle università cattoliche. A volte sembra Nanda Pivano: se cita il Vangelo gli brillano gli occhi. Una fonte «straordinaria» dice, che «chiama a essere “perfetti”». Cacciari uomo del dialogo: fra il sorrisetto degli ipercritici e gli accidenti dei compagni, si concede due o tre giri di valzer con la Chiesa, parla di Gesù e dei cristiani con un rispetto d’altri tempi. Cristo? L’essenziale è trovare un grande punto d’incontro fra il cristianesimo e la modernità, alla maniera di papa Wojtyla.
Da Dio a mammona. A chi gli chiede perché Berlusconi sia ancora lì, a palazzo Chigi, risponde, senza irritarsi, che l’opposizione, per ora, è debole e che Berlusconi sta in piedi per questo. Niente influenze occulte, nessun ruolo dei “poteri” forti, anzi, ma un’opposizione che non riesce a farsi maggioranza, come in passato, che non la smette di fare il gioco del “caimano” e che non propone riforme credibili, a cominciare dalle fondamenta, cioè dalle “istituzioni”. E di Berlusconi? Cosa pensa di Berlusconi? Ruby non è affar suo, cioè di Cacciari, che si tiene occupato con la filosofia, con la politica, con l’insegnamento ma non col pettegolezzo. Il premier è un «irresponsabile», lo si sente dire, e chi non è credibile non può governare né in Italia né altrove. In qualunque paese europeo Berlusconi sarebbe andato già a casa. Il segnale è chiaro, ma non è tutto. Un leader che ha promesso e promesso e che vede con “fastidio” chi vuol limitare il suo potere, cioè la magistratura, è un populista, o forse vuol dire un demagogo. Qui da noi, nulla è più duraturo della transizione. Nessuno ha fatto le riforme (sempre quelle): né federali, dal basso, né di politica industriale, né liberali. È tutto fermo, bloccato, oggi è tutto nelle mani di Berlusconi, ogni cosa dipende dagli umori o dai rumori di Arcore.
Qualche tempo fa, ad “Affaritaliani.it” definisce Berlusconi un «colossale ostacolo ad ogni processo di riforma…», al “Secolo d’Italia”, nell’ottobre del 2010, approfondisce il tema da professor della “mia sorte”, con Federico Brusadelli: «dal 1991-92 a oggi abbiamo assistito, da una parte e dall’altra, ad atti, anche generosi diretti a creare i soggetti in grado di costruire a loro volta la Seconda Repubblica. Eccola, la storia degli ultimi venti anni: una serie infinita di tentativi (falliti) di costruire forze maggioritarie o almeno tendenzialmente maggioritarie. Da destra e da sinistra, nel centrodestra e nel centrosinistra, l’Ulivo il Pdl: tutto fallito…». Destra e sinistra? In realtà, due termini che non hanno alcun significato, Cacciari lo dice già dagli anni Settanta: «Quei termini erano le contraddizioni storiche del Novecento: programmazione e mercato, pubblico e privato, atlantismo e neutralismo. Tutte grandi contraddizioni che sono state spazzate via dalla storia…». Chiaro anche questo no? E quali le notizie, dall’altra sponda? Lì – ha detto poco più di una settimana fa – nessuno ha il coraggio di ridere. Nel Pd litigano tutti. A “sinistra” occorre operare una rifondazione nel segno delle nuove alleanze. Verso il centro e coi moderati: è l’unica «strada». La sola speranza oggi è il Terzo polo. Ma è essenziale che faccia proprie le politiche del Terzo millennio e assuma un nuovo linguaggio. Casini, Montezemolo, Fini, “Futuro e libertà” sono sulla “retta via”. Devono affrontare la fase del chiarimento interno. Mai voltarsi indietro, comunque; l’eterno vizio della politica. Degli italiani.
L’esempio può darlo lo stesso Cacciari. Membro del Pci, parlamentare dal ’76 all’83, poi leader mancato dell’Ulivo – un’esperienza definitivamente «tramontata», dice – polemicamente definito di “destra” dall’avversario Felice Casson, durante le elezioni veneziane del 2005. La colpa è “gravissima”: aver voltato le spalle al centro-sinistra. Lui non se ne cura e va avanti fino alla segreteria Bersani. Ma quando è troppo è troppo. Occorre una soluzione drastica: smettere con la politica e guardarla dal di fuori. Sono indiscutibilmente «avanti», dice orgoglioso di sé. Non è una scusa. Cacciari non ama le chiusure, il ritorno al passato. La politica dei gattopardi. Le false misure e le soluzioni abborracciate. Anche per questo la “destra” che alla fine dei Settanta si riunisce nei “campi Hobbit” e dagli Ottanta scopre gli altri mondi possibili lo ammira con poche riserve. Sarà per gli studi da perderci la testa, fra Schopenhauer, Nietzsche e Heidegger; sarà per i saggi che animano un pensiero fondamentalmente elitario: da quelli dei Settanta sul “pensiero negativo” fino a quelli del 1990, Dell’inizio, e del 2004, Della cosa ultima, entrambi per Adelphi, la casa editrice che pubblica Emil Cioran, René Guénon, Ernst Jünger e Carl Schmitt. O sarà, semplicemente per la sua natura di esploratore-filosofo, aperto la dialogo. Carismatico e brillante. «Ricordo la meraviglia di Massimo Cacciari – rammenta Giano Accame ne Il Maestro della Tradizione – ottimo conoscitore da sinistra degli autori della Rivoluzione Conservatrice sui quali organizzò anche dei convegni con l’Istituto Gramsci del Veneto, quando nella libreria di Enzo Cipriano, che era allora proprio sotto casa mia, scoprì edizioni de Il Borghese o di case minori e ghettizzate di ultradestra con traduzioni dal tedesco che lui ignorava». Quanti sarebbero entrati in un luogo specializzato nella diffusione del “pensiero di destra”? Cacciari, invece, ci organizzava i convegni, con la destra. Anzi con la “Nuova destra”.
Paradosso?  Crediamo di no, Cacciari ha un posto d’onore nella storia della cultura della “destra”, dagli Ottanta in poi. Difficile paragonarlo al ruolo nella sinistra politica. Una storia fatta di incomprensioni, chiamiamole pure sconfitte. Alla fine del 1982, il 27 novembre, a Firenze, si incontrano per una pubblica discussione dal titolo “Sinistra e nuova destra. Appunti per un dibattito”, Marco Tarchi, Giano Accame, Giuseppe Del Ninno, Giovanni Tassani e Massimo Cacciari. Tutti i giornali ne parlano. Non è una cosa da poco, perché il clima è caldo, la tensione alle stelle. Nel febbraio dell’83, si consuma l’uccisione dell’ultimo “cuore nero”: Paolo Di Nella. Stavolta però al capezzale del ragazzo giunge perfino il presidente della repubblica Sandro Pertini.
A “destra”, da almeno un quinquennio, si vive di disordine positivo. È l’eredità, per dirla con lo stesso Cacciari, della stagione del “lungo Sessantotto”. Un Mao Zedong piuttosto nietzscheano l’avrebbe tradotta in massima: “grande è il disordine sotto il cielo. La situazione è quindi eccellente”. Ma qualcosa si muove all’interno del “polo escluso”. Fra le nuove generazioni, quelle nate dopo la guerra, quelle che hanno perso il treno della “contestazione globale” e le generazioni orfane della vecchia politica, che al “non rinnegare non restaurare” di De Marsanich preferiscono il dialogo con l’avversario, ora ex nemico. Con pochi “se” e pochi “ma”, per fortuna. Fino a quella data e per via ufficiale, solo Giampiero Mughini, col suo speciale “Nero è bello” mandato in onda da Rai2, negli ultimi giorni del 1980, s’è già preso la briga di considerare la “destra” giovanile come qualcosa di più che un ambiente di pericolosi fanatici. Per il resto è buio fitto. Ancor prima del convegno organizzato a Firenze, su Panorama, ricorda Luciano Lanna nel Fascista libertario, Cacciari sottolinea l’importanza che può assumere la “Nuova destra” all’interno del «caso italiano». Una destra che ha cominciato a interessarsi di solidarietà, diritti, ecologia e pacifismo. A coronamento di un dialogo trasversale destinato a non interrompersi, la partecipazione del futuro sindaco di Venezia a uno dei best-seller della “Nuova destra” curato da Maurizio Cabona e Stenio Solinas, C’eravamo tanto a(r)mati, insieme a lui, fra gli altri: Massimo Fini, Gianni Rivera, Umberto Croppi, Adolfo Morganti, Giordano Bruno Guerri e Paolo Isotta. A.D. 1984.
Anni che passano, esigenze che incontri. Dalla necessità di unirsi, alla necessità di far da sé. “Forse non saprò fare politica”, dice di sé Cacciari con fiera ironia se stuzzicato dai giornalisti, ma l’intuizione del combattente di razza non gli manca. Nel 1996 fonda il “Movimento dei sindaci” una soggetto che si pone come punto di riferimento federale e trasversale per un’Italia uscita con le ossa rotte da “tangentopoli”; in passato c’era l’esigenza di aggregare sanando le divisioni fra destra e sinistra e quelle della guerra fredda; dodici anni dopo, invece, la “necessità” di sottrarre gli elettori alle seduzioni di una Lega secessionista con la bava alla bocca. Salvaguardare l’unità del Paese: un soccorso italiano, in fin dei conti.
Il resto è storia recente. Ribadendo il proprio interesse verso la “questione settentrionale”, a luglio dell’anno scorso, Cacciari presenta il manifesto “Verso Nord, un’Italia più vicina”, per un movimento in alternativa a una Lega acchiappavoti, al Pdl e soprattutto al deludente Pd. Un manifesto contro il bipolarismo che rinnova la trasversalità e la rottura degli schemi novecenteschi. Cacciari non riesce a non fare sul serio. La crisi è reale e bisogna raccogliere le forze. Il movimento, partito in ottobre, è fedelmente alleato a Luca di Montezemolo, il manager di lungo corso e in perenne ascesa al quale Cacciari adesso si sente idealmente vicino. In aprile, è l’ex sindaco ad annunciarne la “discesa in campo”. Le probabilità di una buona riuscita del progetto, ancora quasi del tutto sconosciuto, sono abbastanza buone. Per Cacciari, il presidente Ferrari, dovrebbe «intercettare» i voti degli scontenti, di chi cioè «non va più alle urne e non si riconosce in questo bipolarismo italiano, perché è fallito». Se Montezemolo riesce nel suo compito, continua Cacciari, «si colloca bene in questo vuoto politico, e ha buone possibilità di candidarsi seriamente a Presidente del Consiglio». Naturalmente, per il prima e per il dopo, il peggior oppositore è sempre Berlusconi. Se “Silvio c’è”, nulla è possibile.         
Domanda d’obbligo: qual è la relazione fra il Terzo polo e il movimento di Montezemolo? Risposta: «Il Terzo Polo non ce la può fare da solo». Sì? Staremo a vedere. 

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