sabato 14 maggio 2011

Whisky, soda, rock and roll

Come Gioachino Rossini? Forse sì. Il 20 maggio del 2001, dieci anni fa, moriva Renato Carosone uno dei cantanti più importanti del nostro dopoguerra. L’uomo che ha reso possibile il matrimonio fra la tradizione napoletana e la musica americana. Quarant’anni prima di morire – nell’estate del ’60 e pochi mesi dopo la morte del grande Fred Buscaglione  – aveva già deciso di abbandonare la scena, convinto che i Sessanta non sarebbero stati i suoi anni. Convinto che il concetto di popolarità, come il fascino della leggerezza, sarebbe cambiato velocemente. E aveva ragione, naturalmente. C’era aria di nuovo in giro, con Elvis, con il “rock and roll” e, in Italia, con gli “urlatori”. La musica stava diventando uno stile di vita, una diversa abitudine, qualcos’altro da ciò che era sempre stata. Con una particolare tensione e un significato diverso, anche. Una decisione presa col coraggio dei grandi, quella di Carosone. Come nel caso di Rossini, appunto.
I suoi anni erano stati i Cinquanta, invece: gli anni di “Maruzzella”, “Tu vuo’ fa’ l’americano”, “Pigliate ‘na pastiglia”, “‘O sarracino”, “Caravan petrol” e “Torero”, composte per la maggior parte da Carosone e da “Nisa”, Nicola Salerno, autore nel 1964 di “Non ho l’età” di Gigliola Cinquetti. Nisa- Carosone, una delle più belle coppie della canzone italiana; un Mogol-Battisti alla partenopea, dirà Renzo Arbore all’indomani del napoletano di vico dei Tornieri.
Musicista geniale, ironico e divertente, Carusone – questo il vero Cognome – è stato fra i pochissimi artisti di casa nostra a conquistare il mercato americano. Ha cantato il (e nel) periodo della grande trasformazione della società italiana: il periodo dell’esterofilia trionfante, del “sogno americano” in terra italiana, dei ritmi d’oltreoceano, delle seduzioni culturali stelle-e-strisce e delle goffe imitazioni in ambito giovanile. Imitazioni quasi sempre a metà: belle ma povere. Ambiziose e irrealizzabili. Dopo le tragiche vicende della prima parte del Novecento, con Carosone - e con Alberto Sordi - il nuovo mondo torna finalmente a far sorridere. Carosone è l’alter ego dell’“Albertino” degli anni Cinquanta, del Nando Meliconi pazzo per l’America, nel celebre film di Steno “Un americano a Roma”. Sordi è l’imbarazzante protagonista di un’America italianissima, sciocca e infrequentabile, passata a setaccio dal cinema e dagli altri mass media, Carosone, invece, è il divertito “cantastorie” della nostra ingenua e appariscente esterofilia. Entrambi, grazie al loro talento, un vero libro di storia.
Nato a Napoli nel 1920, dopo le prime esperienze musicali, Carosone si diploma al conservatorio di San Pietro a Majella nel ‘37, poi parte per l’Africa orientale italiana. Qui rimane nove anni, compreso il periodo di guerra. Diventa un bravissimo pianista, conosciuto per la grande tecnica. Ma al suo ritorno in Italia, nonostante il successo, deve ricominciare tutto da zero. Dapprima fonda il trio Carosone con Gegé Di Giacomo, nipote di Salvatore Di Giacomo, alla batteria e Peter van Wood alla chitarra – il futuro astrologo e personaggio televisivo – poi, dopo l’uscita dell’olandese, il terzetto diventa quartetto e infine sestetto cambiando però più volte la propria composizione interna. Il vero successo per Carosone arriva nella metà degli anni Cinquanta, alla “Bussola” di Focette, in Versilia. Il locale è di Sergio Bernardini, nome storico della musica italiana; qui si esibiscono, si affermano, e si affermeranno nell’immediato futuro, artisti del calibro di Mina, Milva, Ella Fitzgerald, Louis Armstrong, Marlene Dietrch, Tom Jones e Fabrizio de Andrè. Il gemello della “Bussola” il “Bussolotto” tempio del jazz ospita più e più volte Romano Mussolini.
I ritmi americani, swing e jazz, catturano l’attenzione del giovane Carosone che a sua volta cattura l’attenzione del mercato statunitense. È un dare e ricevere. “Torero” (1957) che alla quasi totalità dei “doncamilliani” giovani d’oggi dice pressoché nulla, rimane per due settimane al primo posto della hit parade americana, viene incisa in oltre trenta versioni diverse e vanta traduzioni in altre lingue straniere (come una piccola: “‘O sole mio”); all’inizio del 1957 il sestetto di Carosone arriva perfino alla mitica “Carnegie Hall” di New York.
Dopo un po’, però, il silenzio. Carosone si allontana dal pubblico, anche se non smette di suonare. Scopre la pittura. Nel 1975, il primo rientro. Bernardini lo invita alla “Bussola” e il successo è scontato. Va in tivù, poi riprende a incidere dischi; nel 1989 partecipa perfino a Sanremo e arriva quattordicesimo con “‘Na canzuncella doce doce”. Si ricomincia  a parlare di lui. Manu Chao dice che Carosone è una «medicina contro la depressione». Lo spagnolo Tonino Carotone – che ha collaborato con cantante parigino – si ispira a lui per il proprio nome d’arte. Basta? No, perché la stella di Carosone in realtà non si spegne neanche al cinema. Nel 1973, fra tanta buona musica, Martin Scorsese dirigendo “Main streets” inserisce “Maruzzella” e “Scapricciatiello” nella colonna sonora del suo film. Le grandi dive e premio Oscar, Sophia Loren e Anna Magnani rendono omaggio a lui e alle sue canzoni, come John Turturro, e poi ancora Anthony Minghella, Matt Damon e Fiorello nel “talento di Mr Ripley”, del 1999. Renato l’americano ha conquistato anche l’altra parte dell’America. Non solo quella del “rock and roll”, ma anche quella, più luccicante, del “whisky and soda”.

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