domenica 26 giugno 2011

Maestri maledetti

Maledetto? Sì grazie... Dal giorno della morte, e il prossimo primo luglio saranno passati cinquant’anni, parecchie cose – molte opinioni e una quantità di pareri – sono già mutati riguardo la vita, l’opera e la morte di Louis-Ferdinand Céline. Ma una particolarità è rimasta tale e quale: nessuno si è sognato o si sognerà mai di staccare l’etichetta di maledetto dalla sua pellaccia. Come è avvenuto per gli scrittori deliranti che lo hanno preceduto (vedi i poeti maledetti di Verlaine), come avverrà per le icone pop – soprattutto quelle artistiche – che verranno dopo di lui. Lui è un anarchico crudo e iperrealista praticamente da sempre; ha vissuto con autentico distacco il mondo dei borghesi come un personaggio marginale di un Ovest immaginario ma non troppo. Più di Gide, come il nostro Pasolini ha preferito sporcarsi anzi vivere con abiti e pensieri sporchi, trasandati, non abbassando il capo innanzi a ragioni che non potevano essere le sue. Punto. Ci riferiamo alla politica naturalmente, ai marchi di “antisemita” e “collaborazionista” impressi anch’essi sulla pelle céliniana e dai colori incancellabili. Ma alle accuse, lui sceglie di reagire in modo sincero, perfino brillante, con un donizettiano «Evviva la Francia!».
C’è quella bellissima frase pasoliniana che riassume decenni di impegno fuori dagli schemi dell’intellettuale bolognese, una frase recitata (a caso?) in collegamento con la televisione francese: «Io credo che scandalizzare sia un diritto, essere scandalizzati un piacere e chi rifiuta il piacere di essere scandalizzato sia un moralista…». Il riferimento era al film Salò o le 120 giornate di Sodoma. Senza infingimenti: 120min di oscenità, un lavoro sconcio, violento, come solo un “figlioletto” di Céline avrebbe potuto partorire. Quell’uomo che aveva vissuto gli ultimi dieci anni della sua vita da misero medico di miseri pazienti, circondato da miseri animali, dalla povertà e dal bisogno. L’uomo che oggi viene considerato – come Pasolini appunto, ma non tanto per i suoi romanzi quanto per la sua profonda e geniale verve polemica – né più e né meno che il papà delle forme di ribellione aperte, popolari, cupe, intense, anticapitaliste, sacrileghe, letterarie, anche se profondamente ineleganti. L’uomo che parlava delle banlieue così come l’autore delle Ceneri di Gramsci narrava delle borgate romane e che aveva anticipato proprio il messaggio pasoliniano sui potenziali “danni” arrecati dalla tivù. Che aveva col potere – e i potenti – un rapporto a dir poco tremendo. L’uomo che alla “regolarità” del mondo (moderno) e della società di massa preferiva le libertà e i disagi dell’anticonformismo. Un mondo al quale, naturalmente, aveva indirizzato gran parte del proprio disprezzo, un mondo abbellito a volte con note nietzscheane, avvolto altre volte negli abiti di una comune altezzosa antipatia verso la normalità.
Quel giorno di luglio del 1961 di Céline si parlava parecchio male. Del suo Voyage au bout de la nuit perfino, che faceva storcere il muso nonostante il successo, figuriamoci delle sue Bagatelles pour un massacre. E oggi, se ne parla ancora male e si vietano le “celebrazioni” per i cinquant’anni dalla morte; e lo si maneggia con cura, perché Céline è uno che è andato ben al di là della comune tollerante polemica. Uno che ha detto troppo. Troppo, perfino per un anarchico. Data simbolo: Céline moriva all’inizio di quegli anni Sessanta che avrebbero cambiato vita, abitudini, gusti e modi di pensare dei giovani d’Occidente. Veniva da esperienze di guerra terribili: dragone ed eroe nella grande guerra, fra i protagonisti in negativo della seconda. Nei Sessanta e nei Settanta, spinti da nuove esigenze, nuovi temi ma anche da nuove guerre (il Vietnam), i giovani ribelli cercavano di cambiar pagina. Alcuni erano dentro il calderone delle ideologie fino al collo (fascisti, comunisti e creduloni d’ogni colore), molti invece fin da allora non rinunciavano a una formazione diversa più per temi che per contrapposizioni. Céline, per se stesso e come “figlioletto” di Nietzsche, era uno dei nuovi maestri (seppur maledetto) e maestri lo saranno poco dopo anche altri “viaggiatori” in epoca beat, fino a Charles Bukowski altro céliniano per concetti ed espressioni.
Ma maestro lo era (e non per tutti) anche uno dei “pallini” del vecchio Hank, quell’Ernest Hemingway che magia dei numeri, morirà suicida proprio il giorno dopo il dottor Destouches, il 2 luglio del 1961. Altro mago della penna che seppe mettere nero su bianco il proprio esclusivo talento per la libertà, l’avventura e il successo. Primo fra i personaggi globali del nostro tempo – è stato detto: al pari di una Callas – Hemingway è stato un narratore schietto, diretto, sempre in fuga dai giri di parole, un poeta lontano anni luce dalle smancerie o dai virtuosismi delle tradizioni vuote e galanti che ogni paese era ed è orgoglioso di poter vantare. Si leggano le sue poesie, e si capirà l’uomo. Su Hemingway è possibile perdersi in una quantità infinita di affermazioni. Omaccione non privo di un gusto tutto americano e tutto moderno per il sangue e l’azione, è stato uno dei più attivi testimoni delle guerre del secolo trascorso (almeno due titoli: Addio alle armi e Per chi suona la campana). Decorato come Céline, ha girato il mondo per poter capire e scrivere, dosando romanticismo e realismo. Materia e spirito. Cinque anni prima, a Roma se n’era andato Corrado Alvaro, scrittore e giornalista calabrese, anch’egli giramondo, anch’egli inviato di guerra, anch’egli ferito al fronte. Le sue esperienze giornalistiche, le collaborazioni al Mondo di Giovanni Amendola e a Omnibus di Leo Longanesi fecero di lui una voce importante del nostro Novecento. Vinse lo strega nel 1951. Negli ultimi anni di vita gli fu molto vicino Cristina Campo. Lo vide perfino morire: «se n’è andato a occhi chiusi, dopo una lotta che appariva una suprema concentrazione…», scrisse. Come il personaggio di una novella. Anche lui carne, anche lui spirito.

sabato 18 giugno 2011

Vuoi il divorzio? Compra la pistola

La rosa dei candidati per “Miglior attore protagonista”, agli Oscar del 1963, era formata da cinque pezzi da novanta: Gregory Peck – che risultò il vincitore – Burt Lancaster, Jack Lemmon, Peter O’Toole e Marcello Mastroianni. Quest’ultimo, che girava in media quattro film l’anno era l’apprezzato protagonista di Divorzio all’Italiana (adesso, cinquant’anni appena fatti), capolavoro di Pietro Germi, fra i migliori film italiani di sempre e bandiera dell’italica commedia. Partendo da un romanzo di Giovanni Arpino, il film narrava le avventure di un siciliano doc, il barone Ferdinando, Fefè, Cefalù, di sua moglie Rosalia, della giovane cugina e amante Angela (una giovanissima Stefania Sandrelli), e tutt’attorno di una società con le sue regole private e pubbliche oramai del tutto inadeguata. Una società nella quale, negli usi e nei pensieri, il barbaro “delitto d’onore” rimpiazzava ancora il civilissimo divorzio.
I meriti di questo film e dello straordinario Mastroianni erano moltissimi. Regista, protagonista e sceneggiatori (Ennio De Concini, Pietro Germi e Alfredo Giannetti), offrivano una visione più che sufficiente della vita quotidiana in Sicilia. Ma c’era sicuramente molto altro: nel falso paese di Agramonte – il film venne girato fra Ragusa Ibla, Ispica e la provincia di Catania – realtà e finzioni parevano mescolarsi fino a toccare i vertici di un dramma dell’assurdo, dal quale però emergevano verità tutt’altro che assurde. Anzi, perfettamente legali e del tutto naturali. Germi e Mastroianni finivano così per rivelare al pubblico le ipocrisie di un piccolo paese del Sud e il valore fondamentale, ora come allora, della reputazione (qui l’apporto pirandelliano sembrava decisivo) e del giudizio altrui. Il regista genovese sapeva il fatto suo e con la Sicilia, ci andava a nozze da tempo. La Sicilia è «due volte Italia», aveva affermato in una celebre intervista, e proprio perché in Sicilia tutto era ed è eccessivo, nel profondo Sud i pregi e i difetti dello Stivale erano più appariscenti che altrove.
In fondo, la Sicilia era essa stessa un immenso teatro e i siciliani – veri o finti che fossero – personaggi già belli e fatti. Occorreva metterli in scena col giusto criterio e nella maniera opportuna. Per far ciò serviva un regista libero, non uno di quelli che cadesse nell’errore di rappresentare la Sicilia degli “opposti estremismi”, quella povera ma bella dentro (e a volte buffa) o quella pietosa da stracciarsi le vesti; una Sicilia o romantica o iperrealista – più statica di quanto fosse – che poco o nulla riusciva a cogliere di quelle che con linguaggio moderno si chiamavano dinamiche sociali.
Soprattutto oggi, la Sicilia non è un quadro muto da rappresentare ora con colori vivi ora con tonalità lugubri, perché anche se lentamente o contraddittoriamente anche in Sicilia le cose si muovono come nelle altre parti della Penisola, seppure le sue singolarità, come aveva già capito Germi, siano una specie di cartina di tornasole dell’Italia intera. Germi è un regista singolare, viene definito un «solitario» del cinema, la sua carriera, iniziata nel 1946, è colma di svolte, successi ma anche opere non memorabili. Prima di Divorzio all’Italiana, critici e cinefili lo ricordano per il Ferroviere (1956); ma ancor prima fra i Quaranta e i Cinquanta con In nome della legge e nel Cammino della speranza, ha già detto tanto, raccontando una Sicilia coraggiosa e tormentata, aspra e feroce. Con Divorzio all’italiana (e poi col successivo Sedotta e abbandonata) invece fa il suo esordio la Sicilia grottesca, e con essa un pezzo di storia che in pochi, prima e dopo di lui, hanno saputo raccontare con uguale efficacia. Il regista filma i suoi anni e descrive i sapori di quel che bolle in pentola anticipando perfino certo “facile” sociologismo del tempo a venire, con annessi e connessi.
Sì, si ride grazie alla mimica di Mastroianni, si ride sulle inciviltà dell’Italia – e della Sicilia – dei primi anni Sessanta e si ride di una piaga assurda: l’articolo 587 del Codice penale che giustificherà almeno fino ai primi anni Ottanta, il delitto d’onore e, di fatto, la pratica del divorzio “all’italiana”. Nei Settanta in Italia cambieranno tante cose, grazie al benedetto referendum sul divorzio (1974) e successivamente grazie a quello sull’aborto e al nuovo diritto di famiglia, ma nel 1961 se un tizio è stanco di sua moglie (o viceversa), non ha molto da fare. Così la trama di Divorzio all’italiana è una gustosissima, grottesca, surreale, ironica e chi più ne ha più ne metta, istigazione all’infedeltà. Il barone Fefè dall’inconfondibile postura sicula, desideroso di impalmare la giovane e bella cugina, spinge la mal sopportata moglie all’adulterio; ma Fefè ha precedentemente calcolato tutto: se ucciderà la moglie “fedifraga” verrà condannato a una pena molto lieve, e potrà dunque con tutta tranquillità sposare la cugina (apparentemente) innamorata di lui. Tutto è “bene” quel che finisce “bene”? Per niente. Delitto d’onore a parte, la bella Angela svelerà molto presto il suo vero volto da moglie infedele. Proprio così.
Agli inizi dei Sessanta, l’Italia è un paese in moto, che marcia al ritmo del boom economico. Nel 1960, a schiudere le porte al moderno decennio, è uscito La dolce vita di Federico Fellini che apre a prospettive inconsuete, è il film simbolo di un’Italia nuova, quella del risveglio dopo gli anni bui del dopoguerra, simbolo anche di un’Italia – perché non dirlo – che comincia a trattare l’incognita “sesso” in un modo diverso da come aveva sempre fatto. Non è un caso, anzi tutt’altro, che del capolavoro felliniano si parli pure all’interno di Divorzio all’Italiana. È un messaggio: l’annuncio che l’Italia è cambiata, e che un paese intero, Agramonte, è invitato a prenderne atto. Un anno dopo, Germi ha scelto la Sicilia per abbinare al messaggio felliniano, il suo tema: l’Italia reale guarda lontano e gli italiani sono invitati a prenderne atto. Occorre che anche l’Italia legale se ne renda conto, adesso. Passeranno parecchi anni. Passerà una generazione. Ma alla fine tutti potranno godere del sospirato successo. A Rosalia, Angela e a migliaia di uomini e donne insoddisfatti del proprio matrimonio, gli italiani augureranno, finalmente, lunga vita e giorni felici.

domenica 12 giugno 2011

Strano ma genio

In principio fu Giorgio Gaber, che se la prendeva con chi divideva il mondo in due fette: l’emisfero con le cose di “destra” e l’emisfero con quelle di “sinistra”. Doccia di sinistra, vasca da bagno di destra, eccetera. Andando avanti così, ognuno di noi poteva giungere fino alla suprema divisione di campo fra i papà di quella “strana cosa” che è la psicologia analitica, scrivendo il nome di Freud sulla parte sinistra della lavagnetta e quella del suo “discepolo” Jung su quella destra. Una delle (principali) differenze fra i due? Freud era ateo, Jung invece era interessato alla natura spirituale dell’uomo con annessi e connessi. A questo punto, entrambe le squadre avevano il loro “capitano” e tornavano a casa contente.
La cose da dire però, non sarebbero poche. “Spiritualità” è una specie di parola passepartout che può significare tutto e niente – Mefistofele, per esempio, era un personaggio dotato di una spiritualità mica da ridere… Sovente, il ricorso alle dodici lettere che compongono la parola “spiritualità” può essere il colpo a effetto di chi è dotato di una personalità eccezionale – quindi: singolare, insolita, poco diffusa e inimitabile – oppure la condotta di chi si trova sprovvisto di idee o forse, al contrario, di chi crede di averne perfino fin troppe di idee; infine, il “colpo da knock-out” di chi nasconde la testa sotto l’ala dei paroloni ed è incapace di riflessioni che sappiano volare ad altezza giusta, per esempio alla semplice altezza degli altri uomini. Ecco perché sugli autori, scrittori e personalità che parlano di “spiritualità” andrebbe fatto un ragionamento molto particolare, selettivo e approfondito.
Profittiamo del cinquantesimo anniversario della morte di Carl Gustav Jung (che cadeva il 6 giugno scorso), per ri-avvicinarci a quest’autore e per sottrarci contemporaneamente a quello strano dovere che Richard Noll, autore negli anni Novanta di un saggio fortemente critico su Jung e junghiani – Jung, il profeta ariano – citando Ferdinand Tönnies ricordava fin dalle prime pagine del suo libro: il cosiddetto culto di Nietzsche e di tutti i nietzscheani derivati e successivi. Al di là del peso da dare ad alcune vicende biografiche, ne guadagnerà l’autore e ne trarranno profitto quelli che vogliono e possono ampliare – in modo sereno e pacato – le loro conoscenze.
Siamo abituati a vedere in Freud il padre di un pansessualismo quasi maniacale e in Jung invece colui che apre a una concezione complessa della libido, che tiene conto di un patrimonio di tipo “storico”. Il viennese avrà un difensore di “lusso”, quell’Evola che vedeva nel sesso la radice «fondamentale» della «vita naturale». Qualcuno l’avrebbe mai detto? Il particolare approccio junghiano alle discipline del tempo – delle scienze sarà anche critico attento – si avverte invece tenendo conto delle particolari passioni intellettuali del medico di Kesswil: l’egittologia, le scienza naturali, ma anche la filosofia. Jung di famiglia povera ma di grandi ambizioni, diventa medico quasi per caso e capisce che la strada giusta è lo studio della psiche umana, dopo aver letto un libro di psichiatria. A quel tempo – siamo agli inizi del Novecento – la psichiatria è ancora una disciplina praticamente inesistente. Freud e Jung si conoscono personalmente nel 1907 e diventano amici anche se le loro personalità divergono in maniera netta.
In una famosa intervista rilasciata nel 1959 alla tivù inglese, Jung parla di Freud come di un uomo sicuro di sé, con una mentalità “poco filosofica” e poco aperta al dubbio. L’amicizia fra i due – già precaria – è dunque destinata a rompersi molto presto; l’atto finale è la pubblicazione del volume Trasformazioni e simboli della libido (1912). Jung sostituisce al simbolismo di tipo sessuale del papà della psicanalisi una personale – anche se al tempo assai diffusa – concezione di tipo mitologico. Dichiara fra l’altro che nella psiche di ogni individuo c’è uno strato impersonale e che la psiche stessa rivolta verso un’“interezza” nella quale il conscio e l’inconscio – mai vacante – cercano un equilibrio, non è legata alle regole di tempo e di spazio generalmente conosciute; naturale corollario è che il particolare “status” di cui gode la psiche rimanga in carica per la vita e anche dopo la morte biologica; inoltre Jung è in grado di testimoniare l’esperienza di un paziente che descrive i rituali mitraici del gran papiro magico di Parigi, ancor prima che esso venga rinvenuto. Sarà senz’altro così. Ma Jung è celebre per aver dato credito ai cosiddetti “fenomeni paranormali”, agli Ufo (anche se non sempre alla loro realtà “fisica”), alle fenomenologie delle culture orientali, all’alchimia e a suo modo all’esistenza di Dio. Celebre è la frase junghiana io non affermo di credere in Dio, ma affermo di sapere! Per taluni ciarpame da Occidente in forte crisi di identità e in attesa di una “liberazione” politica, per altri, insieme ai contributi di Goethe, Schopenhauer, Nietzsche e ai rimandi alla classicità – peraltro di gran moda nella prima parte del XX secolo – uno dei forzieri di maggior valore di uno studioso impenetrabile.
E gli archetipi? Altro non sarebbero se non «forme» di tipo universale del cosiddetto inconscio collettivo, cioè di quella sorta di memoria dell’umanità che va ben oltre l’individuo. Gli archetipi, come qualsiasi appassionato sa, si trovano facilmente nelle favole, nei sogni e appunto nei miti. Fascino, lavoro, intuizione. Un gran personaggio Jung, non c’è che dire, un collettore – nobile e raffinato – di culture diverse, spiritualiste, elitarie e vitalistiche, comprese quelle, “alternative” che sempre secondo Noll vanno a braccetto con certo nazionalismo tedesco della prima parte del Novecento. Uno Jung essoterico sicuramente, ma che si accompagna anche a uno Jung intimo, che va oltre le incognite legate alle personali esperienze, umane e professionali. Oltre le «visioni apocalittiche» in primo luogo, che contrassegnano la maturità di un uomo felice ma vicino alla follia. Adesso, è tutto nel suo Libro rosso, sorta di diario di un’anima iniziato nel 1913 e pubblicato in Italia per Bollati Boringhieri appena qualche mese fa. Nessuno ha mai dimenticato Jung. Certamente, neanche i suoi misteri.

venerdì 10 giugno 2011

Fumetti ed eroi. Purchè la "scelta" sia giusta

C’era una volta il fumetto. E c’è ancora adesso. C’era negli anni Trenta, quando le vicende di casa-nostra andavano bene, per una parte politica, e meno bene per un’altra, e il fumetto giovava ai sogni (sicuro!), ma spiegava anche, ai nonni, com’era fatto il mondo e perché andava in un certo modo e solo in quello poteva andare; e c’è ancora adesso, adesso che è diventato arte sofisticatissima, arte a “servizio” dei buoni che fischiettano agli angoli delle strade o a bordo delle navi per malinconia e perché sono “dannati” o utopisti o politicamente scorretti o anche un po’ figli di…
Quello che oggi chiamiamo fumetto nasce in America agli inizi del Novecento, per far sì che l’edizione domenicale dei maggiori quotidiani venda di più. E nasce per gli adulti, ma a un certo punto – probabilmente per normale vocazione – si trasforma in lettura per ragazzi. C’è una generazione di anzianissimi che coi fumetti è cresciuta, da Lucio l’avanguardista a Topolino da Braccio di Ferro a Flash Gordon. E che i fumetti li ha letti e poi guardati in tivù negli anni Settanta, con figli e nipotini. Poi ci sono le generazioni di mezzo, quelle che patiscono la fame più delle altre, quelle che hanno il neorealismo nel sangue e il tempo libero preferiscono impiegarlo in tutt’altro modo. Un giorno sì l’altro no, però, sfogliano un fumetto western. Infine, quella del mensile Linus e le successive dagli Ottanta a oggi.
Roberto Alfatti Appetiti ha poco più di quarant’anni, è giornalista e scrittore e al tempo del primo numero di Linus (aprile 1965) non è ancora nato; lui però “appartiene” lo stesso, in pieno, alla generazione Umberto Eco e Oreste Del Buono, quella cioè che ha insegnato a tutti noi a prendere i fumetti completamente sul serio. Come si trattasse di Melville o Salgari o Conrad. D’altra parte, a spiegarci che i fumetti erano un fenomeno granché interessante ci aveva già provato nell’immediato dopoguerra pure Elio Vittorini all’interno del suo Politecnico, rivista-portabandiera di certo clima ottimistico e dimora naturale dell’intellettuale che non si limitava all’appello consolatorio. E dopo, proprio Vittorini, su Linus avrebbe spiegato a Eco che Charlie Brown era come Salinger ed Eco avrebbe finito per ammettere che il valore di un buon fumetto stava nella «ripetizione» di alcuni elementi fondamentali. E che un fumetto non annoiava – e qui pure Del Buono era d’accordo – se riusciva a scovare all’interno di se stesso delle «più valide» invenzioni.
Discussioni colte anzi coltissime, tutt’altro che passate di moda, alle quali possiamo aggiungere, oggi, anche particolari relativi alle decine di protagonisti dei comics, (quasi) d’ogni genere, età e luogo. Adesso, che il fumetto è diventato cultura alta, a volte altissima e che l’abbondanza di eroi e antieroi permette qualcosa di più che una semplice analisi generale e generazionale, circa i meriti e i demeriti dei disegni con tanto di nuvoletta. Il recente libro di Alfatti, All’armi siam fumetti (Il fondo 2011, pp. 200, euro 12,50; introduzione di Roberto Recchioni, prefazione di Errico Passaro), per esempio decifra le psicologie dei personaggi dei nostri tempi – americani e italiani – e parte dall’assunto che società e politica partoriscono i fumetti che meritano, quelli e non altri, e i valori e i disvalori dei protagonisti riproducono determinate “qualità” ufficiali, sulle quali poi è possibile anzi opportuno discutere. Allora più cha mai, ci vorrebbe, oggi, non tanto il “classico” supereroe forzuto coi super-poteri, pronto al sacrificio e coi compiti di un super guardiano-notturno nelle vie di una città; ma più un guardiano-diurno, colto, filosofo quanto basta, pratico e di buon senso, rispettoso delle regole, dei deboli e delle minoranze; istintivamente onesto, spiritoso e che sappia rigare dritto.
Uno che, per dirla con Gaber, scovi il marcio anche nelle ordinarie famiglie borghesi. E poi, ovviamente, che sia anche un po’ anarchico, o per meglio dire un cane sciolto; sciolto dai vincoli delle morte ideologie, col pallino per i diritti come Leonardo Sciascia, ma molto più atletico. O che sia, perfino, un «fancazzista» che ha smarrito (grazie al cielo, per sempre) la morale buona dell’onesto rivoluzionario da salotto o da schivo “sorvegliante” per torti e ingiustizie. Eccone l’identikit, allora: uno Zagor metropolitano, intelligente come Mister Fantastic. Un tipo che persevera come l’ispettore Ginko (o per certi versi come Paperino), possiede l’umorismo di Groucho Marx e la fortuna di Gastone. Una parola!
Mister No, per esempio, protagonista “storico” della scuderia Bonelli, è per Alfatti un personaggio da piena età del disincanto, anarcoindividualista, con un senso dell’onore molto «personale», ma «insofferente a ogni compromesso e ingiustizia» e che «non si tira indietro se c’è da menare le mani per combattere contro corruzione, minacce e prevaricazioni». Esteticamente simile ai libertari «innamorati della strada e del jazz, come James Dean, Marlon Brando e Jack Kerouac». È lui l’uomo giusto? Ma c’è anche il fantascientifico Nathan Never, altro eroe bonelliano, capace di mescolare, come in un film di successo, temi vecchi e nuovi come la sicurezza in un tempo, in realtà, non troppo lontano da noi. Se quello che si desidera è però un «eroe» a riposo - le virgolette sono necessarie - lontano dalla cattiva folla, antiideologico come un ragazzino sotto i sei anni e tranquillo fino al più rotondo menefreghismo, allora per Alfatti, Andy Capp di Reginald Smythe è quello che può fare al caso nostro. Carlo – il suo nome in edizione italiana – è così scorretto che andrebbe vietato ai maggiori di anni 18, non per niente Valerio Marchi, sociologo di sinistra scomparso da un lustro, lo sopravvaluta, descrivendolo come un ceffo da maxi-processo, un esempio fra i peggiori, a partire da Caino e passando per Giuda.
Insomma, chi è capace di raccordare l’alfa e l’omega dell’immaginario su brossura? Forse Corto Maltese il marinaio (amico di Hemingway e Jack London) di Hugo Pratt? O forse Diabolik, il criminale assurto a modello di “integrità” nel mondo a cui appartiene, cioè quello della devianza? Ci sarebbe da ragionarci su, se fra i candidati non spuntasse un outsider di lusso. Alan Ford di Luciano Secchi, e chi sennò? «Il più sconclusionato agente segreto del mondo delle nuvolette parlanti», lo definisce Alfatti. Dall’aspetto fisico più che sufficiente, abbastanza carente nello spirito di iniziativa e membro di un male organizzato “ufficio” investigazioni – il gruppo Tnt – con a capo un vecchio arrogante sulla sedia a rotelle.
Il suo maggior pregio? La moglie verrebbe da dire, la bella Minuette, così innamorata del biondo allocco da far sorgere spontanea la domanda: e se dopo quarantadue anni e 500 numeri, non avessimo ancora capito come funziona?

sabato 4 giugno 2011

Eliade e Evola. Eine gefährliche Begegnung

Cos’è che può unire – per contenuti, forma ed esperienze – due grandi personaggi come Julius Evola, filosofo della Tradizione e bandiera della destra politica, fino agli scorsi decenni e Mircea Eliade, storico delle religioni e professore a Chicago? Tutto e niente. Tutto se si considera che il rapporto fra i due, in forma epistolare ma non solo, sfiora il mezzo secolo di durata; niente se si tengono in considerazione due dati più di sostanza. Il primo: che l’uno fosse un professore universitario, l’altro invece un tipo che con l’università non ci andava a nozze, pur avendo ricevuto offerte da Giuseppe Bottai; il secondo: che l’uno (Evola) guardava più al lato pratico circa “modi” e “metodi” afferenti al sapere religioso, l’altro invece un tipo che si lascerà catturare da “modi” e “metodi” da studioso del caso.
Adesso, per chi volesse saperne di più, è disponibile la raccolta integrale delle lettere – 16 in totale e quasi tutte del dopoguerra – inviate da Evola a Eliade, nell’arco di tempo che va dal 1930 al 1954. Pubblicate da Controcorrente edizioni-Fondazione Julius Evola, curate da Claudio Mutti e con una presentazione di Giovanni Casadio. Un libro (Julius Evola, Lettere a Mircea Eliade 1930-1954, pp. 80, euro 10), che arricchisce la raccolta di testi ed elementi biografici già disponibili pubblicati dalla Fondazione Evola, da tempo guidata da Gianfranco de Turris. Sono dati fondamentali per comprendere il percorso intellettuale, o cammino, a questo punto possiamo ben dire: complicatissimo, dell’autore di Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo.
Le opere del “maestro della Tradizione”, una trentina e quasi tutte riedite dalle edizioni Mediterranee dagli anni Novanta in poi, non possono più bastare a illuminare la rete di approcci, abitudini, frequentazioni e sovente anche le speranze deluse del pensatore che godeva contemporaneamente della stima di Benedetto Croce e di Benito Mussolini e che, attualmente, viene scrupolosamente “osservato” da una porzione sufficientemente vasta dell’accademia italiana. Che i rapporti fra Evola e l’accademia siano un capitolo a sé stante di una “lunga” biografia (suddivisa in due paragrafi Evola vivente ed Evola morto), lo si evince dalla lettura del saggio di apertura della raccolta di missive. Quasi uno sfogo di Casadio, professore a Salerno, che esamina le reciproche influenze (tante), fra Evola e Eliade: «Il giudizio [non positivo] del giovane Culianu sulla “scientificità” dell’opera di Julius Evola (1898-1974) è sintomatico di un atteggiamento largamente diffuso nella cultura (o incultura?) accademica, un atteggiamento di cui farà le spese egli stesso a giudicare dalle critiche, di tenore non molto diverso, che pioveranno sulle sue opere, prima e dopo la morte…». Un giudizio, aggiungiamo, di cui faranno le spese anche taluni studenti di fine millennio, rei di voler ghermire ragioni considerate “inopportune”. Infine, basterà leggere l’elenco, ad oggi ancora fortemente incompleto, dei corrispondenti di Evola così da estrapolarne il milionesimo dato peculiare. Le amicizie di Evola non erano né quelle di uno “scemo del villaggio” né quelle di un professorino raccomandato dal papà. Si andava infatti da Tristan Tzara – grazie al quale in parte Evola si formò – ai poeti Comi e Onofri, dai due supermassimi Croce e Gentile agli intellettuali di lingua germanica Jünger e Benn. Fino a Carl Schmitt. Molti di questi, non tutti, anche se “segretamente”, stimeranno Evola, lo apprezzeranno e lo leggeranno con curiosità. Fino alla fine.
All’interno del volume, nel saggio di Mutti, la storia del rapporto tra il romeno e il romano. Una storia fatta non solo di date: pochi incontri (alcuni improbabili, altri certi come quello a Bucarest nel 1938 o a Roma nel 1952), recensioni e citazioni. In più, piena di riferimenti un po’ oscuri. La personalità singolare di Evola ispira Eliade durante la redazione di alcuni romanzi e novelle nei quali appaiono personaggi – quasi profetici – che per una caratteristica o un’altra ricordano il “maestro della Tradizione”. È il caso del Segreto del dottor Honigberger (1940), libro nel quale «compare un enigmatico personaggio, indicato con le eloquenti iniziali J. E. al quale è stata rivelata da Honigberger l’esistenza di Shambala “quella terra miracolosa (…) nella quale solamente gli iniziati possono penetrare”. Di questo J. E. si dice che “abbia tentato, sotto l’influenza diretta di Honigberger, una iniziazione di tipo joga, e che sia fallito in modo terribile”, rimanendo paralizzato. Cinque anni dopo la redazione di questo romanzo, nel corso di un bombardamento Julius Evola riportò una lesione del midollo spinale che gli causò la paresi parziale degli arti inferiori…».
Nel dopoguerra e negli anni della ricostruzione, il rapporto fra i due comincia a mutare. Evola prosegue il lavoro di divulgazione degli autori più o meno vicini al suo pensiero. «Nella produzione eliadiana degli anni Cinquanta, invece, il nome di Evola appare molto di rado». Il romano è già diventato un personaggio molto scomodo. Stando alle attuali conoscenze, la corrispondenza  si concluderà nel 1954, ma gli ultimi contatti datano primi anni Sessanta; la stima fra i due, invece, si prolungherà fino alla morte di Evola. Non solo questo, Eliade troverà “sconveniente” citare in chiaro gli studi di Evola e Guénon all’interno dell’ambiente accademico, e non manderà giù il passo evoliano contenuto all’interno del Cammino del cinabro, relativo alla vicinanza, nel periodo prebellico, fra lo stesso Eliade e l’altrettanto “imbarazzante” Codreanu.
Che dire? La conclusione di Mutti è conseguente: «il rapporto culturale fra i due fu condizionato dall’“accademicamente corretto” cui Eliade aveva scelto di attenersi, sicché (…) “per il suo atteggiamento assunto col tempo nei confronti di Evola, si possono utilizzare le stesse, identiche parole che egli scrisse – riferendosi ad altri – nel 1935 recensendo Rivolta contro il mondo moderno: Evola viene ignorato dagli specialisti, perché oltrepassa i loro quadri di ricerca”». Una prassi trasformatasi via via anche in sfida. Qualcosa è cambiato dopo il fenomeno che Accame definì a suo tempo “Evola-renaissance”, ma il cammino è ancora molto lungo.