venerdì 10 giugno 2011

Fumetti ed eroi. Purchè la "scelta" sia giusta

C’era una volta il fumetto. E c’è ancora adesso. C’era negli anni Trenta, quando le vicende di casa-nostra andavano bene, per una parte politica, e meno bene per un’altra, e il fumetto giovava ai sogni (sicuro!), ma spiegava anche, ai nonni, com’era fatto il mondo e perché andava in un certo modo e solo in quello poteva andare; e c’è ancora adesso, adesso che è diventato arte sofisticatissima, arte a “servizio” dei buoni che fischiettano agli angoli delle strade o a bordo delle navi per malinconia e perché sono “dannati” o utopisti o politicamente scorretti o anche un po’ figli di…
Quello che oggi chiamiamo fumetto nasce in America agli inizi del Novecento, per far sì che l’edizione domenicale dei maggiori quotidiani venda di più. E nasce per gli adulti, ma a un certo punto – probabilmente per normale vocazione – si trasforma in lettura per ragazzi. C’è una generazione di anzianissimi che coi fumetti è cresciuta, da Lucio l’avanguardista a Topolino da Braccio di Ferro a Flash Gordon. E che i fumetti li ha letti e poi guardati in tivù negli anni Settanta, con figli e nipotini. Poi ci sono le generazioni di mezzo, quelle che patiscono la fame più delle altre, quelle che hanno il neorealismo nel sangue e il tempo libero preferiscono impiegarlo in tutt’altro modo. Un giorno sì l’altro no, però, sfogliano un fumetto western. Infine, quella del mensile Linus e le successive dagli Ottanta a oggi.
Roberto Alfatti Appetiti ha poco più di quarant’anni, è giornalista e scrittore e al tempo del primo numero di Linus (aprile 1965) non è ancora nato; lui però “appartiene” lo stesso, in pieno, alla generazione Umberto Eco e Oreste Del Buono, quella cioè che ha insegnato a tutti noi a prendere i fumetti completamente sul serio. Come si trattasse di Melville o Salgari o Conrad. D’altra parte, a spiegarci che i fumetti erano un fenomeno granché interessante ci aveva già provato nell’immediato dopoguerra pure Elio Vittorini all’interno del suo Politecnico, rivista-portabandiera di certo clima ottimistico e dimora naturale dell’intellettuale che non si limitava all’appello consolatorio. E dopo, proprio Vittorini, su Linus avrebbe spiegato a Eco che Charlie Brown era come Salinger ed Eco avrebbe finito per ammettere che il valore di un buon fumetto stava nella «ripetizione» di alcuni elementi fondamentali. E che un fumetto non annoiava – e qui pure Del Buono era d’accordo – se riusciva a scovare all’interno di se stesso delle «più valide» invenzioni.
Discussioni colte anzi coltissime, tutt’altro che passate di moda, alle quali possiamo aggiungere, oggi, anche particolari relativi alle decine di protagonisti dei comics, (quasi) d’ogni genere, età e luogo. Adesso, che il fumetto è diventato cultura alta, a volte altissima e che l’abbondanza di eroi e antieroi permette qualcosa di più che una semplice analisi generale e generazionale, circa i meriti e i demeriti dei disegni con tanto di nuvoletta. Il recente libro di Alfatti, All’armi siam fumetti (Il fondo 2011, pp. 200, euro 12,50; introduzione di Roberto Recchioni, prefazione di Errico Passaro), per esempio decifra le psicologie dei personaggi dei nostri tempi – americani e italiani – e parte dall’assunto che società e politica partoriscono i fumetti che meritano, quelli e non altri, e i valori e i disvalori dei protagonisti riproducono determinate “qualità” ufficiali, sulle quali poi è possibile anzi opportuno discutere. Allora più cha mai, ci vorrebbe, oggi, non tanto il “classico” supereroe forzuto coi super-poteri, pronto al sacrificio e coi compiti di un super guardiano-notturno nelle vie di una città; ma più un guardiano-diurno, colto, filosofo quanto basta, pratico e di buon senso, rispettoso delle regole, dei deboli e delle minoranze; istintivamente onesto, spiritoso e che sappia rigare dritto.
Uno che, per dirla con Gaber, scovi il marcio anche nelle ordinarie famiglie borghesi. E poi, ovviamente, che sia anche un po’ anarchico, o per meglio dire un cane sciolto; sciolto dai vincoli delle morte ideologie, col pallino per i diritti come Leonardo Sciascia, ma molto più atletico. O che sia, perfino, un «fancazzista» che ha smarrito (grazie al cielo, per sempre) la morale buona dell’onesto rivoluzionario da salotto o da schivo “sorvegliante” per torti e ingiustizie. Eccone l’identikit, allora: uno Zagor metropolitano, intelligente come Mister Fantastic. Un tipo che persevera come l’ispettore Ginko (o per certi versi come Paperino), possiede l’umorismo di Groucho Marx e la fortuna di Gastone. Una parola!
Mister No, per esempio, protagonista “storico” della scuderia Bonelli, è per Alfatti un personaggio da piena età del disincanto, anarcoindividualista, con un senso dell’onore molto «personale», ma «insofferente a ogni compromesso e ingiustizia» e che «non si tira indietro se c’è da menare le mani per combattere contro corruzione, minacce e prevaricazioni». Esteticamente simile ai libertari «innamorati della strada e del jazz, come James Dean, Marlon Brando e Jack Kerouac». È lui l’uomo giusto? Ma c’è anche il fantascientifico Nathan Never, altro eroe bonelliano, capace di mescolare, come in un film di successo, temi vecchi e nuovi come la sicurezza in un tempo, in realtà, non troppo lontano da noi. Se quello che si desidera è però un «eroe» a riposo - le virgolette sono necessarie - lontano dalla cattiva folla, antiideologico come un ragazzino sotto i sei anni e tranquillo fino al più rotondo menefreghismo, allora per Alfatti, Andy Capp di Reginald Smythe è quello che può fare al caso nostro. Carlo – il suo nome in edizione italiana – è così scorretto che andrebbe vietato ai maggiori di anni 18, non per niente Valerio Marchi, sociologo di sinistra scomparso da un lustro, lo sopravvaluta, descrivendolo come un ceffo da maxi-processo, un esempio fra i peggiori, a partire da Caino e passando per Giuda.
Insomma, chi è capace di raccordare l’alfa e l’omega dell’immaginario su brossura? Forse Corto Maltese il marinaio (amico di Hemingway e Jack London) di Hugo Pratt? O forse Diabolik, il criminale assurto a modello di “integrità” nel mondo a cui appartiene, cioè quello della devianza? Ci sarebbe da ragionarci su, se fra i candidati non spuntasse un outsider di lusso. Alan Ford di Luciano Secchi, e chi sennò? «Il più sconclusionato agente segreto del mondo delle nuvolette parlanti», lo definisce Alfatti. Dall’aspetto fisico più che sufficiente, abbastanza carente nello spirito di iniziativa e membro di un male organizzato “ufficio” investigazioni – il gruppo Tnt – con a capo un vecchio arrogante sulla sedia a rotelle.
Il suo maggior pregio? La moglie verrebbe da dire, la bella Minuette, così innamorata del biondo allocco da far sorgere spontanea la domanda: e se dopo quarantadue anni e 500 numeri, non avessimo ancora capito come funziona?

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