domenica 26 giugno 2011

Maestri maledetti

Maledetto? Sì grazie... Dal giorno della morte, e il prossimo primo luglio saranno passati cinquant’anni, parecchie cose – molte opinioni e una quantità di pareri – sono già mutati riguardo la vita, l’opera e la morte di Louis-Ferdinand Céline. Ma una particolarità è rimasta tale e quale: nessuno si è sognato o si sognerà mai di staccare l’etichetta di maledetto dalla sua pellaccia. Come è avvenuto per gli scrittori deliranti che lo hanno preceduto (vedi i poeti maledetti di Verlaine), come avverrà per le icone pop – soprattutto quelle artistiche – che verranno dopo di lui. Lui è un anarchico crudo e iperrealista praticamente da sempre; ha vissuto con autentico distacco il mondo dei borghesi come un personaggio marginale di un Ovest immaginario ma non troppo. Più di Gide, come il nostro Pasolini ha preferito sporcarsi anzi vivere con abiti e pensieri sporchi, trasandati, non abbassando il capo innanzi a ragioni che non potevano essere le sue. Punto. Ci riferiamo alla politica naturalmente, ai marchi di “antisemita” e “collaborazionista” impressi anch’essi sulla pelle céliniana e dai colori incancellabili. Ma alle accuse, lui sceglie di reagire in modo sincero, perfino brillante, con un donizettiano «Evviva la Francia!».
C’è quella bellissima frase pasoliniana che riassume decenni di impegno fuori dagli schemi dell’intellettuale bolognese, una frase recitata (a caso?) in collegamento con la televisione francese: «Io credo che scandalizzare sia un diritto, essere scandalizzati un piacere e chi rifiuta il piacere di essere scandalizzato sia un moralista…». Il riferimento era al film Salò o le 120 giornate di Sodoma. Senza infingimenti: 120min di oscenità, un lavoro sconcio, violento, come solo un “figlioletto” di Céline avrebbe potuto partorire. Quell’uomo che aveva vissuto gli ultimi dieci anni della sua vita da misero medico di miseri pazienti, circondato da miseri animali, dalla povertà e dal bisogno. L’uomo che oggi viene considerato – come Pasolini appunto, ma non tanto per i suoi romanzi quanto per la sua profonda e geniale verve polemica – né più e né meno che il papà delle forme di ribellione aperte, popolari, cupe, intense, anticapitaliste, sacrileghe, letterarie, anche se profondamente ineleganti. L’uomo che parlava delle banlieue così come l’autore delle Ceneri di Gramsci narrava delle borgate romane e che aveva anticipato proprio il messaggio pasoliniano sui potenziali “danni” arrecati dalla tivù. Che aveva col potere – e i potenti – un rapporto a dir poco tremendo. L’uomo che alla “regolarità” del mondo (moderno) e della società di massa preferiva le libertà e i disagi dell’anticonformismo. Un mondo al quale, naturalmente, aveva indirizzato gran parte del proprio disprezzo, un mondo abbellito a volte con note nietzscheane, avvolto altre volte negli abiti di una comune altezzosa antipatia verso la normalità.
Quel giorno di luglio del 1961 di Céline si parlava parecchio male. Del suo Voyage au bout de la nuit perfino, che faceva storcere il muso nonostante il successo, figuriamoci delle sue Bagatelles pour un massacre. E oggi, se ne parla ancora male e si vietano le “celebrazioni” per i cinquant’anni dalla morte; e lo si maneggia con cura, perché Céline è uno che è andato ben al di là della comune tollerante polemica. Uno che ha detto troppo. Troppo, perfino per un anarchico. Data simbolo: Céline moriva all’inizio di quegli anni Sessanta che avrebbero cambiato vita, abitudini, gusti e modi di pensare dei giovani d’Occidente. Veniva da esperienze di guerra terribili: dragone ed eroe nella grande guerra, fra i protagonisti in negativo della seconda. Nei Sessanta e nei Settanta, spinti da nuove esigenze, nuovi temi ma anche da nuove guerre (il Vietnam), i giovani ribelli cercavano di cambiar pagina. Alcuni erano dentro il calderone delle ideologie fino al collo (fascisti, comunisti e creduloni d’ogni colore), molti invece fin da allora non rinunciavano a una formazione diversa più per temi che per contrapposizioni. Céline, per se stesso e come “figlioletto” di Nietzsche, era uno dei nuovi maestri (seppur maledetto) e maestri lo saranno poco dopo anche altri “viaggiatori” in epoca beat, fino a Charles Bukowski altro céliniano per concetti ed espressioni.
Ma maestro lo era (e non per tutti) anche uno dei “pallini” del vecchio Hank, quell’Ernest Hemingway che magia dei numeri, morirà suicida proprio il giorno dopo il dottor Destouches, il 2 luglio del 1961. Altro mago della penna che seppe mettere nero su bianco il proprio esclusivo talento per la libertà, l’avventura e il successo. Primo fra i personaggi globali del nostro tempo – è stato detto: al pari di una Callas – Hemingway è stato un narratore schietto, diretto, sempre in fuga dai giri di parole, un poeta lontano anni luce dalle smancerie o dai virtuosismi delle tradizioni vuote e galanti che ogni paese era ed è orgoglioso di poter vantare. Si leggano le sue poesie, e si capirà l’uomo. Su Hemingway è possibile perdersi in una quantità infinita di affermazioni. Omaccione non privo di un gusto tutto americano e tutto moderno per il sangue e l’azione, è stato uno dei più attivi testimoni delle guerre del secolo trascorso (almeno due titoli: Addio alle armi e Per chi suona la campana). Decorato come Céline, ha girato il mondo per poter capire e scrivere, dosando romanticismo e realismo. Materia e spirito. Cinque anni prima, a Roma se n’era andato Corrado Alvaro, scrittore e giornalista calabrese, anch’egli giramondo, anch’egli inviato di guerra, anch’egli ferito al fronte. Le sue esperienze giornalistiche, le collaborazioni al Mondo di Giovanni Amendola e a Omnibus di Leo Longanesi fecero di lui una voce importante del nostro Novecento. Vinse lo strega nel 1951. Negli ultimi anni di vita gli fu molto vicino Cristina Campo. Lo vide perfino morire: «se n’è andato a occhi chiusi, dopo una lotta che appariva una suprema concentrazione…», scrisse. Come il personaggio di una novella. Anche lui carne, anche lui spirito.

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