sabato 18 giugno 2011

Vuoi il divorzio? Compra la pistola

La rosa dei candidati per “Miglior attore protagonista”, agli Oscar del 1963, era formata da cinque pezzi da novanta: Gregory Peck – che risultò il vincitore – Burt Lancaster, Jack Lemmon, Peter O’Toole e Marcello Mastroianni. Quest’ultimo, che girava in media quattro film l’anno era l’apprezzato protagonista di Divorzio all’Italiana (adesso, cinquant’anni appena fatti), capolavoro di Pietro Germi, fra i migliori film italiani di sempre e bandiera dell’italica commedia. Partendo da un romanzo di Giovanni Arpino, il film narrava le avventure di un siciliano doc, il barone Ferdinando, Fefè, Cefalù, di sua moglie Rosalia, della giovane cugina e amante Angela (una giovanissima Stefania Sandrelli), e tutt’attorno di una società con le sue regole private e pubbliche oramai del tutto inadeguata. Una società nella quale, negli usi e nei pensieri, il barbaro “delitto d’onore” rimpiazzava ancora il civilissimo divorzio.
I meriti di questo film e dello straordinario Mastroianni erano moltissimi. Regista, protagonista e sceneggiatori (Ennio De Concini, Pietro Germi e Alfredo Giannetti), offrivano una visione più che sufficiente della vita quotidiana in Sicilia. Ma c’era sicuramente molto altro: nel falso paese di Agramonte – il film venne girato fra Ragusa Ibla, Ispica e la provincia di Catania – realtà e finzioni parevano mescolarsi fino a toccare i vertici di un dramma dell’assurdo, dal quale però emergevano verità tutt’altro che assurde. Anzi, perfettamente legali e del tutto naturali. Germi e Mastroianni finivano così per rivelare al pubblico le ipocrisie di un piccolo paese del Sud e il valore fondamentale, ora come allora, della reputazione (qui l’apporto pirandelliano sembrava decisivo) e del giudizio altrui. Il regista genovese sapeva il fatto suo e con la Sicilia, ci andava a nozze da tempo. La Sicilia è «due volte Italia», aveva affermato in una celebre intervista, e proprio perché in Sicilia tutto era ed è eccessivo, nel profondo Sud i pregi e i difetti dello Stivale erano più appariscenti che altrove.
In fondo, la Sicilia era essa stessa un immenso teatro e i siciliani – veri o finti che fossero – personaggi già belli e fatti. Occorreva metterli in scena col giusto criterio e nella maniera opportuna. Per far ciò serviva un regista libero, non uno di quelli che cadesse nell’errore di rappresentare la Sicilia degli “opposti estremismi”, quella povera ma bella dentro (e a volte buffa) o quella pietosa da stracciarsi le vesti; una Sicilia o romantica o iperrealista – più statica di quanto fosse – che poco o nulla riusciva a cogliere di quelle che con linguaggio moderno si chiamavano dinamiche sociali.
Soprattutto oggi, la Sicilia non è un quadro muto da rappresentare ora con colori vivi ora con tonalità lugubri, perché anche se lentamente o contraddittoriamente anche in Sicilia le cose si muovono come nelle altre parti della Penisola, seppure le sue singolarità, come aveva già capito Germi, siano una specie di cartina di tornasole dell’Italia intera. Germi è un regista singolare, viene definito un «solitario» del cinema, la sua carriera, iniziata nel 1946, è colma di svolte, successi ma anche opere non memorabili. Prima di Divorzio all’Italiana, critici e cinefili lo ricordano per il Ferroviere (1956); ma ancor prima fra i Quaranta e i Cinquanta con In nome della legge e nel Cammino della speranza, ha già detto tanto, raccontando una Sicilia coraggiosa e tormentata, aspra e feroce. Con Divorzio all’italiana (e poi col successivo Sedotta e abbandonata) invece fa il suo esordio la Sicilia grottesca, e con essa un pezzo di storia che in pochi, prima e dopo di lui, hanno saputo raccontare con uguale efficacia. Il regista filma i suoi anni e descrive i sapori di quel che bolle in pentola anticipando perfino certo “facile” sociologismo del tempo a venire, con annessi e connessi.
Sì, si ride grazie alla mimica di Mastroianni, si ride sulle inciviltà dell’Italia – e della Sicilia – dei primi anni Sessanta e si ride di una piaga assurda: l’articolo 587 del Codice penale che giustificherà almeno fino ai primi anni Ottanta, il delitto d’onore e, di fatto, la pratica del divorzio “all’italiana”. Nei Settanta in Italia cambieranno tante cose, grazie al benedetto referendum sul divorzio (1974) e successivamente grazie a quello sull’aborto e al nuovo diritto di famiglia, ma nel 1961 se un tizio è stanco di sua moglie (o viceversa), non ha molto da fare. Così la trama di Divorzio all’italiana è una gustosissima, grottesca, surreale, ironica e chi più ne ha più ne metta, istigazione all’infedeltà. Il barone Fefè dall’inconfondibile postura sicula, desideroso di impalmare la giovane e bella cugina, spinge la mal sopportata moglie all’adulterio; ma Fefè ha precedentemente calcolato tutto: se ucciderà la moglie “fedifraga” verrà condannato a una pena molto lieve, e potrà dunque con tutta tranquillità sposare la cugina (apparentemente) innamorata di lui. Tutto è “bene” quel che finisce “bene”? Per niente. Delitto d’onore a parte, la bella Angela svelerà molto presto il suo vero volto da moglie infedele. Proprio così.
Agli inizi dei Sessanta, l’Italia è un paese in moto, che marcia al ritmo del boom economico. Nel 1960, a schiudere le porte al moderno decennio, è uscito La dolce vita di Federico Fellini che apre a prospettive inconsuete, è il film simbolo di un’Italia nuova, quella del risveglio dopo gli anni bui del dopoguerra, simbolo anche di un’Italia – perché non dirlo – che comincia a trattare l’incognita “sesso” in un modo diverso da come aveva sempre fatto. Non è un caso, anzi tutt’altro, che del capolavoro felliniano si parli pure all’interno di Divorzio all’Italiana. È un messaggio: l’annuncio che l’Italia è cambiata, e che un paese intero, Agramonte, è invitato a prenderne atto. Un anno dopo, Germi ha scelto la Sicilia per abbinare al messaggio felliniano, il suo tema: l’Italia reale guarda lontano e gli italiani sono invitati a prenderne atto. Occorre che anche l’Italia legale se ne renda conto, adesso. Passeranno parecchi anni. Passerà una generazione. Ma alla fine tutti potranno godere del sospirato successo. A Rosalia, Angela e a migliaia di uomini e donne insoddisfatti del proprio matrimonio, gli italiani augureranno, finalmente, lunga vita e giorni felici.

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