domenica 31 luglio 2011

Una giornata di Aleksandr Solgenitsin

Con quell’espressione austera, quell’aria un po’ misteriosa è l’icona di un mondo oramai passato, ma mai cancellato dai nostri ricordi. Un mondo – la lontana Russia – che nonostante globalizzazioni e mondialismi d’ogni sorta resta e resterà forse per sempre distante dalle percezioni e dai gusti di noi occidentali. Aleksandr Solgenitsin moriva tre anni fa il 3 agosto del 2008 per arresto cardiaco, e lo vogliamo ricordare perché lui continua nonostante tutto ad appartenerci. Ci appartiene il suo mistero da cosacco, probabilmente molti di noi non hanno mai sentito neppure la sua voce, ci appartiene il suo amore per la verità oltre le ideologie, ci appartiene la sua sofferenza, il suo patriottismo un po’ datato ma genuino, ci appartiene la sua schiettezza, ci appartiene il suo passato, immagine di un’era di contese e passioni, ci appartiene insomma la sua sorte per intero.
C’è perfino qualcosa di strano nel percorso umano e intellettuale di quest’uomo destinato a non rimanere mai dietro le quinte della storia del Novecento. Di quel Novecento che, alla faccia del “progresso”, ci ha regalato regimi totalitari, dittature e guerre a più non posso fino a quella nella ex Jugoslavia; probabilmente Solgenitsin non ha raccolto dalla vita, forse a causa del suo temperamento e delle sue stesse idee che poco si adattavano all’Occidente e all’Oriente laici e “immorali” quel successo planetario che meritava per aver portato sotto gli occhi di tutti la ferocia del regime comunista dell’ex Unione Sovietica. L’autore di Una giornata di Ivan Denisovic (libro-denuncia dei gulag sovietici), è anche per questo l’emblema di una singolare reazione intellettuale alle barbarie del comunismo reale (almeno qui da noi), non intensa quanto ci si attendeva e neanche così convinta, tanto è vero che caduto il muro di Berlino i conti col comunismo, in un Occidente sempre più sicuro del proprio ego superiore, sono stati rimandati, da chi poteva farlo, a data da destinarsi… Chi scrive ricorda perfettamente il giorno della morte di Solgenitsin e quell’Italia già infiacchita dal tutto-è-gossip. In quell’Italia il lettore medio, anche laureato, già sufficientemente distratto dalle disfide balneari (e virtuali) fra le nuove pin-up locali, la Satta, la Canalis e la Hunziker, non poteva più permettersi la lettura di Arcipelago gulag, la monumentale inchiesta solgenitsiniana, in tre volumi, sui metodi sovietici fin dall’epoca di Lenin e con tanto di testimonianze. Tempo “sprecato”, probabilmente. Come “sprecata” poteva essere, oramai, la lettura di Pound, di Pasolini o di altro autore di sostanza.  
Quel 3 agosto di tre anni fa, la morte di Solgenitsin aveva dato conferma se ce ne fosse stato ancora bisogno, del livello di decadenza raggiunto da un Occidente nel quale lo scrittore sarà costretto a vivere per ben vent’anni. Sconfitto il comunismo, il “grande male” rimaneva la deriva di una parte di mondo che annegava nei piccoli e insignificanti episodi da “fine impero” (con relativi lazzi), un Occidente interessato esclusivamente ad annullare la propria storia, ma lì lì per affacciarsi in una crisi finanziaria probabilmente senza uscita. Solgenitsin era stato uno degli ultimi intellettuali che aveva condotto una personale “battaglia” – con tanto di valori e obiettivi – contro un potente e feroce nemico. Il nemico non era naturalmente la Russia nel suo complesso né il mondo per intero che pareva avesse smarrito le proprie memorie, ma i regimi violenti che avevano costretto lui e quelli come lui a rischiare la vita e a patire gli orrori dei campi di concentramento. Oggi e da questo punto di vista, Solgenitsin è un simbolo di libertà al pari dei dissidenti degli ultimi regimi rimasti (Cina e Cuba, in primo luogo); è un esempio per chi subisce in prima persona le violenze della politica, ma anche per chi patisce l’illibertà delle ideologie e si affida alla fede o ai sentimenti per il proprio paese. L’esatto opposto dell’intellettuale “costruito a tavolino”, del gregario, del cattedratico tutto nozioni e teorie, del polemista ad alto indice di gradimento e dello sputa-sentenze pronto a mostrare i premi vinti o le medaglie acquisite in campi di battaglia finti o virtuali.
Solgenitsin nasce nel 1918, e la data dice già molto: di quale epoca e di quali condizioni egli fosse in realtà l’erede; è figlio di un ufficiale dello zar. Cresce in povertà in uno dei periodi peggiori per la madre Russia, quello della guerra civile, anche se per quell’angolo di mondo destinato a sofferenze senza fine fra guerre, tirannidi e stermini, siamo ancora agli inizi. Nel 1945, dopo aver criticato privatamente Stalin per lettera, il giovane intellettuale viene condannato per “diffamazione” a otto anni nei gulag e a tre di esilio in Kazakistan, durante i quali si ammala di cancro. Le sue opere più note sono piene di ricordi dei periodi trascorsi nei campi di lavoro, da Padiglione cancro (1967), Il primo cerchio (1968) e Il cervo e la ragazza (1969) ad Arcipelago gulag (1973-1978) e Una giornata di Ivan Denisovic (1963), naturalmente. Il suo vero debutto è proprio con quest’ultimo romanzo apparso sulla rivista Novyi Mir; per certi versi il libro non è dissimile dai lavori che descrivono le condizioni di prigionia nei lager tedeschi, le privazioni fisiche e psicologiche degli internati e la loro “trasformazione” da uomini a cose. Se lo si legge adesso si rabbrividisce come mezzo secolo fa. Com’era prevedibile, è un gran successo ma è anche l’unico libro che Solgenitsin riesce a pubblicare in Russia fino agli anni Novanta. Il romanzo esce ben oltre la morte di Stalin, in era Kruscev, e dopo che l’autore è stato autorizzato dallo stesso numero-uno del Cremlino. Un esempio di libertà (anche se relativa) e di coraggio da parte del regime, non c’è che dire, che tuttavia si protrae per una breve stagione.
Dal 1965 in poi i manoscritti di Solgenitsin cominciano a essere sequestrati dal Kgb, Kruscev è uscito di scena e lo scrittore è sempre meno gradito in patria, continua a lavorare ai suoi volumi di nascosto come praticamente ha sempre fatto e, dopo aver lasciato l’insegnamento, vi si dedica quasi a tempo pieno. Pare peraltro che, nonostante le critiche e i detrattori, lo faccia davvero bene. Fra Beckett e Neruda (mica male!), è questo il posto che tocca all’intellettuale nato nell’impronunciabile Kislovodsk, nell’olimpo degli scrittori internazionali. Nel 1970 Solgenitsin vince dunque il Nobel (la motivazione «per la forza etica con la quale ha proseguito l’indispensabile tradizione della letteratura russa»), ma può ritirarlo solo nel 1974, quando oramai è stato definitivamente espulso dall’Urss. Dopo l’uscita di Arcipelago gulag in Francia, altro libro che apre uno squarcio sulle “verità” sovietiche, la sua permanenza oltrecortina diviene sempre più problematica. In Italia Arcipelago gulag viene edito da Mondadori e inizialmente per ragioni facilmente intuibili non ottiene un successo paragonabile a quello francese. In Italia lo scontro politico è già così elevato che il volume genera una specie di “impasse” fra sinistra, centro e destra. Ma non dura molto, per fortuna. Poco a poco l’autore sta diventando un caso che va ben al di là dei confini del proprio paese. In Occidente è una bandiera di libertà, per i giovani attivisti un’icona politica, il simbolo vivente delle ragioni dell’anticomunismo, l’uomo che ha rivelato la crudeltà del “nemico”. Quelle di Solgenitsin non sono le prime testimonianze di violenze e abusi in terra comunista ovviamente, ma divengono le più note, non sono smentibili, sono dettagliatissime ma soprattutto sono parte essenziale della letteratura sovietica e circolano con abbondanza al di qua della cortina di ferro. Ancora una volta dunque, a distanza di pochi lustri, Solgenitsin rischia la deportazione nelle “tipiche” località russe poco o punto ospitali. Pare però che a intervenire in suo favore, più per calcolo che per stima, sia lo stesso Andropov; nel febbraio del 1974 lo scrittore viene “semplicemente” espulso e dopo aver soggiornato in Germania e in Svizzera si stabilisce in America.
Intendiamoci: la storia di Solgenitsin non è quella di chi passato al “nemico” occidentale, si bea di aver finalmente toccato le sponde del nuovo paradiso e maledice il proprio passato. Tutt’altro. Per lui, che viene anche ricordato per un “comunissimo” sentimento, quello dell’amore verso la terra d’origine, la Russia continua a restare pur sempre l’unica patria possibile, nonostante l’impietoso regime sovietico gli abbia revocato la cittadinanza. Il socialismo reale che costruisce il proprio potere sulla violenza e lo spionaggio, per Solgenitsin, non ha nulla a che vedere con le tradizioni russe e con la proverbiale durezza dei regimi zaristi, è il marxismo invece a essere costituzionalmente violento e totalitario. La Russia comunista è una ben determinata realtà, la Russia tutta un’altra cosa. Ovviamente, ciò non significa che l’ideologia marxista sia un male assoluto al quale contrapporre un bene, altrettanto assoluto, figlio del benessere e della libertà. Insomma, l’America pur non essendo la Russia sovietica è in una condizione posta ben al di sotto di ogni possibile “sospetto”, è un grande paese che però ha ancora tanto su cui riflettere. Un esempio? Quando nel 1999 la Nato decide di intervenire in Kossovo, Solgenitsin è fra i primi a firmare un appello di Alain de Benoist per la pace, insieme a Mikis Teodorakis, Harold Pinter e al nostro Franco Cardini; dopodiché se ne esce con una frase che lascia poco spazio alle interpretazioni: «non ci sono differenze tra la Nato e Hitler».
Ma non basta, perché l’America è anche un paese che sembra aver fatti propri tutti i difetti di un Occidente contemporaneo che si compiace delle proprie bassezze, che cominciano dal gusto per il “cattivo gusto” e finiscono con la musica e la televisione. Insomma, non è il luogo nel quale, il figlio di un ufficiale zarista, di religione ortodossa, legatissimo agli usi e ai costumi del proprio paese, vorrebbe morire. Così passata la bufera comunista, negli anni Novanta grazie a Boris Elstin, Solgenitsin diventa per la seconda volta cittadino russo e nel 1994 si ritrasferisce a casa, stavolta vicino Mosca. In fondo, quel che sembra possa interessarlo è tornare a scrivere delle cose del proprio paese, oltreché curare l’uscita delle proprie opere in Russia. Solgenitsin appartiene probabilmente alla vasta categoria degli “eroi per caso”. In altri tempi e in altri luoghi, forse nessuno avrebbe saputo di lui.
Il resto è storia dei giorni nostri. Il riabilitato saggista non cessa di far sentire la propria voce. È tutt’altro che un tifoso delle derive di tipo oligarchico della Russia contemporanea, ma ovviamente si guarda bene dal lasciarsi catturare dalle nostalgie della guerra fredda. Già agli albori del terzo millennio tuttavia, accorcia le distanze pure da Vladimir Putin; il patriottismo di Solgenitsin finisce adesso per incrociare la voglia di riscatto dell’uomo dagli occhi di ghiaccio venuto da Leningrado. Poi la fine in un’insignificante giornata d’agosto. In molti, da tempo, avevano dimenticato la sua folta barba bianca e il suo sguardo severo.

lunedì 18 luglio 2011

La conoscenza del vero

Lo specchio del mondo (ed. I libri di Icaro, Lecce; pp. 132, euro 13.00), è questo il titolo dell’ultimo libro di Giandomenico Casalino, scrittore e studioso dal punto di vista della Tradizione di un mondo classico greco-romano, captato nelle sue dimensioni giuridiche, religiose, filosofiche e politiche.
Nel recente passato, Casalino ha scritto di storia, “immaginandola” come metafora del mito, poi in modo coerente, è andato alla ricerca delle Origini – O maiuscola come la T di Tradizione – maritandole alla Tradizione e a quello che può essere considerato il suo spunto essenziale: la spiritualità indoeuropea. Adesso, quasi a conclusione di un ciclo di studi e conferenze – parziale conclusione naturalmente, perché Casalino sa bene che ogni serio discorso sui principi della conoscenza supera, esso stesso, i limiti che ne arginano lo sviluppo – arriva questo Specchio del mondo, raccolta di saggi elaborati negli ultimi tre anni, sulla conoscenza del Vero o dell’Intero (sui principi ultimi e sulle applicazioni consuetudinarie), intesi come studio o sapere circa l’identità fra pensiero ed essere, in relazione alla spiritualità indoeuropea.
«Se lo specchio è il Pensiero», scrive Casalino sviluppando la propria tesi, «in senso oggettivo cioè cosmico e universale, ed esso riflette il Mondo come unità e lo riflette quindi come Idea che è Forma unitaria; per lo effetto ed immediatamente, ecco che il Pensiero è il Mondo o, detto con altro ordine di parole, il Mondo, specchiandosi nel pensiero, quest’ultimo lo riflette come immagine, idea: il Pensiero È il Pensato, il Soggetto È l’Oggetto, il Conoscente È il Conosciuto, sono il Medesimo!...». L’unità o interezza o identificazione di cui parla Casalino fa propria naturalmente – se posta in relazione al tempo, a questo punto: tempo circolare nel quale inizio e fine vanno a coincidere – l’ulteriore caratteristica dell’invincibilità; una qualità appartenente al mito, anzi mito essa stessa, caratteristica genetica di un’Europa viva e non morta, ma che stenta a risvegliarsi dal sonno delle proprie tradizioni.
Invincibilità del pensiero dei grandi in primo luogo, e i saggi su Hegel ed Evola contenuti nel volume ne sono una testimonianza, e invincibilità (ovviamente) delle stesse civiltà costruite sulle forme  spirituali – le uniche valide – del pensiero stesso. Così continua: le civiltà tradizionali come Roma «appaiono, essenzialmente, delle realtà fortemente coese, fondate e legittimate da un Principio che proviene dall’Alto e tutta la comunità … non solo ruota intorno a quel Principio ma si muove e tende ad esso con un movimento ascensionale che pervade ogni ordine sociale…». Le civiltà tradizionali sono divine, sono universali, etiche e archetipiche diremmo utilizzando un linguaggio che strizza l’occhio a Platone e al più “giovane” Jung. D’altra parte, ancorato al mito di Roma per ragioni di indirizzo dottrinale, è il ben più tardo fascismo europeo, spiega Casalino. Esso altro non sarebbe se non una «potenza arcaicamente evocatrice della guerra totale, spirituale e politica, religiosa ed economica, alla modernità…». Una rivoluzione contro il “progresso” e nella modernità, rivoluzione nel pensiero e nello stile di vita, atta a istituire la sovranità dell’uomo “antico” (da Omero a Federico II e da Dante a Vico).
Infine, al di là di esso, al di là del fascismo come fenomeno metastorico, come ritorno in forma essenzialmente simbolica alla Verità, per Casalino, per Evola e per i tradizionalisti del XX secolo, c’è la ben nota demonìa dell’economia. Un cocktail amarissimo di economicismo, individualismo e tecnologia. C’è il mondialismo, insomma: quel «progetto ideologico-politico di dominio del pianeta da parte della casta dei mercanti, usurai e banchieri … capovolgimento satanico della Tradizione, secondo la nota definizione guenoniana della controiniziazione».

sabato 2 luglio 2011

Dall'Aulide a Bucarest (e ritorno)

Era il 1941, anno di fuoco. Al teatro nazionale di Bucarest andava in scena la prima assoluta di Ifigenia, dramma in lingua romena in 3 atti, di Mircea Eliade; un testo che il professore e romanziere morto in America nel 1986, aveva concluso già alla fine del ‘39. Da pochi mesi, l’opera è stata tradotta anche in italiano da Claudio Mutti per le Edizioni all’insegna del Veltro (Ifigenia, pp. 104, euro 15.00), e probabilmente si appresta a trascorrere una seconda giovinezza, dato che è stata inserita nel cartellone della stagione estiva 2012 del teatro Stabile di Catania, stagione che si svolgerà presso il centralissimo teatro greco-romano. Una cornice antica, che continua a vivere fino al post-moderno, per un dramma e una storia senza tempo – da Eurpide a Racine fino al contemporaneo Eliade – un dramma che non è mai morto perché come scrive lo stesso autore è archetipico, è un esempio cioè fra i più semplici della junghiana «memoria collettiva», quella forma del pensare e dell’agire non limitata né al singolo individuo né a un periodo storico ben distinto.
Ifigenia insomma è sinonimo di sacrificio eterno. Sacrificio come dono supremo: il dono di una vita per la comunità cui si appartiene. Al tempo della guerra di Troia, è il sacrificio ordinato dagli dei e preteso dagli uomini («Gli dei sono adirati con noi!», lamenta un soldato del re Agamennone nei pressi dell'Aulide), affinché la guerra dei greci contro i troiani possa avere inizio e la ricca città asiatica possa dunque cadere. Inizialmente, Ifigenia crede di andare in sposa a un eroe, tutti conoscono il suo destino, ma lei no. Il primo a ingannarla è lo stesso padre Agamennone, con lui sono Ulisse e quel Menelao («La sorte di noi tutti dipende dall’esecuzione di questo ordine!») la cui sposa, Elena, è stata rapita dal troiano Paride. A difendere la vita di Ifigenia restano la madre Clitennestra e il semidio Achille cioè il promesso sposo, anche se il finto patto di unione è avvenuto all’insaputa dei due giovani. Lo schema dell’opera di Eliade è fra i più classici: al di sotto della volontà sovrana degli dei («Così hanno voluto gli dei», ripete lo sconfortato Agamennone nel 2° atto), uomini ed eventi – e non certo eventi marginali – si trovano indissolubilmente legati. Gli uomini non possono far altro che obbedire, ma attraverso le reazioni e i comportamenti che ne seguono il lettore apprende ogni disposizione dell’animo dei protagonisti e impara a conoscerli per quelli che sono. Ulisse astuto e deciso, Achille fiero e temerario, Agamennone debole e Ifigenia generosa. Sarà essa stessa, rifiutando l’aiuto del furioso Achille, a salire volontariamente sul rogo («Non muoio io per tutti voi, per la realizzazione dei vostri sogni e delle vostre vite, per la Grecia intera?»), e a immolarsi affinché la guerra contro Troia venga finalmente combattuta e vinta. Ma non finisce così. Naturalmente, scrive lo stesso Eliade, «Ifigenia sopravvive, attraverso il suo sacrificio, in quel “corpo mistico” che era il sogno di Agamennone: la guerra contro l’Asia, la conquista di Troia». Con quel gesto estremo la giovane protagonista perde la propria realtà materiale, ma ne acquisisce un’altra di diversa natura. D’ora in poi, la sua anima vivrà nei sogni della comunità dei compatrioti.
Netta appare la contiguità, rilevata da Mutti con vari esempi e in sede di introduzione al testo (Una Ifigenia legionaria), fra lo spirito legionario di cui il rumeno Eliade si fece portatore in anni oramai lontani e «il tema centrale dell’Iphigenia». Particolare non sfuggito allo storico Eugen Weber. È presente insomma, in questo dramma del professore di Chicago, uno spirito di “auto-sacrificio” che è facilmente riscontrabile anche nel movimento legionario rumeno fra le due guerre. È fin troppo noto: il mito può essere un’arma formidabile. A volte, perfino vincente.