sabato 2 luglio 2011

Dall'Aulide a Bucarest (e ritorno)

Era il 1941, anno di fuoco. Al teatro nazionale di Bucarest andava in scena la prima assoluta di Ifigenia, dramma in lingua romena in 3 atti, di Mircea Eliade; un testo che il professore e romanziere morto in America nel 1986, aveva concluso già alla fine del ‘39. Da pochi mesi, l’opera è stata tradotta anche in italiano da Claudio Mutti per le Edizioni all’insegna del Veltro (Ifigenia, pp. 104, euro 15.00), e probabilmente si appresta a trascorrere una seconda giovinezza, dato che è stata inserita nel cartellone della stagione estiva 2012 del teatro Stabile di Catania, stagione che si svolgerà presso il centralissimo teatro greco-romano. Una cornice antica, che continua a vivere fino al post-moderno, per un dramma e una storia senza tempo – da Eurpide a Racine fino al contemporaneo Eliade – un dramma che non è mai morto perché come scrive lo stesso autore è archetipico, è un esempio cioè fra i più semplici della junghiana «memoria collettiva», quella forma del pensare e dell’agire non limitata né al singolo individuo né a un periodo storico ben distinto.
Ifigenia insomma è sinonimo di sacrificio eterno. Sacrificio come dono supremo: il dono di una vita per la comunità cui si appartiene. Al tempo della guerra di Troia, è il sacrificio ordinato dagli dei e preteso dagli uomini («Gli dei sono adirati con noi!», lamenta un soldato del re Agamennone nei pressi dell'Aulide), affinché la guerra dei greci contro i troiani possa avere inizio e la ricca città asiatica possa dunque cadere. Inizialmente, Ifigenia crede di andare in sposa a un eroe, tutti conoscono il suo destino, ma lei no. Il primo a ingannarla è lo stesso padre Agamennone, con lui sono Ulisse e quel Menelao («La sorte di noi tutti dipende dall’esecuzione di questo ordine!») la cui sposa, Elena, è stata rapita dal troiano Paride. A difendere la vita di Ifigenia restano la madre Clitennestra e il semidio Achille cioè il promesso sposo, anche se il finto patto di unione è avvenuto all’insaputa dei due giovani. Lo schema dell’opera di Eliade è fra i più classici: al di sotto della volontà sovrana degli dei («Così hanno voluto gli dei», ripete lo sconfortato Agamennone nel 2° atto), uomini ed eventi – e non certo eventi marginali – si trovano indissolubilmente legati. Gli uomini non possono far altro che obbedire, ma attraverso le reazioni e i comportamenti che ne seguono il lettore apprende ogni disposizione dell’animo dei protagonisti e impara a conoscerli per quelli che sono. Ulisse astuto e deciso, Achille fiero e temerario, Agamennone debole e Ifigenia generosa. Sarà essa stessa, rifiutando l’aiuto del furioso Achille, a salire volontariamente sul rogo («Non muoio io per tutti voi, per la realizzazione dei vostri sogni e delle vostre vite, per la Grecia intera?»), e a immolarsi affinché la guerra contro Troia venga finalmente combattuta e vinta. Ma non finisce così. Naturalmente, scrive lo stesso Eliade, «Ifigenia sopravvive, attraverso il suo sacrificio, in quel “corpo mistico” che era il sogno di Agamennone: la guerra contro l’Asia, la conquista di Troia». Con quel gesto estremo la giovane protagonista perde la propria realtà materiale, ma ne acquisisce un’altra di diversa natura. D’ora in poi, la sua anima vivrà nei sogni della comunità dei compatrioti.
Netta appare la contiguità, rilevata da Mutti con vari esempi e in sede di introduzione al testo (Una Ifigenia legionaria), fra lo spirito legionario di cui il rumeno Eliade si fece portatore in anni oramai lontani e «il tema centrale dell’Iphigenia». Particolare non sfuggito allo storico Eugen Weber. È presente insomma, in questo dramma del professore di Chicago, uno spirito di “auto-sacrificio” che è facilmente riscontrabile anche nel movimento legionario rumeno fra le due guerre. È fin troppo noto: il mito può essere un’arma formidabile. A volte, perfino vincente.

Nessun commento:

Posta un commento