domenica 25 settembre 2011

Troppo fumo e poco arrosto, in libreria

«Buongiorno! Cerco una raccolta di poesie di Giosuè Carducci…». «Carducci? Non credo di averla… attenda un attimo». Attesa. Ma inutile attesa. Fine anni Ottanta, in anticipo sulla rivoluzione che ha portato il libro in tutte le edicole, e poi molto dopo su internet. Breve scambio di battute fra un cliente (chi scrive) e un libraio. Già da allora le gloriose vecchie librerie, quelle seminascoste e un po’ buie, non se la passavano troppo bene. Nel giro di uno o due lustri chiuderanno per mancanza di clienti: vendere libri – a condizioni normali, ad esclusione del periodo di inizio delle scuole – non converrà più. Al posto del piccolo esercizio sorgerà il grande magazzino in franchising. L’ipermercato diviso in reparti: tivù, hi-fi, musica, cinema e appunto libri.      
Se si dà un occhiata in giro, oggi, si è portati a pensare che quello editoriale sia un mercato del tutto fuori dalla crisi. Mondadori, Feltrinelli, Giunti, le grandi librerie o i negozi moderni sempre meno isolati, non sembrano passarsela troppo male. D’altra parte con gli accordi sulle vendite che erano e saranno in grado di fare con gli editori il futuro sembra assicurato. Già, solo che fra i due non-litiganti a godere non sarà il terzo protagonista cioè il cliente. O quanto meno, il cliente di qualità. Quello a cui interessa punto l’ultimo libro di Benedetta Parodi o della Littizzetto o di Claudio Bisio. Il libro per tutti, quello da lanciare sul mercato come se fosse un panino con nuovi ingredienti o un capo di biancheria intima. Insomma, se entrate in libreria per cercare Mafarka il futurista di Marinetti non pensate di uscirne contenti, al più riceverete un cortese invito all’acquisto di Rebel (ed. Nord), l’ultima fatica e primo di una serie, della non ancora ventenne e già nota Alexandra Adornetto – e pensare che Moravia consigliava di non iniziare a scrivere mai prima dei quarant’anni – che ci propina una storiella romantico-fantastica su angeli, bene e male anzi Bene e Male con tanto di gioventù bruciata. Una storiella che sembra fatta apposta per essere trasformata in un film con effetti speciali all’ultima moda e giovani talenti in erba.
Se per qualsiasi motivo andate alla ricerca di Piccolo mondo antico di Fogazzaro sappiate che non sarà facile trovarlo – magari nelle librerie dell’usato o agli angoli delle strade fra i robivecchi – molto più sicura la presenza in vetrina di Starcrossed di Josephine Angelini (Giunti), altro libro primo di una serie, altra storia di adolescenti un po’ turbolenti, che questa volta strizza l’occhio nientemeno che a Eschilo, Omero e Shakespeare. Di quest’ultimo troverete senz’altro le opere più note in qualsiasi libreria, ma non è detto che troverete le meno note, tipo Dodicesima notte con le avventure dei gemelli Viola e Sebastiano; magari potrete accontentarvi del secondo volume dell’ennesima trilogia, stavolta della tedesca Kerstin Gier, dal titolo Blue (il primo era Red, per Corbaccio), altra storia fantastica e un po’ romantica, data per imminente al cinema. O forse vi interesserà il volume di un’altra biondina l’americana Haley Tanner, Cose da salvare in caso di incendio (Longanesi), già venduto in venti paesi, un romanzo di formazione che pare si ispiri a Jerome David Salinger.
Una trilogia sopra e una sotto (Tolkien e Peter Jackson mai del tutto dimenticati!), un libro di cucina, una guida turistica e qualche testo scolastico o universitario, molta roba per adolescenti evidentemente i clienti più danarosi, le solite curiosità locali, i libri illustrati, d’arte e di musica. In questo modo si allestiscono le vetrine delle nostre librerie. In alternativa ci sarebbero i libri premiati, come Storia della mia gente di Edoardo Nesi vincitore dello Strega di quest’anno (Bompiani), gli autori che tirano come Antonio Scurati e Paulo Coelho, le solite lamentele su Berlusconi e sulle caste (di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo) e la fede che è sempre un buon investimento, oltreché un “bene rifugio”. Da pochi giorni la Piemme ha mandato in libreria Che cosa dobbiamo fare, titolo un po’ leninista ma che in realtà si riferisce a Matteo, per il libro del cardinale Carlo Maria Martini; in alternativa – alternativa vera – ci sarebbero poi anche i libri di Vito Mancuso, in libreria per Garzanti: Io e Dio. Una guida dei perplessi, o di Piergiorgio Odifreddi. Su quest’ultimo, complessivamente, è difficile dare un giudizio negativo, anche se è arduo pensare che i lettori del matematico “impertinente” siano contemporaneamente anche lettori della Bibbia.
Viva le novità insomma e tutto fuorché i libri di sostanza, quelli che ci raccontano da più generazioni o i classici, quelli che costituiscono le fondamenta del nostro pensiero, contenuto e forma, sostanza e superficie. Sarà che un libro del comico Enrico Brignano – naturalmente ben pubblicizzato – trova più lettori delle opere di G. W. Leibniz per Bompiani, sarà che Andrea Camilleri è probabilmente più noto di Cechov, sarà che Victor Hugo è meno famoso dei cartoni di Walt Disney, sarà che i prezzi di alcune nuove uscite sono decisamente convenienti, sarà quel che volete ma dei classici si parla sempre meno, li si cita come fonte di ispirazione quello sì. Sempre meno letti ma paradossalmente sempre più citati. Pare siano finiti i tempi nei quali i libri di Dante o Dostoevskij di Oscar Wilde o il Marcovaldo di Calvino sarebbero stati i compagni ideali in un’isola deserta. Meglio Melissa Hill col suo romanzetto dal titolo un po’ furbo, Un regalo da Tiffany (Newton Compton), inspiegabilmente ai primi posti delle vendite in Italia. E poi i soliti nomi quelli che si vedono spesso in tivù, che rimane la vera chiave per il successo di un’opera.
Jane Austen, Alessandro Manzoni, Thomas Mann, Charles Dickens e Jack London, tutti un po’ dimenticati. Raccolti negli scaffali più lontani della libreria. Peggio di un qualsiasi autore di best seller. E poi: Spinoza o Maria Zambrano che non valgono un Dan Brown. Brown il fortunatissimo autore del Codice da Vinci le cui storie non originali, portate anche al cinema, appassionarono i lettori di tutto il mondo. Cosa resterà di mister ottanta milioni di copie vendute, negli anni a seguire? Chissà. Naturalmente, oltre alla tivù la chiave del successo di un libro, anche morto e sepolto, è il cinema. Non è difficile che un romanzo quasi del tutto sconosciuto cominci a vendere o a rivendere migliaia di copie grazie alle trasposizioni cinematografiche, un caso su tutti: Cime tempestose di Emily Brontë. Ma non va meglio né per la poesia né per il teatro. Di poesia oramai se ne vende ben poca, ma in realtà non ha mai goduto di un mercato che possa dirsi tale, a meno che l’autore non riesca a entrare nei circuiti che ne ingigantiscono la popolarità. A meno che non diventi personaggio oltre il proprio mestiere di scrittore. A parte qualche nome pubblicato da case editrici specializzate, difficile che oggi si vada al di là di autori eccellenti che sarebbe un delitto trascurare: Petrarca, Leopardi, Rimbaud o Shakespeare. Non parliamo né di Pound né di Pasolini. A proposito degli autori teatrali poi, si potrebbero citare, in mezzo a un diluvio di pubblicazioni sovente anonime (centosettanta libri nuovi al giorno e circa trenta per ogni libraio, secondo una ricerca pubblicata sull’Espresso del 22 settembre), Goldoni, Pirandello o Machiavelli, ma riesce difficile pensare che nel Terzo millennio le bandiere della nostra letteratura godano di ottima salute.
Non citiamo Machiavelli a caso. Perché grazie al segretario fiorentino entriamo in un altro girone o settore. Quello della saggistica. Anche qui: difficile pensare – e difatti non lo pensiamo affatto – che oggi Il principe, trattatello politico di enorme valore per la storia dell’Occidente moderno o Il Manifesto del partito comunista di Marx, possano vantare più lettori rispetto a un libro di Marco Travaglio, Mario Capanna o a quello di un direttore di un qualsiasi quotidiano a diffusione nazionale. Senza nulla togliere alla saggistica mordi-e-fuggi, crediamo che le basi per una più agevole comprensione delle fenomenologie del mondo le si debbano cercare altrove. Benedetto Travaglio, ma benedetti anche Montesquieu e Stuart Mill! Stesso discorso per la filosofia, che oltre ai bla-bla-bla di alcuni nomi eccellenti (si tratta spesso di habitué dei programmi televisivi), oramai non ha molto da fare. Se ci rivolgiamo al passato Augusto del Noce, Heidegger, Giovanni Gentile lo stesso Nietzsche (anche se mai assente dalle bancarelle) circolano limitatamente, ma qui la colpa non è dei librai: gli acquirenti o sono studenti o sono studiosi che si muovono in minuscoli ambienti. Anche Croce è per pochi anche se fondamentale per il XX secolo. Schopenhauer è più letto che citato. Non parliamo poi di autori come Joseph de Maistre. Pare che il moderno Michel Foucault, edito da Feltrinelli, sia invece abbastanza letto. O forse magari soltanto acquistato.
Già, perché i libri oltre che acquistarli bisogna pure leggerli. E non siamo del tutto sicuri che le due cose coincidano. Non si contano le case piene di classici della letteratura, ben rilegati in pelle rossa o verde o azzurra: da George Eliot a Emile Zola da Nathaniel Hawthorne a Lev Tolstoj fino a Freud. Probabilmente mai letti, neppure sfogliati. Alla fine degli anni Ottanta, uscì il più famoso dei libri di Salman Rushdie, I versi satanici. Un volume la cui tiratura dopo la fatwa lanciata da Khomeini, andò alle stelle. E quanti acquirenti! Appassionati di letteratura o semplici “esperti” di religioni non cristiane, tantissimi a suo tempo si assicurarono il prezioso volume. A più di vent’anni di distanza, saremmo curiosi di conoscere il numero esatto dei lettori.

domenica 18 settembre 2011

Cavalcare la tigre

È già trascorso mezzo secolo dal periodo in cui la casa editrice Scheiwiller di Milano pubblicò per la prima volta Cavalcare la tigre, uno dei libri più importanti di Julius Evola. Forse anche uno dei meno compresi. In passato, qualcuno scrisse che Cavalcare la tigre contribuì ad accendere gli animi durante gli anni caldi (parliamo di terrorismo); qualcun altro, al contrario, che Evola avesse deciso di appendere le “armi” al chiodo, dopo un onorevole passato da guerriero della penna. Critiche in parte assurde, che nel Terzo Millennio potranno interessare solo un esiguo gruppo di curiosi.
Oggi è senz’altro più utile tornare a rileggerlo a fondo quel libro del 1961 – ma in realtà concluso già dieci anni prima – per ripassare il messaggio contenuto, per comprenderlo in ogni sua parte, e per utilizzare, attualizzare, bocciare o adattare il frasario evoliano alle questioni dei nostri tempi. Filosofi, scrittori e pensatori sono vivi se i loro messaggi assumono, malgrado il trascorrere degli anni, un significato preciso, altrimenti o appartengono al mondo dei morti o a quello della “comune” letteratura. Nel caso di Evola potremmo dire: o al giro dei facitori di slogan o dei perditempo o al mondo delle fiabe.
Nella sue ultime edizioni (uscito per le Mediterranee già a metà degli anni Novanta), Cavalcare la tigre si è pure guadagnato una introduzione di Stefano Zecchi, il quale nel 2008 – all’interno del mio libro Il maestro della Tradizione – così presentava il volume: «Penso che Cavalcare la tigre sia un testo importante. Evola mostra i limiti della modernità nel momento in cui è trionfante e nel momento in cui esprimersi contro di essa era né più e né meno che un’eresia…». Come la maggior parte dei libri di Evola, aggiungiamo, Cavalcare la tigre è rivolto a un lettore specifico, qualificato o differenziato, circostanza che naturalmente ha affascinato i “fascisti” in libera uscita: scontenti, creduloni o insegnatori in vena d’assoluto. Questi e quelli, incapaci di una vita normale e nemici giurati dei posti da impiegato, della lavastoviglie (regolarmente acquistata, però) e di una non ben specificata sovversione internazionale. Fate voi la somma… In effetti, il volume si apre con una affermazione che lascia poco spazio alle fantasie del lettore: «Il proposito di questo libro», scrive il teorico dell’“individuo assoluto”, «è di studiare alcuni degli aspetti, per via dei quali l’epoca attuale si presenta essenzialmente come un’epoca di dissoluzione, affrontando in pari tempo il problema dei comportamenti e delle forme di esistenza che in una situazione siffatta si convergono ad un particolare tipo umano». Evola dedica uno dei suoi ultimi libri a una “razza diversa” quella che riesce a non farsi divorare dalla modernità. Quella modernità che invece proprio nei primi anni Sessanta sta cambiando il mondo e dunque anche il nostro Paese, che si lascia alle spalle un passato contadino per abbracciare le rivoluzioni nel quotidiano, nel sociale e nei costumi. Da Jack Kerouac ai Beatles, dalle proteste americane (Berkeley, 1964) alla decolonizzazione, dalla reazione alla guerra nel Vietnam agli episodi di politica internazionale che conquistano parte dei cittadini dei paesi più prosperi e spingono a una partecipazione emotiva prim’ancora che politica, dalle nuove forme di spiritualità alle nuove culture giovanili. Ovviamente, ben al di là del pessimismo evoliano non tutto è da buttar via.
Il mondo di Evola e quello degli evoliani resta invece il mondo – decisamente poco reale e antistorico – della Tradizione. Raccontato più con le sue forme immateriali e decisamente meno con quelle materiali. Un mondo ordinato verso l’alto, ispirato cioè da principi che vanno al di là dell’uomo e delle sue comuni facoltà. È un mondo con le sue appendici politiche, che emerge in primo luogo da Rivolta contro il mondo moderno che è degli anni Trenta e poi da Gli Uomini e le rovine che è del 1953; studi mai privi del fascino del mondo parallelo o di quella che nell’Ottocento Renouvier appellò ucronia. Suggestioni appunto, con qualche complemento etico ed eroico; “arte pura” la intese a suo tempo Manlio Sgalambro. In codesti libri è facile comprendere ciò che si nega (e si può anche essere d’accordo con Evola), ma è difficile cogliere una parte positiva, qualcosa che si possa cioè “utilizzare”. Cavalcare la tigre, proprio per la sua qualità di testo privo di velleità politiche, riposa invece su un altro piano: si rivolge all’individuo alla ricerca di riferimenti esistenziali, all’ospite indesiderato dei tempi ultimi, al nietzscheano in caduta libera e a chi pensa che il deserto stia crescendo intorno a lui. Cavalcare la tigre è un conforto o una conferma per chi crede di appartenere a una élite e ama coltivare il proprio distacco dal resto del mondo.
Anche qui però, a nostro giudizio, Evola è fin troppo pessimista. Egli pone in primo piano la questione della morte di Dio o del nichilismo o del laicismo o relativismo se vogliamo attualizzarla, e la riprende proprio da Nietzsche punto di riferimento quasi costante. L’idea di fondo rimane l’impossibilità generalizzata di uscita dal tunnel del caos. Soluzione unica per il tipo differenziato non è l’isolamento ma la ritirata nella “foresta spirituale”, il distacco positivo almeno fino a un certo punto («quando un ciclo di civiltà volge verso la fine, è difficile poter giungere a qualcosa resistendo, contrastando direttamente le forze in moto. La corrente è troppo forte, si sarebbe travolti»). Il mondo borghese si basa soltanto su «idoli sociali e conformismo fondato sulla convivenza, sulla viltà, l’ipocrisia o l’inerzia», e in aggiunta l’attuale ribellione, quella cioè che parte dell’America degli anni Cinquanta, se possibile, è una sostanza ancora peggiore perché si risolve in una sorta di vano agitarsi senza prospettive concrete. Dunque? Evola boccia i tentativi di rivolta del proprio tempo e resta fermo su posizioni da “esule in Patria”, per parafrasare il titolo di un volume sul Msi di Marco Tarchi, in attesa che la “tigre” sia stanca di correre e che dunque un nuovo ciclo cominci. Sul finire dei Sessanta, in un periodo nel quale le nuove generazioni tentano di ribellarsi al sistema, per evitare un aggravarsi della situazione, per dirla con Giano Accame lo scrittore sposa posizioni «banalmente conservatrici» e si schiera a difesa dello status quo. Per un idolo del pensiero rivoluzionario di destra è quasi una sconfitta. Un limite che in molti gli rimproverano ancora. A suo tempo c’è chi interpretò l’anarchismo di destra in maniera del tutto differente e le libertà di Cavalcare la tigre o le solari utopie di Rivolta molto più in linea con lo Zeitgeist di quanto lo stesso Evola avesse immaginato. Per Gianni Baget Bozzo un certo tipo di cultura di destra nasce proprio nel periodo della contestazione. Nel mio 1968. Le origini della contestazione globale, sottolineavo che proprio nel Sessantotto la destra ritrovava intatti i propri presupposti culturali e ideali. “Ritrovava” perché come aveva già scritto Accame gli autori di gran moda nel Sessantotto, a cominciare da Marcuse, stavano a loro volta riproponevano le tematiche della destra rivoluzionaria, cioè quella propriamente evoliana dell’immediato dopoguerra. Proprio in quel periodo, cioè nel 1968, Accame e con lui molti altri confidarono in un matrimonio fra la “destra” e la “sinistra” giovanili, una sorta di connubio movimentista fra Che Guevara e lo stesso Evola, ma purtroppo andò a finire come tutti sanno, cioè con un nulla di fatto.
Qui affermiamo dunque, che Evola è stato protagonista di un “altro Sessantotto”. Non il Sessantotto di Marx, Marcuse e Mao ma quello del risveglio della “destra” da una fase di torpore; protagonista del periodo mai concluso dei cosiddetti viaggi in mare aperto. Conseguentemente proprio negli anni Sessanta, sulla scorta di un mutamento di prospettive, gusti e finalità, Evola e con lui naturalmente i suoi libri hanno vissuto una seconda giovinezza. Una popolarità che ha spinto lo stesso scrittore – in una nota intervista del 1970 a Gianfranco de Turris – a intervenire per mettere un po’ d’ordine proprio fra i lettori («Per me, quel che essenzialmente importa in una persona è la sua “realtà esistenziale” … I giovani, li attendo al traguardo, almeno, dei trent’anni»). Probabilmente la parte più specificamente edonista e materialista del Sessantotto “obbligava” gli stessi giovani a consumare volumi su volumi – una quantità enorme per Giuseppe Carlo Marino: dai marxisti a Eliade – e dunque a divorare, magari con troppa passione, i testi del filosofo romano. Dagli anni Sessanta in poi, la cultura del facile consumo (la bruta materia, denunciata anche da Alain de Benoist), unitamente alla indeterminatezza degli obiettivi, ai timori di un salto nel vuoto e di un conformismo non da uomini ma da bestie, saranno gli spauracchi peggiori per Evola. Così scrive su Cavalcare la tigre: «Al luogo delle unità tradizionali – dei corpi particolari, degli ordini, delle caste o classi funzionali, delle corporazioni – membrature a cui il singolo si sentiva legato in base ad un principio superindividuale che ne informava l’intera vita dandole un significato e un orientamento specifico, oggi si hanno associazioni determinate unicamente dall’interesse materiale degli individui, che solo su questa base si uniscono: sindacati, organizzazioni di categoria, partiti. Lo stato informe dei popoli, ormai divenuti mere masse, fa sì che ogni possibile ordine abbia un carattere necessariamente centralistico e coercitivo. E le inevitabili strutture centralistiche ipertrofiche degli Stati moderni, che moltiplicano gli interventi e le restrizioni anche quando vengono conclamate le “libertà democratiche”, se per un lato prevengono il disordine completo, dall’altro vanno però a colpire quel che può ancora restare in fatto di vincoli e di unità di tipo organico; il limite di questo livellamento sociale avendosi quando intervengono forme dichiaratamente totalitarie». Si tratta di uno dei periodi più efficaci del libro. C’è materia su cui riflettere anche oggi. Buona rilettura.

domenica 11 settembre 2011

L'11 settembre e lo scontro di civiltà che non c'è mai stato

Manhattan. World Trade Center. 11 settembre 2001. Ore 8.45. In mezzo a una confusione indescrivibile, qualcuno pensa a un film, non a quelli graffianti e poetici alla Woody Allen, il grande innamorato di Manhattan, ma a quelli ultima maniera e sempre un po’ “fasci” alla Clint Eastwood. Un’atmosfera irreale che dura solo qualche secondo. O forse solo diciotto minuti, fino all’arrivo dell’altro Boeing 767, quello che sfonda la seconda “torre gemella”. È l’esatto momento nel quale americani e non, capiscono che sta succedendo qualcosa di grave. A New York, all’America, all’Occidente e al mondo intero.
Fino all’11 settembre di dieci anni fa, Osama Bin Laden è un perfetto sconosciuto. Non ci riferiamo naturalmente ai servizi segreti Usa ma, ovviamente, alla maggioranza dei cittadini, che poco o nulla sa di “scontro di civiltà”, di islam (in realtà poco sa anche oggi), e di storie dell’altra parte del mondo. Da quel momento naturalmente sarà tutto un fiorire di islamisti e islamofobi, di musulmani per simpatia e di piccoli-teologi, di complottisti e di tifoserie organizzate a favore di George W. Bush il 43° e un po’ sfigatello presidente degli Stati Uniti o sfavorevoli al cosiddetto “governo mondiale”. In Italia, in particolare, torneranno di moda le vecchie controversie fra ex coppiani e bartaliani ed ex callasiani e tebaldiani; stavolta i cervelloni in questione si presenteranno come occidentalisti e cristiani (anche se in realtà non lo sono mai stati) o antiamericani e relativisti non apertamente a favore del terrorismo (naturalmente) ma costantemente dalla parte degli “altri”. Confronti interminabili – una citazione qua, un fatto di cronaca là – e discussioni d’alto profilo… roba seria, messa a bollire a fuoco lento con una politica fatta di idee (almeno così si dice) e non più soltanto di numeri, questioni elettorali ed economiche.
Se volessimo farla breve e per citare Alain de Benoist, potremmo dire che una destra e una sinistra sempre uguali a se stesse  hanno “reagito” all’11 settembre, soprattutto in Italia, come ci si attendeva da schieramenti politici oramai vecchi e bisognosi di cure ricostituenti, hanno cioè reagito male: «secondo le abituali idiosincrasie», ha scritto il fondatore della Nouvelle Droite sul Diorama letterario del gennaio 2002, «la prima esigendo nuove misure di sicurezza e moltiplicando le speculazioni ossessive sul “pericolo islamico”, la seconda criticando, spesso a giusto titolo, gli errori della politica americana, trascurando però di interrogarsi sulla natura del nuovo terrorismo globale, il che ha potuto dare l’impressione che essa giustificasse implicitamente gli attentati o che condannasse le vittime». In Italia si sa, oltre alla giustizia, a latitare è sempre stata la serenità, serenità nell’affrontare le questioni concrete, dalle più sciocche alle più serie (ricordiamo le vicende della povera Eluana Englaro), figurarsi dunque se l’evento 11 settembre – coi successivi attentati in Europa - non sarebbe riuscito a scatenare le solite tempeste in parlamento, sui giornali e in tivù. Buona parte della “destra” sin dal primo momento – in scia alla reazione emotiva di Oriana Fallaci e della sua denuncia di un Occidente troppo debole – ha scelto la via della chiusura al mondo islamico, come un pugile ha pensato a difendersi e ad attaccare. Ha pensato allo scontro, che tuttavia assumeva una forma del tutto inedita. Un nemico lungo un fronte sterminato: l’intera Europa, l’America e i luoghi del pianeta, ci riferiamo al mondo arabo, già “contagiati” dal dominio del “grande Satana”.
Inutile fare nomi, ma in molti ambienti si è spesso superata la linea di confine fra il semplice nemico - quello che dovrebbe indossare la divisa - e l’ostilità verso il diverso, per credo religioso, razza e cultura; è sempre accaduto nelle guerre, è un “errore” nel quale sono caduti i migliori cervelli del secolo scorso soprattutto durante la seconda guerra mondiale, solo che questa volta, autoarruolatesi fra i “teocon”, non si è trattato di best minds ma di telegeniche in minigonna. Non si è trattato di studiosi delle dinamiche interne dei paesi afroasiatici ma di falsi profeti pronti a lanciare l’allarme sulla “qaedizzazione” di tre quarti di mondo. Anche la democrazia della parola ha dunque i suoi limiti…
In pochi invece, hanno cercato un approccio moderato o ponderato. Questo giornale per esempio, che nel corso degli anni non si è lanciato in crociate “fuori stagione”, non ha alzato la voce e non ha tuonato contro presunte civiltà “nemiche”. E  i tempi cominciano finalmente a dar ragione a chi non credeva che due pezzi di mondo, peraltro dai confini del tutto imprecisati, potessero arrivare a darsele di santa ragione. Insomma, la guerra fra le due opposte civiltà non è mai scoppiata: una guerra prevede sempre e solo un vincitore, ma qui di vincitori ce ne sono due seppur le vicende siano ancora in corso. A dieci anni di distanza dall’attacco alle “torri gemelle” tutti hanno guadagnato qualcosa: l’Occidente, che non è stato costretto ad abbandonare i principi democratici e insieme a essi non ha rinnegato l’apertura verso le altre culture. Il mondo che si riconosce nell’Islam, che ha individuato nelle libertà e nei diritti umani i principi di una nuova convivenza. La “primavera araba” è scoppiata da poco meno di un anno e si ha maggior fiducia, adesso, in un avvicinamento fra i due “mondi”. Per dirla con le parole dello scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun: «Ora gli arabi sperano di non essere più guardati con sospetto, ma trattati con dignità e rispetto quando si presentano a un confine. Non sono portatori di alcun messaggio postumo di Bin Laden».

giovedì 8 settembre 2011

Destra, sinistra? Basta!

Cos’è la destra e cos’è la sinistra? Si chiedeva divertito Giorgio Gaber lo spiritello “linguacciuto” che tutto il mondo dovrebbe invidiarci. Già… cos’è la destra e cos’è la sinistra? Se facessimo un sondaggio – su Facebook  o altrove – ne verrebbero fuori decine di risposte diverse, e probabilmente scopriremmo – divertiti – che per un certo periodo un signor ics ha militato a destra, per gli identici motivi per cui un signor ipsilon, negli stessi anni, ha invece militato a sinistra. La sinistra è «ordine» ripeteva sicuro di sé Sergio Cofferati, al tempo in cui fu sindaco di Bologna. «Ma come?», avrebbe risposto prontamente un nostalgico almirantiano, «…siamo proprio sicuri?».
Ma in Italia, e non solo, ci fu un’età nella quale destra e sinistra erano due catene dalle quali pareva impossibile liberarsi. C’era la guerra fredda, c’era il comunismo, c’erano i cosiddetti “nemici in casa” e stare da una parte o dall’altra era né più e né meno che un riflesso condizionato. Un must. E guai (guai) a chi cedeva. Fra i miei ricordi di studioso del “fenomeno destra” ci sono i documenti di un comizio torinese del senatore Ezio Maria Gray del 26 novembre del 1967: la guerra in Vietnam, così concludeva, «è l’ultima resistenza dell’Occidente al dilagare del comunismo», «pertanto, in ogni modo e ad ogni costo, dobbiamo parteggiare per essa». Tutto il resto, veniva obbligatoriamente dopo. La politica soffriva di eccessiva rigidità naturalmente, ed era impossibile compiere operazioni non previste dalle regole di una logica a cascata. Se stavi coi Vietcong, non stavi con l’Occidente e se non stavi con l’Occidente stavi coi comunisti e se stavi coi comunisti eri un nemico. Idem, per la parte avversa. In realtà però, c’era già chi andava al di là di questa logica bipolare, e se ci sapeva fare con la penna e con le parole era ritenuto “semplicemente” stravagante o ingenuo o sognatore, ma se non ci sapeva fare invece, bé allora erano problemi suoi…
Oggi possiamo ben dirlo, molta acqua è passata sotto i ponti. È lontano il periodo nel quale i “sovversivi” apparivano in ogni dove, perfino al di qua delle porte di casa; d’altra parte, è a tutti chiaro come il continuo appello berlusconiano alla “minaccia comunista” sia solo il fumo negli occhi di chi ancora crede (o fa finta di credere) nelle passate ideologie, senza alcuna base concreta e per esclusivi interessi di bottega. Per fortuna adesso, i gruppi anticonformisti che già a partire dagli anni Sessanta predicavano il superamento degli steccati ideologici, perché stavano dalla parte delle sintesi costruttive e della libertà di schierarsi, vengono visti con occhio assai diverso. Naturalmente, buona parte del merito è della morte stessa delle ideologie, di quelle camicie di forza cioè che obbligavano a delle scelte di campo spesso inevitabili. È il caso del giovane Franco Cardini, per esempio, iscritto al Movimento sociale italiano, ma forte di un pensiero minoritario: antiamericano, tradizionalista e socialista insieme, “tifoso” di Nasser e Fidel Castro, di Ernesto Che Guevara e ovviamente dei Vietcong. È lui stesso a scrivere che molti anni fa i ragazzi come lui «avevano sbagliato collocazione», perché malgrado il Msi tollerasse le irrequietezze non conformi della base movimentista e i suoi flirt intellettuali con la “sovversione”, il vertice del partito – parliamo del Msi micheliniano – era incontestabilmente di stampo conservatore, in antitesi cioè con la sinistra, che seppur già diversa da quella dell’immediato dopoguerra veniva ostilmente classificata come comunista tout court.        
In questo 2011, Luciano Lanna ex direttore responsabile del Secolo d’Italia, ha scritto un saggio su un lungo capitolo della cultura non conforme (Il fascista libertario, Sperling & Kupfer): dal cotè intellettuale, il capitolo relativo a una partecipazione non a compartimenti stagni, al di là delle ideologie e delle più scomode eredità (fascismi e comunismi). Per fortuna anche i libri ristabiliscono le verità sepolte nelle memorie – sovente traballanti – di militanti, addetti ai lavori o testimoni per caso. Libri che non solo fanno il punto della situazione sui fenomeni cosiddetti trasversali, cioè né di “destra” né di “sinistra” o un po’ l’una e un po’ l’altra, ma che ne ricostruiscono la storia fin nei dettagli meno conosciuti. È il caso adesso del volume di Giovanni Tarantino da poco in libreria, Da Giovane Europa ai campi Hobbit. 1966-1986, vent’anni di esperienze movimentiste al di là della destra e della sinistra (Controcorrente ed., con prefazione di Franco Cardini e postfazione di Luigi G. de Anna), che è uno studio sui movimenti giovanili d’area – in special modo “Giovane Europa e la “Nuova destra” – spiegati ben oltre i tradizionali apparati di partito.
La prima considerazione da farsi su questo libro riguarda la giovane età di Tarantino: classe 1983, e la sua “collocazione politica”: forse più a sinistra che a destra (nel senso tradizionale dei termini). Entrambe le caratteristiche giocano a favore della qualità del suo racconto, in merito cioè alle prospettive di chi guarda al futuro, senza tare ideologiche. Ci voleva. Tarantino non vanta trascorsi familiari di “destra” (nessun legame con un passato morto e sepolto) e non ha posizioni ideologiche da difendere. Scrive di aver conosciuto casualmente gli esponenti della “Nuova destra” – la corrente culturale di fine anni Settanta che poneva il problema del superamento dell’asse destra-sinistra e guardava al “nuovo” con maggior convinzione rispetto al “vecchio” – a cominciare dal leader francese Alain de Benoist e poi naturalmente Marco Tarchi e Umberto Croppi.
Ma perché proprio “Giovane Europa” e la “Nuova Destra”? A spiegarlo è lo stesso Tarantino: innanzitutto perché si tratta di due movimenti importanti che, seppur distanti nel tempo, intrecciano le loro linee guida più e più volte. Linee guida che, in maggioranza, sono ancora quelle di chi si colloca oggi all’interno del movimentismo trasversale. Superamento della dicotomia destra-sinistra in primo luogo: dicotomia che non è più in grado di operare delle distinzioni all’interno delle nuove “scuole di pensiero”. Ove collocare ad esempio la questione ecologica? E i diritti civili? E il sentire e la prassi libertaria, così come sono andati evolvendo nella seconda metà del Novecento? Poi c’è il superamento del fascismo naturalmente (ed anche quella del neo-fascismo, oramai più anziano del proprio “padre”), e ci sarebbero anche problematiche di tipo estetico sulle quali riflettere a tempo debito (una concezione dell’arte e del bello slegata da legami ideologici per esempio, che si concentri sul prodotto o fatto creativo e non su alcuni capitoli della biografia di tizio o di caio).
Ma il dato essenziale del libro di Tarantino, sul quale c’è a tutt’oggi un dibattito in corso, sembra essere quello dello stretto legame fra le accelerazioni in direzione libertaria avvenute all’interno della “destra” (intesa ancora nel senso tradizionale) e le parentesi dei grandi movimenti sociali del secondo dopoguerra. Il Sessantotto e il Settantasette. La generazione dei cinquanta-sessantenni che, inutile dirlo (o forse no?) è quella nata in un periodo di grandi trasformazioni delle maggiori società industrializzate, sarebbe in grado di testimoniarlo in prima persona. Si tratta di quel lungo o lunghissimo Sessantotto cominciato negli anni Sessanta e concluso agli inizi degli Ottanta, di cui ha dato notizia anche Giano Accame nel suo Una storia della Repubblica (Rizzoli, 2000), uno che – tanto per dire – ha sempre lavorato per il dialogo, l’abbattimento degli “slogan ideologici” e il superamento degli steccati. Quel Sessantotto che ha trasformato, perché non dirlo, anche le antropologie dei giovani che militavano a “destra”. Quei giovani che presto o tardi finiranno per innamorarsi dell’ironia disincantata, graffiante e schietta di Francesco Guccini o di Nanni Moretti – peraltro, due artisti dotati di indubbio talento – perché in quegli anni, anche a “destra”, si sentiva la necessità di far propri dei modelli in linea con lo Zeitgeist, da opporre a quelli eccessivamente seriosi o negativi che andavano ancora per la maggiore. Quegli stessi giovani che non rimarranno indifferenti neanche dinanzi al fenomeno beat, scoppiato in Italia a metà degli anni Sessanta e che andava rivoluzionando il rapporto fra gli adulti e i ragazzi.
Pur non dimenticando la propria di identità (si pensi ad esempio all’immenso lavoro di studio sulle religioni o tradizioni inserito a cominciare dal 1969 su Conoscenza religiosa di Elémire Zolla), era già questo simpatizzare per altre “culture”, un passo decisivo, per i giovani di destra, verso l’“uscita dalla “fogna. E utilizzo un’espressione a quel tempo sulla bocca di tutti: a destra (sulla quale molti ironizzavano) come a sinistra. Inutile dire che nel 2011, Guccini e Moretti sono ancora dei riferimenti di primissimo piano, in campo artistico e intellettuale. Due non-conformisti che piacciono – e tanto – ai pensatori della “destra” libertaria e movimentista. In conclusione, ciò che resta di quelle stagioni mai del tutto scomparse, è dunque l’effetto di lunga durata di una vera e propria rivoluzione di tipo culturale. Ed è proprio a partire da quegli anni che qualcuno ha cercato, fra mille difficoltà ed errori, di ricomporre le fratture causate dagli estremismi della politica e nate all’interno delle stesse generazioni. Ognuno si è adoperato a modo proprio per le classiche ricuciture “destra”-“sinistra”: artisti come Giorgio Gaber, che citavo all’inizio, per esempio con la sua inarrivabile anarco-ironia, scrittori e intellettuali con i saggi di contenuto prevalentemente storico, e i politici – soprattutto i più giovani – col buon senso e l’onestà intellettuale. Ma altri potranno farlo ancora, in nome di un “et et”, cioè della cultura dell’integrazione, lanciata trent’anni fa per le generazioni del futuro. 

sabato 3 settembre 2011

Frank Capra ovvero l'ottimismo

Wonderful? Sarebbe stata meravigliosa la vita di Frank Capra se a sei anni, nel 1903, non avesse lasciato la Sicilia – con Palermo e quella miriade di paesini tipo Bisacquino, dov’era nato, Corleone o Prizzi – per quel Nuovo mondo del quale egli stesso sarebbe diventato, presto, uno dei più celebri cantori? No naturalmente, se si considera il peso specifico dei luoghi in questione. No, se si considera che la Sicilia agli inizi del Novecento era una regione spenta già priva di speranze concrete, mentre l’America era essa stessa il sogno: di conquista, di ricchezza e anche di successo.
Morto a più di novant’anni il 3 settembre del 1991 (cioè vent’anni fa), Capra ha praticamente attraversato l’intero Novecento ed è uno di quei personaggi da ricordare quando si incappa in periodi nei quali le cose vanno così così e svagarsi diventa quasi obbligatorio. Studiosi e osservatori sanno perfettamente che crisi e divertimento popolare – quasi una sorta di sostegno al morale collettivo – sono in sintonia e che proprio nei momenti nei quali la sfiducia sembra dettare tempi e modi, l’ottimismo, perfino colorato d’irrazionalità, diventa l’antidoto perfetto per restaurare la perduta armonia. Il 24 agosto scorso, sul Corsera,  in relazione alla crisi dei nostri giorni e al desiderio di cultura che non abbandona il nostro paese – di musica nello specifico – Enrico Girardi ha firmato un articolo interessante. In qualsiasi luogo d’Italia – Bolzano, Martina Franca, Stresa, Macerata, Jesi e Milano – «il pubblico risponde affollando platee e gallerie di ogni teatro o sala da concerto», ha scritto. C’è da rifletterci su: «Autori come Joseph Roth, Musil e Hofmannsthal scrissero che mai come negli ultimi mesi prima del crollo dell’Impero i teatri viennesi fossero pieni, per dire come la percezione della fine inducesse la gente a voler respirare il meglio che quella cultura, seppur moribonda, avesse prodotto. Finché possibile». E che dire poi di tempi meno recenti e di Roma, e del verdiano Ballo in maschera con Beniamino Gigli, rappresentato appena il giorno prima della liberazione?
L’emergenza e il buon gusto sembrano andare così (paradossalmente) d’accordo. In America, il cinema dei primi anni Trenta partorisce una serie di eroi dotati delle più grandi virtù: il sentimento e il comune buon senso. In un contesto nel quale essere realisti sembra del tutto naturale, Frank Capra inserisce quel tanto di “idealismo” e condisce il New Deal di F. D. Roosevelt e il corrispondente sogno americano con l’ottimismo e le grandi speranze dell’uomo comune. Il suo cinema è indimenticabile perché è quello degli umili che non rinunciano ai sogni, seppur calati nel cuore di circostanze prevalentemente sfavorevoli. I lavori di Capra sono il completamento di una fiaba nata per lui con l’inizio dell’avventura americana, quando con la famiglia si stabilisce a Los Angeles. Cosa sarebbe stato di tipi destinati al successo se costretti a vivere nella Sicilia illiberale e “primitiva”, fra mafie, fascismi eterni e baronie? La risposta è di nuovo ovvia. Perfino le idee che Capra andò maturando a poco a poco – quelle di un’America formata di piccole comunità solidali – sarebbero annegate nel più vasto contesto di un’Italia populista e litigiosa a più non posso, fra ricette urlate da questo o da quel politicante; a meno che il nostro regista non si fosse piegato alla volontà demagogica del primo venuto per poi venire etichettato come artista di regime o peggio “ideologico”. Invece, le idee di Capra erano perfino in controtendenza rispetto a quelle di Roosevelt. È stato spiegato, infatti, come più che a Roosevelt egli si ispirasse, a quel tempo, ai padri americani Jefferson e Lincoln, e come più che a un complesso New Deal – del quale abbiamo imparato quasi ogni risvolto in tema economico – si ispirasse a un liberale e meno macchinoso “Old Deal”, come ricetta essenziale per il più tradizionale dei “sogni americani”. Freedom first of all, insomma. Libertà e indipendenza (buona parte della vita di Capra è ricerca di spazio indipendente fra le case di produzione) che si associano al temperamento di un antidivo per eccellenza. Di chi non insegue la gloria per la gloria, di chi non si esibisce in seccanti stravaganze, di chi anzi ha il massimo rispetto per il proprio lavoro – quello del regista – che è né più e né meno quello di un narratore di stampo realista.
Dopo una gavetta di più di dieci anni, nella quale però compaiono titoli e attori non di secondo piano – il comico con la faccia da ragazzino Harry Langton, per esempio o la più moderna Barbara Stanwyck – Capra gira nel 1934 Accadde una notte con Clark Gable che è il film della svolta ed è anche un grande successo; grazie a questa pellicola il siciliano intasca ben cinque oscar con un “filotto” impressionante: miglior film, regia, sceneggiatura non originale, attore protagonista e attrice protagonista. Da quel momento, almeno fino ai primi anni Quaranta infilerà un successo dietro l’altro e con È arrivata la felicità (1936), Orizzonte perduto (1937), L’eterna illusione (1938), Mister Smith va a Washington (1939) e Arriva John Doe (1941) si guadagnerà ben trentuno nomination agli Oscar su un totale di quattordici vinti. Gli ingredienti dei suoi film sono fra i più semplici: sentimenti, comune buon gusto, (riuscitissime) utopie  e morale e finale rassicuranti; sostanze che in un periodo di incertezza economica ed esistenziale, valgono quanto e più dell’oro. Inutile dire che la qualità dell’ispirazione di Capra non può non dipendere anche dalle vicende politiche di quegli anni così complicati. Leggiamo nella traduzione italiana della londinese The Movie: «Le componenti del personaggio incarnato da Clark Gable, cioè la semplice rispettabilità, la propensione a godere delle piccole cose di tutti i giorni, riappaiono con maggior evidenza in Longfellow Deeds (Gary Cooper), protagonista di È arrivata la felicità. L’eredità lasciatagli da uno zio fa sì che Deeds venga letteralmente catapultato dalla cittadina di provincia in cui abita … nella frenetica New York. Certe sue semplici abitudini … provocano beffe e derisione, mentre avvocati, giornalisti e creditori tentano di sfruttarlo. Ma i valori positivi di cui Deeds è portatore hanno il sopravvento sulla corruzione e sul cinismo che lo circondano. Colpito dalle condizioni dei contadini ridotti in miseria, Deeds decide di dividere con loro la sua fortuna, regalando a ciascuno una mucca, un cavallo, delle sementi e un pezzo di terra. La buona società di New York protesta e viene addirittura aperto un processo per dichiarare Deeds insano di mente. La sua autodifesa fornisce lo spunto per avviare un vivace dibattito sui valori della società americana, da cui emerge il populismo di Capra, la sua fiducia nell’integrità morale degli oppressi e degli sfruttati … Verso la fine del  decennio, tuttavia, le minacce al sogno americano di Capra si fecero più pericolose … nemmeno lui con la sua armonica, poteva arrestare i diabolici progetti di Hitler. E nel film Arriva John Doe … l’uomo della strada viene ingannato e quasi sconfitto…».
A parte le pellicole del 1946 (La vita è meravigliosa) e quella del ’48 (Lo stato dell’Unione), il Capra più importante è quello di questi anni, il regista che porta sullo schermo l’americano-vecchio-stampo e che mostra allo stesso tipo di americano tutte le difficoltà della vita. Divertendolo e rassicurandolo con l’happy end non per prendersi gioco di lui, bensì per dirgli che anche nell’America delle emergenze e dei poteri forti (locuzione quanto mai attuale), le vie d’uscita ci sono e sono inserite nella morale di tutti i giorni. Questa è la cifra democratico-popolare e realistico-utopica di Capra che come sappiamo divenne tutt’una col pensiero a stelle-e-strisce durante gli anni Trenta. Una natura anche molto criticata (nonostante, o forse proprio a causa del grande successo dei film), definita eccessivamente superficiale e perfino reazionaria. Non sono mancate infatti, specie negli ultimi periodi interpretazioni del tutto difformi delle sue pellicole, perché c’è chi preferisce concentrare la propria attenzione non sull’happy end (che a volte può apparire fuori posto), ma su tutto ciò che lo precede: e prima che “cali la tela”, c’è un’America tutt’altro che positiva e non proprio a misura d’uomo. Naturalmente le due interpretazioni – quella ottimista e quella pessimista – possono benissimo andare insieme, contribuendo a tratteggiare così – l’una e l’altra – la vera cifra stilistica di Frank Capra. “Artista” per caso come eroi per caso furono i protagonisti maschili dei suoi film.
Oggi, e in verità da un po’, si parla di uno stile capriano per molti film americani (si pensi ai successi del regista Robert Zemeckis, per esempio); e si parla del medesimo stile – cioè del realismo-idealista un po’ utopico – soprattutto nei periodi di grande crisi. Laddove le ricette dei soliti noti – «il farfugliare annaspante e contraddittorio di politici e banchieri», lo chiama Girardi nel suo pezzo sul Corsera – potrebbero essere sostituite anche dal ritorno a una morale da uomo della strada. In fondo l’idea del palermitano immigrato nel Nuovo mondo era quella di una morale spicciola, la morale dello sciocco e dell’ingenuo ma onesto, in grado di prevalere da sola o col favore della comunità sui giochi di potere o sugli intrighi degli egoisti e dei plutocrati. Una morale della semplicità che per non scomodare i grandi nomi del pensiero occidentale (con le loro utopie), potrebbe ricordare anche quella dei piccoli Hobbit di J. R. R. Tolkien che tanto piaceranno per esempio agli hippy e ne tradurranno lo spirito pacifico e libertario.
Ma c’è perfino chi si avventura ad assegnare a Capra dei meriti nel campo della politica. Qualche tempo fa Sergio Romano sul Corsera (20 dicembre 2009) ricordava le tesi di Giorgio Galli e Franco Rositi nel saggio Cultura di massa e comportamento collettivo (1967) a proposito dell’importanza del cinema all’interno dei comportamenti di massa. Secondo i due studiosi l’ottimismo e il riferimento ai valori positivi veicolati dai film di Capra con ogni probabilità “salvarono” l’America da una fine simile a quella della Germania – al tempo, più lugubre e negativa – che nello stesso periodo si era consegnata a Hitler e alla sua dittatura. Lo stesso Romano ha finito per criticare queste tesi, che non tengono conto della storia tout court dei due paesi (e non solo della storia dello spettacolo) e dunque delle condizioni della Germania dopo la Grande guerra. Tuttavia non è un caso, aggiungiamo, se uno degli ultimi grandi cambiamenti in seno alla cinematografia mondiale è collocabile negli anni Sessanta-Settanta e che proprio in quel ventennio le società occidentali si siano così incredibilmente trasformate.
Scegliere se affermare che il cinema (e naturalmente non solo esso), possa mutare la società – si pensi per dirne solo una alla “rivoluzione sessuale” – o ne possa disegnare i contorni o semplicemente ripetere pappagallescamente le dinamiche è un azzardo. Sottovalutare però il potere della “lanterna magica” è un errore altrettanto grande, che non si deve compiere. L’aveva capito perfino Mussolini, uno che proprio negli anni Trenta s’era messo in testa di rivoluzionare l’Italia.