domenica 18 settembre 2011

Cavalcare la tigre

È già trascorso mezzo secolo dal periodo in cui la casa editrice Scheiwiller di Milano pubblicò per la prima volta Cavalcare la tigre, uno dei libri più importanti di Julius Evola. Forse anche uno dei meno compresi. In passato, qualcuno scrisse che Cavalcare la tigre contribuì ad accendere gli animi durante gli anni caldi (parliamo di terrorismo); qualcun altro, al contrario, che Evola avesse deciso di appendere le “armi” al chiodo, dopo un onorevole passato da guerriero della penna. Critiche in parte assurde, che nel Terzo Millennio potranno interessare solo un esiguo gruppo di curiosi.
Oggi è senz’altro più utile tornare a rileggerlo a fondo quel libro del 1961 – ma in realtà concluso già dieci anni prima – per ripassare il messaggio contenuto, per comprenderlo in ogni sua parte, e per utilizzare, attualizzare, bocciare o adattare il frasario evoliano alle questioni dei nostri tempi. Filosofi, scrittori e pensatori sono vivi se i loro messaggi assumono, malgrado il trascorrere degli anni, un significato preciso, altrimenti o appartengono al mondo dei morti o a quello della “comune” letteratura. Nel caso di Evola potremmo dire: o al giro dei facitori di slogan o dei perditempo o al mondo delle fiabe.
Nella sue ultime edizioni (uscito per le Mediterranee già a metà degli anni Novanta), Cavalcare la tigre si è pure guadagnato una introduzione di Stefano Zecchi, il quale nel 2008 – all’interno del mio libro Il maestro della Tradizione – così presentava il volume: «Penso che Cavalcare la tigre sia un testo importante. Evola mostra i limiti della modernità nel momento in cui è trionfante e nel momento in cui esprimersi contro di essa era né più e né meno che un’eresia…». Come la maggior parte dei libri di Evola, aggiungiamo, Cavalcare la tigre è rivolto a un lettore specifico, qualificato o differenziato, circostanza che naturalmente ha affascinato i “fascisti” in libera uscita: scontenti, creduloni o insegnatori in vena d’assoluto. Questi e quelli, incapaci di una vita normale e nemici giurati dei posti da impiegato, della lavastoviglie (regolarmente acquistata, però) e di una non ben specificata sovversione internazionale. Fate voi la somma… In effetti, il volume si apre con una affermazione che lascia poco spazio alle fantasie del lettore: «Il proposito di questo libro», scrive il teorico dell’“individuo assoluto”, «è di studiare alcuni degli aspetti, per via dei quali l’epoca attuale si presenta essenzialmente come un’epoca di dissoluzione, affrontando in pari tempo il problema dei comportamenti e delle forme di esistenza che in una situazione siffatta si convergono ad un particolare tipo umano». Evola dedica uno dei suoi ultimi libri a una “razza diversa” quella che riesce a non farsi divorare dalla modernità. Quella modernità che invece proprio nei primi anni Sessanta sta cambiando il mondo e dunque anche il nostro Paese, che si lascia alle spalle un passato contadino per abbracciare le rivoluzioni nel quotidiano, nel sociale e nei costumi. Da Jack Kerouac ai Beatles, dalle proteste americane (Berkeley, 1964) alla decolonizzazione, dalla reazione alla guerra nel Vietnam agli episodi di politica internazionale che conquistano parte dei cittadini dei paesi più prosperi e spingono a una partecipazione emotiva prim’ancora che politica, dalle nuove forme di spiritualità alle nuove culture giovanili. Ovviamente, ben al di là del pessimismo evoliano non tutto è da buttar via.
Il mondo di Evola e quello degli evoliani resta invece il mondo – decisamente poco reale e antistorico – della Tradizione. Raccontato più con le sue forme immateriali e decisamente meno con quelle materiali. Un mondo ordinato verso l’alto, ispirato cioè da principi che vanno al di là dell’uomo e delle sue comuni facoltà. È un mondo con le sue appendici politiche, che emerge in primo luogo da Rivolta contro il mondo moderno che è degli anni Trenta e poi da Gli Uomini e le rovine che è del 1953; studi mai privi del fascino del mondo parallelo o di quella che nell’Ottocento Renouvier appellò ucronia. Suggestioni appunto, con qualche complemento etico ed eroico; “arte pura” la intese a suo tempo Manlio Sgalambro. In codesti libri è facile comprendere ciò che si nega (e si può anche essere d’accordo con Evola), ma è difficile cogliere una parte positiva, qualcosa che si possa cioè “utilizzare”. Cavalcare la tigre, proprio per la sua qualità di testo privo di velleità politiche, riposa invece su un altro piano: si rivolge all’individuo alla ricerca di riferimenti esistenziali, all’ospite indesiderato dei tempi ultimi, al nietzscheano in caduta libera e a chi pensa che il deserto stia crescendo intorno a lui. Cavalcare la tigre è un conforto o una conferma per chi crede di appartenere a una élite e ama coltivare il proprio distacco dal resto del mondo.
Anche qui però, a nostro giudizio, Evola è fin troppo pessimista. Egli pone in primo piano la questione della morte di Dio o del nichilismo o del laicismo o relativismo se vogliamo attualizzarla, e la riprende proprio da Nietzsche punto di riferimento quasi costante. L’idea di fondo rimane l’impossibilità generalizzata di uscita dal tunnel del caos. Soluzione unica per il tipo differenziato non è l’isolamento ma la ritirata nella “foresta spirituale”, il distacco positivo almeno fino a un certo punto («quando un ciclo di civiltà volge verso la fine, è difficile poter giungere a qualcosa resistendo, contrastando direttamente le forze in moto. La corrente è troppo forte, si sarebbe travolti»). Il mondo borghese si basa soltanto su «idoli sociali e conformismo fondato sulla convivenza, sulla viltà, l’ipocrisia o l’inerzia», e in aggiunta l’attuale ribellione, quella cioè che parte dell’America degli anni Cinquanta, se possibile, è una sostanza ancora peggiore perché si risolve in una sorta di vano agitarsi senza prospettive concrete. Dunque? Evola boccia i tentativi di rivolta del proprio tempo e resta fermo su posizioni da “esule in Patria”, per parafrasare il titolo di un volume sul Msi di Marco Tarchi, in attesa che la “tigre” sia stanca di correre e che dunque un nuovo ciclo cominci. Sul finire dei Sessanta, in un periodo nel quale le nuove generazioni tentano di ribellarsi al sistema, per evitare un aggravarsi della situazione, per dirla con Giano Accame lo scrittore sposa posizioni «banalmente conservatrici» e si schiera a difesa dello status quo. Per un idolo del pensiero rivoluzionario di destra è quasi una sconfitta. Un limite che in molti gli rimproverano ancora. A suo tempo c’è chi interpretò l’anarchismo di destra in maniera del tutto differente e le libertà di Cavalcare la tigre o le solari utopie di Rivolta molto più in linea con lo Zeitgeist di quanto lo stesso Evola avesse immaginato. Per Gianni Baget Bozzo un certo tipo di cultura di destra nasce proprio nel periodo della contestazione. Nel mio 1968. Le origini della contestazione globale, sottolineavo che proprio nel Sessantotto la destra ritrovava intatti i propri presupposti culturali e ideali. “Ritrovava” perché come aveva già scritto Accame gli autori di gran moda nel Sessantotto, a cominciare da Marcuse, stavano a loro volta riproponevano le tematiche della destra rivoluzionaria, cioè quella propriamente evoliana dell’immediato dopoguerra. Proprio in quel periodo, cioè nel 1968, Accame e con lui molti altri confidarono in un matrimonio fra la “destra” e la “sinistra” giovanili, una sorta di connubio movimentista fra Che Guevara e lo stesso Evola, ma purtroppo andò a finire come tutti sanno, cioè con un nulla di fatto.
Qui affermiamo dunque, che Evola è stato protagonista di un “altro Sessantotto”. Non il Sessantotto di Marx, Marcuse e Mao ma quello del risveglio della “destra” da una fase di torpore; protagonista del periodo mai concluso dei cosiddetti viaggi in mare aperto. Conseguentemente proprio negli anni Sessanta, sulla scorta di un mutamento di prospettive, gusti e finalità, Evola e con lui naturalmente i suoi libri hanno vissuto una seconda giovinezza. Una popolarità che ha spinto lo stesso scrittore – in una nota intervista del 1970 a Gianfranco de Turris – a intervenire per mettere un po’ d’ordine proprio fra i lettori («Per me, quel che essenzialmente importa in una persona è la sua “realtà esistenziale” … I giovani, li attendo al traguardo, almeno, dei trent’anni»). Probabilmente la parte più specificamente edonista e materialista del Sessantotto “obbligava” gli stessi giovani a consumare volumi su volumi – una quantità enorme per Giuseppe Carlo Marino: dai marxisti a Eliade – e dunque a divorare, magari con troppa passione, i testi del filosofo romano. Dagli anni Sessanta in poi, la cultura del facile consumo (la bruta materia, denunciata anche da Alain de Benoist), unitamente alla indeterminatezza degli obiettivi, ai timori di un salto nel vuoto e di un conformismo non da uomini ma da bestie, saranno gli spauracchi peggiori per Evola. Così scrive su Cavalcare la tigre: «Al luogo delle unità tradizionali – dei corpi particolari, degli ordini, delle caste o classi funzionali, delle corporazioni – membrature a cui il singolo si sentiva legato in base ad un principio superindividuale che ne informava l’intera vita dandole un significato e un orientamento specifico, oggi si hanno associazioni determinate unicamente dall’interesse materiale degli individui, che solo su questa base si uniscono: sindacati, organizzazioni di categoria, partiti. Lo stato informe dei popoli, ormai divenuti mere masse, fa sì che ogni possibile ordine abbia un carattere necessariamente centralistico e coercitivo. E le inevitabili strutture centralistiche ipertrofiche degli Stati moderni, che moltiplicano gli interventi e le restrizioni anche quando vengono conclamate le “libertà democratiche”, se per un lato prevengono il disordine completo, dall’altro vanno però a colpire quel che può ancora restare in fatto di vincoli e di unità di tipo organico; il limite di questo livellamento sociale avendosi quando intervengono forme dichiaratamente totalitarie». Si tratta di uno dei periodi più efficaci del libro. C’è materia su cui riflettere anche oggi. Buona rilettura.

Nessun commento:

Posta un commento