giovedì 8 settembre 2011

Destra, sinistra? Basta!

Cos’è la destra e cos’è la sinistra? Si chiedeva divertito Giorgio Gaber lo spiritello “linguacciuto” che tutto il mondo dovrebbe invidiarci. Già… cos’è la destra e cos’è la sinistra? Se facessimo un sondaggio – su Facebook  o altrove – ne verrebbero fuori decine di risposte diverse, e probabilmente scopriremmo – divertiti – che per un certo periodo un signor ics ha militato a destra, per gli identici motivi per cui un signor ipsilon, negli stessi anni, ha invece militato a sinistra. La sinistra è «ordine» ripeteva sicuro di sé Sergio Cofferati, al tempo in cui fu sindaco di Bologna. «Ma come?», avrebbe risposto prontamente un nostalgico almirantiano, «…siamo proprio sicuri?».
Ma in Italia, e non solo, ci fu un’età nella quale destra e sinistra erano due catene dalle quali pareva impossibile liberarsi. C’era la guerra fredda, c’era il comunismo, c’erano i cosiddetti “nemici in casa” e stare da una parte o dall’altra era né più e né meno che un riflesso condizionato. Un must. E guai (guai) a chi cedeva. Fra i miei ricordi di studioso del “fenomeno destra” ci sono i documenti di un comizio torinese del senatore Ezio Maria Gray del 26 novembre del 1967: la guerra in Vietnam, così concludeva, «è l’ultima resistenza dell’Occidente al dilagare del comunismo», «pertanto, in ogni modo e ad ogni costo, dobbiamo parteggiare per essa». Tutto il resto, veniva obbligatoriamente dopo. La politica soffriva di eccessiva rigidità naturalmente, ed era impossibile compiere operazioni non previste dalle regole di una logica a cascata. Se stavi coi Vietcong, non stavi con l’Occidente e se non stavi con l’Occidente stavi coi comunisti e se stavi coi comunisti eri un nemico. Idem, per la parte avversa. In realtà però, c’era già chi andava al di là di questa logica bipolare, e se ci sapeva fare con la penna e con le parole era ritenuto “semplicemente” stravagante o ingenuo o sognatore, ma se non ci sapeva fare invece, bé allora erano problemi suoi…
Oggi possiamo ben dirlo, molta acqua è passata sotto i ponti. È lontano il periodo nel quale i “sovversivi” apparivano in ogni dove, perfino al di qua delle porte di casa; d’altra parte, è a tutti chiaro come il continuo appello berlusconiano alla “minaccia comunista” sia solo il fumo negli occhi di chi ancora crede (o fa finta di credere) nelle passate ideologie, senza alcuna base concreta e per esclusivi interessi di bottega. Per fortuna adesso, i gruppi anticonformisti che già a partire dagli anni Sessanta predicavano il superamento degli steccati ideologici, perché stavano dalla parte delle sintesi costruttive e della libertà di schierarsi, vengono visti con occhio assai diverso. Naturalmente, buona parte del merito è della morte stessa delle ideologie, di quelle camicie di forza cioè che obbligavano a delle scelte di campo spesso inevitabili. È il caso del giovane Franco Cardini, per esempio, iscritto al Movimento sociale italiano, ma forte di un pensiero minoritario: antiamericano, tradizionalista e socialista insieme, “tifoso” di Nasser e Fidel Castro, di Ernesto Che Guevara e ovviamente dei Vietcong. È lui stesso a scrivere che molti anni fa i ragazzi come lui «avevano sbagliato collocazione», perché malgrado il Msi tollerasse le irrequietezze non conformi della base movimentista e i suoi flirt intellettuali con la “sovversione”, il vertice del partito – parliamo del Msi micheliniano – era incontestabilmente di stampo conservatore, in antitesi cioè con la sinistra, che seppur già diversa da quella dell’immediato dopoguerra veniva ostilmente classificata come comunista tout court.        
In questo 2011, Luciano Lanna ex direttore responsabile del Secolo d’Italia, ha scritto un saggio su un lungo capitolo della cultura non conforme (Il fascista libertario, Sperling & Kupfer): dal cotè intellettuale, il capitolo relativo a una partecipazione non a compartimenti stagni, al di là delle ideologie e delle più scomode eredità (fascismi e comunismi). Per fortuna anche i libri ristabiliscono le verità sepolte nelle memorie – sovente traballanti – di militanti, addetti ai lavori o testimoni per caso. Libri che non solo fanno il punto della situazione sui fenomeni cosiddetti trasversali, cioè né di “destra” né di “sinistra” o un po’ l’una e un po’ l’altra, ma che ne ricostruiscono la storia fin nei dettagli meno conosciuti. È il caso adesso del volume di Giovanni Tarantino da poco in libreria, Da Giovane Europa ai campi Hobbit. 1966-1986, vent’anni di esperienze movimentiste al di là della destra e della sinistra (Controcorrente ed., con prefazione di Franco Cardini e postfazione di Luigi G. de Anna), che è uno studio sui movimenti giovanili d’area – in special modo “Giovane Europa e la “Nuova destra” – spiegati ben oltre i tradizionali apparati di partito.
La prima considerazione da farsi su questo libro riguarda la giovane età di Tarantino: classe 1983, e la sua “collocazione politica”: forse più a sinistra che a destra (nel senso tradizionale dei termini). Entrambe le caratteristiche giocano a favore della qualità del suo racconto, in merito cioè alle prospettive di chi guarda al futuro, senza tare ideologiche. Ci voleva. Tarantino non vanta trascorsi familiari di “destra” (nessun legame con un passato morto e sepolto) e non ha posizioni ideologiche da difendere. Scrive di aver conosciuto casualmente gli esponenti della “Nuova destra” – la corrente culturale di fine anni Settanta che poneva il problema del superamento dell’asse destra-sinistra e guardava al “nuovo” con maggior convinzione rispetto al “vecchio” – a cominciare dal leader francese Alain de Benoist e poi naturalmente Marco Tarchi e Umberto Croppi.
Ma perché proprio “Giovane Europa” e la “Nuova Destra”? A spiegarlo è lo stesso Tarantino: innanzitutto perché si tratta di due movimenti importanti che, seppur distanti nel tempo, intrecciano le loro linee guida più e più volte. Linee guida che, in maggioranza, sono ancora quelle di chi si colloca oggi all’interno del movimentismo trasversale. Superamento della dicotomia destra-sinistra in primo luogo: dicotomia che non è più in grado di operare delle distinzioni all’interno delle nuove “scuole di pensiero”. Ove collocare ad esempio la questione ecologica? E i diritti civili? E il sentire e la prassi libertaria, così come sono andati evolvendo nella seconda metà del Novecento? Poi c’è il superamento del fascismo naturalmente (ed anche quella del neo-fascismo, oramai più anziano del proprio “padre”), e ci sarebbero anche problematiche di tipo estetico sulle quali riflettere a tempo debito (una concezione dell’arte e del bello slegata da legami ideologici per esempio, che si concentri sul prodotto o fatto creativo e non su alcuni capitoli della biografia di tizio o di caio).
Ma il dato essenziale del libro di Tarantino, sul quale c’è a tutt’oggi un dibattito in corso, sembra essere quello dello stretto legame fra le accelerazioni in direzione libertaria avvenute all’interno della “destra” (intesa ancora nel senso tradizionale) e le parentesi dei grandi movimenti sociali del secondo dopoguerra. Il Sessantotto e il Settantasette. La generazione dei cinquanta-sessantenni che, inutile dirlo (o forse no?) è quella nata in un periodo di grandi trasformazioni delle maggiori società industrializzate, sarebbe in grado di testimoniarlo in prima persona. Si tratta di quel lungo o lunghissimo Sessantotto cominciato negli anni Sessanta e concluso agli inizi degli Ottanta, di cui ha dato notizia anche Giano Accame nel suo Una storia della Repubblica (Rizzoli, 2000), uno che – tanto per dire – ha sempre lavorato per il dialogo, l’abbattimento degli “slogan ideologici” e il superamento degli steccati. Quel Sessantotto che ha trasformato, perché non dirlo, anche le antropologie dei giovani che militavano a “destra”. Quei giovani che presto o tardi finiranno per innamorarsi dell’ironia disincantata, graffiante e schietta di Francesco Guccini o di Nanni Moretti – peraltro, due artisti dotati di indubbio talento – perché in quegli anni, anche a “destra”, si sentiva la necessità di far propri dei modelli in linea con lo Zeitgeist, da opporre a quelli eccessivamente seriosi o negativi che andavano ancora per la maggiore. Quegli stessi giovani che non rimarranno indifferenti neanche dinanzi al fenomeno beat, scoppiato in Italia a metà degli anni Sessanta e che andava rivoluzionando il rapporto fra gli adulti e i ragazzi.
Pur non dimenticando la propria di identità (si pensi ad esempio all’immenso lavoro di studio sulle religioni o tradizioni inserito a cominciare dal 1969 su Conoscenza religiosa di Elémire Zolla), era già questo simpatizzare per altre “culture”, un passo decisivo, per i giovani di destra, verso l’“uscita dalla “fogna. E utilizzo un’espressione a quel tempo sulla bocca di tutti: a destra (sulla quale molti ironizzavano) come a sinistra. Inutile dire che nel 2011, Guccini e Moretti sono ancora dei riferimenti di primissimo piano, in campo artistico e intellettuale. Due non-conformisti che piacciono – e tanto – ai pensatori della “destra” libertaria e movimentista. In conclusione, ciò che resta di quelle stagioni mai del tutto scomparse, è dunque l’effetto di lunga durata di una vera e propria rivoluzione di tipo culturale. Ed è proprio a partire da quegli anni che qualcuno ha cercato, fra mille difficoltà ed errori, di ricomporre le fratture causate dagli estremismi della politica e nate all’interno delle stesse generazioni. Ognuno si è adoperato a modo proprio per le classiche ricuciture “destra”-“sinistra”: artisti come Giorgio Gaber, che citavo all’inizio, per esempio con la sua inarrivabile anarco-ironia, scrittori e intellettuali con i saggi di contenuto prevalentemente storico, e i politici – soprattutto i più giovani – col buon senso e l’onestà intellettuale. Ma altri potranno farlo ancora, in nome di un “et et”, cioè della cultura dell’integrazione, lanciata trent’anni fa per le generazioni del futuro. 

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