sabato 3 settembre 2011

Frank Capra ovvero l'ottimismo

Wonderful? Sarebbe stata meravigliosa la vita di Frank Capra se a sei anni, nel 1903, non avesse lasciato la Sicilia – con Palermo e quella miriade di paesini tipo Bisacquino, dov’era nato, Corleone o Prizzi – per quel Nuovo mondo del quale egli stesso sarebbe diventato, presto, uno dei più celebri cantori? No naturalmente, se si considera il peso specifico dei luoghi in questione. No, se si considera che la Sicilia agli inizi del Novecento era una regione spenta già priva di speranze concrete, mentre l’America era essa stessa il sogno: di conquista, di ricchezza e anche di successo.
Morto a più di novant’anni il 3 settembre del 1991 (cioè vent’anni fa), Capra ha praticamente attraversato l’intero Novecento ed è uno di quei personaggi da ricordare quando si incappa in periodi nei quali le cose vanno così così e svagarsi diventa quasi obbligatorio. Studiosi e osservatori sanno perfettamente che crisi e divertimento popolare – quasi una sorta di sostegno al morale collettivo – sono in sintonia e che proprio nei momenti nei quali la sfiducia sembra dettare tempi e modi, l’ottimismo, perfino colorato d’irrazionalità, diventa l’antidoto perfetto per restaurare la perduta armonia. Il 24 agosto scorso, sul Corsera,  in relazione alla crisi dei nostri giorni e al desiderio di cultura che non abbandona il nostro paese – di musica nello specifico – Enrico Girardi ha firmato un articolo interessante. In qualsiasi luogo d’Italia – Bolzano, Martina Franca, Stresa, Macerata, Jesi e Milano – «il pubblico risponde affollando platee e gallerie di ogni teatro o sala da concerto», ha scritto. C’è da rifletterci su: «Autori come Joseph Roth, Musil e Hofmannsthal scrissero che mai come negli ultimi mesi prima del crollo dell’Impero i teatri viennesi fossero pieni, per dire come la percezione della fine inducesse la gente a voler respirare il meglio che quella cultura, seppur moribonda, avesse prodotto. Finché possibile». E che dire poi di tempi meno recenti e di Roma, e del verdiano Ballo in maschera con Beniamino Gigli, rappresentato appena il giorno prima della liberazione?
L’emergenza e il buon gusto sembrano andare così (paradossalmente) d’accordo. In America, il cinema dei primi anni Trenta partorisce una serie di eroi dotati delle più grandi virtù: il sentimento e il comune buon senso. In un contesto nel quale essere realisti sembra del tutto naturale, Frank Capra inserisce quel tanto di “idealismo” e condisce il New Deal di F. D. Roosevelt e il corrispondente sogno americano con l’ottimismo e le grandi speranze dell’uomo comune. Il suo cinema è indimenticabile perché è quello degli umili che non rinunciano ai sogni, seppur calati nel cuore di circostanze prevalentemente sfavorevoli. I lavori di Capra sono il completamento di una fiaba nata per lui con l’inizio dell’avventura americana, quando con la famiglia si stabilisce a Los Angeles. Cosa sarebbe stato di tipi destinati al successo se costretti a vivere nella Sicilia illiberale e “primitiva”, fra mafie, fascismi eterni e baronie? La risposta è di nuovo ovvia. Perfino le idee che Capra andò maturando a poco a poco – quelle di un’America formata di piccole comunità solidali – sarebbero annegate nel più vasto contesto di un’Italia populista e litigiosa a più non posso, fra ricette urlate da questo o da quel politicante; a meno che il nostro regista non si fosse piegato alla volontà demagogica del primo venuto per poi venire etichettato come artista di regime o peggio “ideologico”. Invece, le idee di Capra erano perfino in controtendenza rispetto a quelle di Roosevelt. È stato spiegato, infatti, come più che a Roosevelt egli si ispirasse, a quel tempo, ai padri americani Jefferson e Lincoln, e come più che a un complesso New Deal – del quale abbiamo imparato quasi ogni risvolto in tema economico – si ispirasse a un liberale e meno macchinoso “Old Deal”, come ricetta essenziale per il più tradizionale dei “sogni americani”. Freedom first of all, insomma. Libertà e indipendenza (buona parte della vita di Capra è ricerca di spazio indipendente fra le case di produzione) che si associano al temperamento di un antidivo per eccellenza. Di chi non insegue la gloria per la gloria, di chi non si esibisce in seccanti stravaganze, di chi anzi ha il massimo rispetto per il proprio lavoro – quello del regista – che è né più e né meno quello di un narratore di stampo realista.
Dopo una gavetta di più di dieci anni, nella quale però compaiono titoli e attori non di secondo piano – il comico con la faccia da ragazzino Harry Langton, per esempio o la più moderna Barbara Stanwyck – Capra gira nel 1934 Accadde una notte con Clark Gable che è il film della svolta ed è anche un grande successo; grazie a questa pellicola il siciliano intasca ben cinque oscar con un “filotto” impressionante: miglior film, regia, sceneggiatura non originale, attore protagonista e attrice protagonista. Da quel momento, almeno fino ai primi anni Quaranta infilerà un successo dietro l’altro e con È arrivata la felicità (1936), Orizzonte perduto (1937), L’eterna illusione (1938), Mister Smith va a Washington (1939) e Arriva John Doe (1941) si guadagnerà ben trentuno nomination agli Oscar su un totale di quattordici vinti. Gli ingredienti dei suoi film sono fra i più semplici: sentimenti, comune buon gusto, (riuscitissime) utopie  e morale e finale rassicuranti; sostanze che in un periodo di incertezza economica ed esistenziale, valgono quanto e più dell’oro. Inutile dire che la qualità dell’ispirazione di Capra non può non dipendere anche dalle vicende politiche di quegli anni così complicati. Leggiamo nella traduzione italiana della londinese The Movie: «Le componenti del personaggio incarnato da Clark Gable, cioè la semplice rispettabilità, la propensione a godere delle piccole cose di tutti i giorni, riappaiono con maggior evidenza in Longfellow Deeds (Gary Cooper), protagonista di È arrivata la felicità. L’eredità lasciatagli da uno zio fa sì che Deeds venga letteralmente catapultato dalla cittadina di provincia in cui abita … nella frenetica New York. Certe sue semplici abitudini … provocano beffe e derisione, mentre avvocati, giornalisti e creditori tentano di sfruttarlo. Ma i valori positivi di cui Deeds è portatore hanno il sopravvento sulla corruzione e sul cinismo che lo circondano. Colpito dalle condizioni dei contadini ridotti in miseria, Deeds decide di dividere con loro la sua fortuna, regalando a ciascuno una mucca, un cavallo, delle sementi e un pezzo di terra. La buona società di New York protesta e viene addirittura aperto un processo per dichiarare Deeds insano di mente. La sua autodifesa fornisce lo spunto per avviare un vivace dibattito sui valori della società americana, da cui emerge il populismo di Capra, la sua fiducia nell’integrità morale degli oppressi e degli sfruttati … Verso la fine del  decennio, tuttavia, le minacce al sogno americano di Capra si fecero più pericolose … nemmeno lui con la sua armonica, poteva arrestare i diabolici progetti di Hitler. E nel film Arriva John Doe … l’uomo della strada viene ingannato e quasi sconfitto…».
A parte le pellicole del 1946 (La vita è meravigliosa) e quella del ’48 (Lo stato dell’Unione), il Capra più importante è quello di questi anni, il regista che porta sullo schermo l’americano-vecchio-stampo e che mostra allo stesso tipo di americano tutte le difficoltà della vita. Divertendolo e rassicurandolo con l’happy end non per prendersi gioco di lui, bensì per dirgli che anche nell’America delle emergenze e dei poteri forti (locuzione quanto mai attuale), le vie d’uscita ci sono e sono inserite nella morale di tutti i giorni. Questa è la cifra democratico-popolare e realistico-utopica di Capra che come sappiamo divenne tutt’una col pensiero a stelle-e-strisce durante gli anni Trenta. Una natura anche molto criticata (nonostante, o forse proprio a causa del grande successo dei film), definita eccessivamente superficiale e perfino reazionaria. Non sono mancate infatti, specie negli ultimi periodi interpretazioni del tutto difformi delle sue pellicole, perché c’è chi preferisce concentrare la propria attenzione non sull’happy end (che a volte può apparire fuori posto), ma su tutto ciò che lo precede: e prima che “cali la tela”, c’è un’America tutt’altro che positiva e non proprio a misura d’uomo. Naturalmente le due interpretazioni – quella ottimista e quella pessimista – possono benissimo andare insieme, contribuendo a tratteggiare così – l’una e l’altra – la vera cifra stilistica di Frank Capra. “Artista” per caso come eroi per caso furono i protagonisti maschili dei suoi film.
Oggi, e in verità da un po’, si parla di uno stile capriano per molti film americani (si pensi ai successi del regista Robert Zemeckis, per esempio); e si parla del medesimo stile – cioè del realismo-idealista un po’ utopico – soprattutto nei periodi di grande crisi. Laddove le ricette dei soliti noti – «il farfugliare annaspante e contraddittorio di politici e banchieri», lo chiama Girardi nel suo pezzo sul Corsera – potrebbero essere sostituite anche dal ritorno a una morale da uomo della strada. In fondo l’idea del palermitano immigrato nel Nuovo mondo era quella di una morale spicciola, la morale dello sciocco e dell’ingenuo ma onesto, in grado di prevalere da sola o col favore della comunità sui giochi di potere o sugli intrighi degli egoisti e dei plutocrati. Una morale della semplicità che per non scomodare i grandi nomi del pensiero occidentale (con le loro utopie), potrebbe ricordare anche quella dei piccoli Hobbit di J. R. R. Tolkien che tanto piaceranno per esempio agli hippy e ne tradurranno lo spirito pacifico e libertario.
Ma c’è perfino chi si avventura ad assegnare a Capra dei meriti nel campo della politica. Qualche tempo fa Sergio Romano sul Corsera (20 dicembre 2009) ricordava le tesi di Giorgio Galli e Franco Rositi nel saggio Cultura di massa e comportamento collettivo (1967) a proposito dell’importanza del cinema all’interno dei comportamenti di massa. Secondo i due studiosi l’ottimismo e il riferimento ai valori positivi veicolati dai film di Capra con ogni probabilità “salvarono” l’America da una fine simile a quella della Germania – al tempo, più lugubre e negativa – che nello stesso periodo si era consegnata a Hitler e alla sua dittatura. Lo stesso Romano ha finito per criticare queste tesi, che non tengono conto della storia tout court dei due paesi (e non solo della storia dello spettacolo) e dunque delle condizioni della Germania dopo la Grande guerra. Tuttavia non è un caso, aggiungiamo, se uno degli ultimi grandi cambiamenti in seno alla cinematografia mondiale è collocabile negli anni Sessanta-Settanta e che proprio in quel ventennio le società occidentali si siano così incredibilmente trasformate.
Scegliere se affermare che il cinema (e naturalmente non solo esso), possa mutare la società – si pensi per dirne solo una alla “rivoluzione sessuale” – o ne possa disegnare i contorni o semplicemente ripetere pappagallescamente le dinamiche è un azzardo. Sottovalutare però il potere della “lanterna magica” è un errore altrettanto grande, che non si deve compiere. L’aveva capito perfino Mussolini, uno che proprio negli anni Trenta s’era messo in testa di rivoluzionare l’Italia.

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