domenica 11 settembre 2011

L'11 settembre e lo scontro di civiltà che non c'è mai stato

Manhattan. World Trade Center. 11 settembre 2001. Ore 8.45. In mezzo a una confusione indescrivibile, qualcuno pensa a un film, non a quelli graffianti e poetici alla Woody Allen, il grande innamorato di Manhattan, ma a quelli ultima maniera e sempre un po’ “fasci” alla Clint Eastwood. Un’atmosfera irreale che dura solo qualche secondo. O forse solo diciotto minuti, fino all’arrivo dell’altro Boeing 767, quello che sfonda la seconda “torre gemella”. È l’esatto momento nel quale americani e non, capiscono che sta succedendo qualcosa di grave. A New York, all’America, all’Occidente e al mondo intero.
Fino all’11 settembre di dieci anni fa, Osama Bin Laden è un perfetto sconosciuto. Non ci riferiamo naturalmente ai servizi segreti Usa ma, ovviamente, alla maggioranza dei cittadini, che poco o nulla sa di “scontro di civiltà”, di islam (in realtà poco sa anche oggi), e di storie dell’altra parte del mondo. Da quel momento naturalmente sarà tutto un fiorire di islamisti e islamofobi, di musulmani per simpatia e di piccoli-teologi, di complottisti e di tifoserie organizzate a favore di George W. Bush il 43° e un po’ sfigatello presidente degli Stati Uniti o sfavorevoli al cosiddetto “governo mondiale”. In Italia, in particolare, torneranno di moda le vecchie controversie fra ex coppiani e bartaliani ed ex callasiani e tebaldiani; stavolta i cervelloni in questione si presenteranno come occidentalisti e cristiani (anche se in realtà non lo sono mai stati) o antiamericani e relativisti non apertamente a favore del terrorismo (naturalmente) ma costantemente dalla parte degli “altri”. Confronti interminabili – una citazione qua, un fatto di cronaca là – e discussioni d’alto profilo… roba seria, messa a bollire a fuoco lento con una politica fatta di idee (almeno così si dice) e non più soltanto di numeri, questioni elettorali ed economiche.
Se volessimo farla breve e per citare Alain de Benoist, potremmo dire che una destra e una sinistra sempre uguali a se stesse  hanno “reagito” all’11 settembre, soprattutto in Italia, come ci si attendeva da schieramenti politici oramai vecchi e bisognosi di cure ricostituenti, hanno cioè reagito male: «secondo le abituali idiosincrasie», ha scritto il fondatore della Nouvelle Droite sul Diorama letterario del gennaio 2002, «la prima esigendo nuove misure di sicurezza e moltiplicando le speculazioni ossessive sul “pericolo islamico”, la seconda criticando, spesso a giusto titolo, gli errori della politica americana, trascurando però di interrogarsi sulla natura del nuovo terrorismo globale, il che ha potuto dare l’impressione che essa giustificasse implicitamente gli attentati o che condannasse le vittime». In Italia si sa, oltre alla giustizia, a latitare è sempre stata la serenità, serenità nell’affrontare le questioni concrete, dalle più sciocche alle più serie (ricordiamo le vicende della povera Eluana Englaro), figurarsi dunque se l’evento 11 settembre – coi successivi attentati in Europa - non sarebbe riuscito a scatenare le solite tempeste in parlamento, sui giornali e in tivù. Buona parte della “destra” sin dal primo momento – in scia alla reazione emotiva di Oriana Fallaci e della sua denuncia di un Occidente troppo debole – ha scelto la via della chiusura al mondo islamico, come un pugile ha pensato a difendersi e ad attaccare. Ha pensato allo scontro, che tuttavia assumeva una forma del tutto inedita. Un nemico lungo un fronte sterminato: l’intera Europa, l’America e i luoghi del pianeta, ci riferiamo al mondo arabo, già “contagiati” dal dominio del “grande Satana”.
Inutile fare nomi, ma in molti ambienti si è spesso superata la linea di confine fra il semplice nemico - quello che dovrebbe indossare la divisa - e l’ostilità verso il diverso, per credo religioso, razza e cultura; è sempre accaduto nelle guerre, è un “errore” nel quale sono caduti i migliori cervelli del secolo scorso soprattutto durante la seconda guerra mondiale, solo che questa volta, autoarruolatesi fra i “teocon”, non si è trattato di best minds ma di telegeniche in minigonna. Non si è trattato di studiosi delle dinamiche interne dei paesi afroasiatici ma di falsi profeti pronti a lanciare l’allarme sulla “qaedizzazione” di tre quarti di mondo. Anche la democrazia della parola ha dunque i suoi limiti…
In pochi invece, hanno cercato un approccio moderato o ponderato. Questo giornale per esempio, che nel corso degli anni non si è lanciato in crociate “fuori stagione”, non ha alzato la voce e non ha tuonato contro presunte civiltà “nemiche”. E  i tempi cominciano finalmente a dar ragione a chi non credeva che due pezzi di mondo, peraltro dai confini del tutto imprecisati, potessero arrivare a darsele di santa ragione. Insomma, la guerra fra le due opposte civiltà non è mai scoppiata: una guerra prevede sempre e solo un vincitore, ma qui di vincitori ce ne sono due seppur le vicende siano ancora in corso. A dieci anni di distanza dall’attacco alle “torri gemelle” tutti hanno guadagnato qualcosa: l’Occidente, che non è stato costretto ad abbandonare i principi democratici e insieme a essi non ha rinnegato l’apertura verso le altre culture. Il mondo che si riconosce nell’Islam, che ha individuato nelle libertà e nei diritti umani i principi di una nuova convivenza. La “primavera araba” è scoppiata da poco meno di un anno e si ha maggior fiducia, adesso, in un avvicinamento fra i due “mondi”. Per dirla con le parole dello scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun: «Ora gli arabi sperano di non essere più guardati con sospetto, ma trattati con dignità e rispetto quando si presentano a un confine. Non sono portatori di alcun messaggio postumo di Bin Laden».

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