domenica 25 settembre 2011

Troppo fumo e poco arrosto, in libreria

«Buongiorno! Cerco una raccolta di poesie di Giosuè Carducci…». «Carducci? Non credo di averla… attenda un attimo». Attesa. Ma inutile attesa. Fine anni Ottanta, in anticipo sulla rivoluzione che ha portato il libro in tutte le edicole, e poi molto dopo su internet. Breve scambio di battute fra un cliente (chi scrive) e un libraio. Già da allora le gloriose vecchie librerie, quelle seminascoste e un po’ buie, non se la passavano troppo bene. Nel giro di uno o due lustri chiuderanno per mancanza di clienti: vendere libri – a condizioni normali, ad esclusione del periodo di inizio delle scuole – non converrà più. Al posto del piccolo esercizio sorgerà il grande magazzino in franchising. L’ipermercato diviso in reparti: tivù, hi-fi, musica, cinema e appunto libri.      
Se si dà un occhiata in giro, oggi, si è portati a pensare che quello editoriale sia un mercato del tutto fuori dalla crisi. Mondadori, Feltrinelli, Giunti, le grandi librerie o i negozi moderni sempre meno isolati, non sembrano passarsela troppo male. D’altra parte con gli accordi sulle vendite che erano e saranno in grado di fare con gli editori il futuro sembra assicurato. Già, solo che fra i due non-litiganti a godere non sarà il terzo protagonista cioè il cliente. O quanto meno, il cliente di qualità. Quello a cui interessa punto l’ultimo libro di Benedetta Parodi o della Littizzetto o di Claudio Bisio. Il libro per tutti, quello da lanciare sul mercato come se fosse un panino con nuovi ingredienti o un capo di biancheria intima. Insomma, se entrate in libreria per cercare Mafarka il futurista di Marinetti non pensate di uscirne contenti, al più riceverete un cortese invito all’acquisto di Rebel (ed. Nord), l’ultima fatica e primo di una serie, della non ancora ventenne e già nota Alexandra Adornetto – e pensare che Moravia consigliava di non iniziare a scrivere mai prima dei quarant’anni – che ci propina una storiella romantico-fantastica su angeli, bene e male anzi Bene e Male con tanto di gioventù bruciata. Una storiella che sembra fatta apposta per essere trasformata in un film con effetti speciali all’ultima moda e giovani talenti in erba.
Se per qualsiasi motivo andate alla ricerca di Piccolo mondo antico di Fogazzaro sappiate che non sarà facile trovarlo – magari nelle librerie dell’usato o agli angoli delle strade fra i robivecchi – molto più sicura la presenza in vetrina di Starcrossed di Josephine Angelini (Giunti), altro libro primo di una serie, altra storia di adolescenti un po’ turbolenti, che questa volta strizza l’occhio nientemeno che a Eschilo, Omero e Shakespeare. Di quest’ultimo troverete senz’altro le opere più note in qualsiasi libreria, ma non è detto che troverete le meno note, tipo Dodicesima notte con le avventure dei gemelli Viola e Sebastiano; magari potrete accontentarvi del secondo volume dell’ennesima trilogia, stavolta della tedesca Kerstin Gier, dal titolo Blue (il primo era Red, per Corbaccio), altra storia fantastica e un po’ romantica, data per imminente al cinema. O forse vi interesserà il volume di un’altra biondina l’americana Haley Tanner, Cose da salvare in caso di incendio (Longanesi), già venduto in venti paesi, un romanzo di formazione che pare si ispiri a Jerome David Salinger.
Una trilogia sopra e una sotto (Tolkien e Peter Jackson mai del tutto dimenticati!), un libro di cucina, una guida turistica e qualche testo scolastico o universitario, molta roba per adolescenti evidentemente i clienti più danarosi, le solite curiosità locali, i libri illustrati, d’arte e di musica. In questo modo si allestiscono le vetrine delle nostre librerie. In alternativa ci sarebbero i libri premiati, come Storia della mia gente di Edoardo Nesi vincitore dello Strega di quest’anno (Bompiani), gli autori che tirano come Antonio Scurati e Paulo Coelho, le solite lamentele su Berlusconi e sulle caste (di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo) e la fede che è sempre un buon investimento, oltreché un “bene rifugio”. Da pochi giorni la Piemme ha mandato in libreria Che cosa dobbiamo fare, titolo un po’ leninista ma che in realtà si riferisce a Matteo, per il libro del cardinale Carlo Maria Martini; in alternativa – alternativa vera – ci sarebbero poi anche i libri di Vito Mancuso, in libreria per Garzanti: Io e Dio. Una guida dei perplessi, o di Piergiorgio Odifreddi. Su quest’ultimo, complessivamente, è difficile dare un giudizio negativo, anche se è arduo pensare che i lettori del matematico “impertinente” siano contemporaneamente anche lettori della Bibbia.
Viva le novità insomma e tutto fuorché i libri di sostanza, quelli che ci raccontano da più generazioni o i classici, quelli che costituiscono le fondamenta del nostro pensiero, contenuto e forma, sostanza e superficie. Sarà che un libro del comico Enrico Brignano – naturalmente ben pubblicizzato – trova più lettori delle opere di G. W. Leibniz per Bompiani, sarà che Andrea Camilleri è probabilmente più noto di Cechov, sarà che Victor Hugo è meno famoso dei cartoni di Walt Disney, sarà che i prezzi di alcune nuove uscite sono decisamente convenienti, sarà quel che volete ma dei classici si parla sempre meno, li si cita come fonte di ispirazione quello sì. Sempre meno letti ma paradossalmente sempre più citati. Pare siano finiti i tempi nei quali i libri di Dante o Dostoevskij di Oscar Wilde o il Marcovaldo di Calvino sarebbero stati i compagni ideali in un’isola deserta. Meglio Melissa Hill col suo romanzetto dal titolo un po’ furbo, Un regalo da Tiffany (Newton Compton), inspiegabilmente ai primi posti delle vendite in Italia. E poi i soliti nomi quelli che si vedono spesso in tivù, che rimane la vera chiave per il successo di un’opera.
Jane Austen, Alessandro Manzoni, Thomas Mann, Charles Dickens e Jack London, tutti un po’ dimenticati. Raccolti negli scaffali più lontani della libreria. Peggio di un qualsiasi autore di best seller. E poi: Spinoza o Maria Zambrano che non valgono un Dan Brown. Brown il fortunatissimo autore del Codice da Vinci le cui storie non originali, portate anche al cinema, appassionarono i lettori di tutto il mondo. Cosa resterà di mister ottanta milioni di copie vendute, negli anni a seguire? Chissà. Naturalmente, oltre alla tivù la chiave del successo di un libro, anche morto e sepolto, è il cinema. Non è difficile che un romanzo quasi del tutto sconosciuto cominci a vendere o a rivendere migliaia di copie grazie alle trasposizioni cinematografiche, un caso su tutti: Cime tempestose di Emily Brontë. Ma non va meglio né per la poesia né per il teatro. Di poesia oramai se ne vende ben poca, ma in realtà non ha mai goduto di un mercato che possa dirsi tale, a meno che l’autore non riesca a entrare nei circuiti che ne ingigantiscono la popolarità. A meno che non diventi personaggio oltre il proprio mestiere di scrittore. A parte qualche nome pubblicato da case editrici specializzate, difficile che oggi si vada al di là di autori eccellenti che sarebbe un delitto trascurare: Petrarca, Leopardi, Rimbaud o Shakespeare. Non parliamo né di Pound né di Pasolini. A proposito degli autori teatrali poi, si potrebbero citare, in mezzo a un diluvio di pubblicazioni sovente anonime (centosettanta libri nuovi al giorno e circa trenta per ogni libraio, secondo una ricerca pubblicata sull’Espresso del 22 settembre), Goldoni, Pirandello o Machiavelli, ma riesce difficile pensare che nel Terzo millennio le bandiere della nostra letteratura godano di ottima salute.
Non citiamo Machiavelli a caso. Perché grazie al segretario fiorentino entriamo in un altro girone o settore. Quello della saggistica. Anche qui: difficile pensare – e difatti non lo pensiamo affatto – che oggi Il principe, trattatello politico di enorme valore per la storia dell’Occidente moderno o Il Manifesto del partito comunista di Marx, possano vantare più lettori rispetto a un libro di Marco Travaglio, Mario Capanna o a quello di un direttore di un qualsiasi quotidiano a diffusione nazionale. Senza nulla togliere alla saggistica mordi-e-fuggi, crediamo che le basi per una più agevole comprensione delle fenomenologie del mondo le si debbano cercare altrove. Benedetto Travaglio, ma benedetti anche Montesquieu e Stuart Mill! Stesso discorso per la filosofia, che oltre ai bla-bla-bla di alcuni nomi eccellenti (si tratta spesso di habitué dei programmi televisivi), oramai non ha molto da fare. Se ci rivolgiamo al passato Augusto del Noce, Heidegger, Giovanni Gentile lo stesso Nietzsche (anche se mai assente dalle bancarelle) circolano limitatamente, ma qui la colpa non è dei librai: gli acquirenti o sono studenti o sono studiosi che si muovono in minuscoli ambienti. Anche Croce è per pochi anche se fondamentale per il XX secolo. Schopenhauer è più letto che citato. Non parliamo poi di autori come Joseph de Maistre. Pare che il moderno Michel Foucault, edito da Feltrinelli, sia invece abbastanza letto. O forse magari soltanto acquistato.
Già, perché i libri oltre che acquistarli bisogna pure leggerli. E non siamo del tutto sicuri che le due cose coincidano. Non si contano le case piene di classici della letteratura, ben rilegati in pelle rossa o verde o azzurra: da George Eliot a Emile Zola da Nathaniel Hawthorne a Lev Tolstoj fino a Freud. Probabilmente mai letti, neppure sfogliati. Alla fine degli anni Ottanta, uscì il più famoso dei libri di Salman Rushdie, I versi satanici. Un volume la cui tiratura dopo la fatwa lanciata da Khomeini, andò alle stelle. E quanti acquirenti! Appassionati di letteratura o semplici “esperti” di religioni non cristiane, tantissimi a suo tempo si assicurarono il prezioso volume. A più di vent’anni di distanza, saremmo curiosi di conoscere il numero esatto dei lettori.

Nessun commento:

Posta un commento