lunedì 17 ottobre 2011

Diciotto Nobel (per la pace) al femminile

Il Nobel per la pace è il più difficile da assegnare. È il più politico tra i premi istituiti dall’inventore della dinamite. Si presta a polemiche che sono il riflesso delle questioni di politica internazionale o della visione di parte dei protagonisti dello scenario mondiale.
Non entreremo nello specifico ma di esempi non ne mancano. Nel 1994 il premio viene assegnato a un terzetto niente male Yasser Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin (ucciso l’anno dopo da un fanatico), “per i loro sforzi per creare la pace in Medio Oriente”. Ma non sono pochi a giudicare il leader dell’Autorità nazionale palestinese un indegno testimone di pace. Che gode di ottima compagnia però. Visto che, dal 1901, il Nobel per la pace viene assegnato anche a una gran quantità di presidenti americani – da Theodore Roosevelt a Barack Obama – disprezzati uno ad uno, e con effetto retroattivo, da chi vede negli Stati Uniti l’anima nera del mondo.
Quest’anno, il Nobel per la pace è stato conferito a tre donne e non era mai accaduto: a due liberiane e a una yemenita. Nomi quasi sconosciuti all’opinione pubblica a testimoniare di quanta poca pubblicità godano le vicende dei paesi “minori”. Quelli che raramente occupano le prime pagine dei giornali. Si tratta di Ellen Johnson Sirleaf, presidente del proprio Paese, Leymah Gbowee, avvocato di religione cristiana e attivista per la pace e di Tawakkul Karman giovane fondatrice dell’organizzazione Giornaliste senza catene. La motivazione unica: “per la loro lotta non violenta per la sicurezza delle donne e per i diritti di partecipazione delle donne in un processo di pace”. Una vittoria che vale doppio. Una vittoria per l’Africa innanzi tutto, da poche settimane orfana dell’ultimo Nobel per la pace donna, la keniota Wangari Maathai. Per un Continente-anello-debole costantemente in attesa di riconoscimenti da parte della comunità internazionale. Per le stesse donne, in primo luogo, per il ruolo assunto in politica, nel mondo delle associazioni, fra le comuni mura domestiche, oltreché per il mantenimento della pace. Un Continente che è un’eterna promessa, a partire dal lontano 1960, anno dell’Africa, un periodo nel quale, da Nord al Sud, ogni cittadino si nutre di sogni e speranze. Ma una vittoria anche per un’altra parte di mondo: per chi resiste all’opposizione, nello Yemen del presidente e dittatore Ali Abdullah Saleh. In una regione storica, sovente dimenticata. Tre donne e tre percorsi diversi dunque, che si incrociano idealmente e non solo. 
La Sirleaf, economista con ottime scuole negli Usa, ove sconta anche l’esilio dal proprio paese, è la prima donna a presiedere uno Stato africano, in questi giorni impegnata nella campagna elettorale per la conferma di un mandato che risale al 2005. La connazionale è una delle protagoniste della fine della seconda guerra civile in Liberia ai tempi del presidente Taylor, una lotta durata quattordici anni e che ha segnato un’intera generazione. Il «movimento guidato da Leyman Gbowee ha spianato la strada all’elezione a presidente della Liberia di Ellen Johnson Sileaf», ha scritto l’8 ottobre scorso, Alessandra Muglia sul Corriere della sera. Come a dire: ci sono luoghi nel mondo, nei quali gli esseri umani – le donne in particolare – sono ancora parte ideale di una stessa squadra. La Tawakkol invece è impegnata a protestare contro il regime di Saleh ed è tuttora considerata una delle donne più pericolose del proprio Paese: non porta il velo (il niqab) e si ispira, con alcuni distinguo, alla primavera araba. Pur attaccando gli Stati Uniti – che sostengono Saleh – si è sempre tenuta lontana dal gergo radicale: gli Stati Uniti non sono il “grande Satana”, ma un’opportunità. «Dire che sono contenta è banale, ma vero», ha scritto, ancora sul Corriere, l’ex commissario europeo Emma Bonino, e poi ancora, «non si è più premiata la diplomazia (basti pensare ai Nobel di Kissinger o Arafat, ma anche a quello di Martti athisaari, o addirittura a quello a Obama), la soluzione classica dei conflitti. Si riconosce e si premia un elemento diverso: le donne, svantaggiate ovunque nel mondo, in posti dove si è o si è stati sull’orlo della guerra civile, con determinata nonviolenza cercano di riportare la legalità, il rispetto dei diritti della persona, la democrazia».
A.D. 2011: nel mondo, le donne continuano a reclamare i loro spazi. Oggi protagoniste, ieri soldati di seconda o terza linea. In centonove anni, cioè fino al 2010, le donne premiate col Nobel per la pace sono state soltanto quindici. Si parte dal 1905, dal presidente onorario dell’“ufficio internazionale per la pace”, l’austriaca Bertha von Suttner e si arriva al 2004 alla Maathai. La media generale è di una donna Nobel ogni sette-otto anni, un valore che negli ultimi anni tende però ad abbassarsi. Una media indicativa dei rapporti fra i due sessi, lungo il Novecento. Qualunque cosa facciano, gli uomini hanno maggior potere e maggior visibilità. Con qualche eccezione. L’aristocratica Suttner per esempio, amica personale di Alfred Nobel, oggi immortalata nei due euro austriaci, cantante lirica mancata ma scrittrice di immenso successo con Giù le armi, nel 1889. Col marito, spende buona parte della propria esistenza a battersi per la pace. Il destino le fa un grosso favore: muore appena un mese prima dello scoppio della Grande Guerra. Sorte diversa per Jane Addams. Nel 1931, dopo autentici pezzi di storia (Woodrow Wilson, Charles Dawes, Aristide Briand, Gustav Stresemann e Frank Kellogg), è lei, sociologa statunitense con venature utopiste e col pallino per i diritti delle donne, a vincere il Nobel per la pace. Ha fondato una “lega internazionale delle donne per la pace e la libertà” che si danna l’anima per far cessare le ostilità nel secondo anno di guerra. Cerca di rimediare al danno provocato dagli uomini. Ma non ci riesce. Muore quattro anni dopo, quando Hitler è già al potere. Dopo la fine della seconda guerra mondiale (1946), uno dei primi Nobel per la pace verrà assegnato alla bostoniana Emily Greene Balch, liberale, quacchera e presidente onoraria della “lega” fondata proprio dalla Addams.
Tutto cambia nei trent’anni successivi. Le guerre vanno in archivio, non tutte e non quella fredda. George Marshall – lo stratega del piano Marshall – Martin Luther King, Willy Brandt, cancelliere dell’allora Germania federale, Kissinger e il fisico dissidente Andrej Sacharov, sono protagonisti e testimoni di un mondo diviso e tutt’altro che in pace. In primo piano, il disarmo e i rapporti Est-Ovest, il Medio Oriente e i diritti umani, e poi naturalmente le questioni legate all’indipendenza e all’autodeterminazione dei popoli. Nel 1976, due trentenni di Belfast, Mairead Corrigan e Betty Williams vincono il Nobel per aver fondato un movimento, cattolico e protestante, a favore della pace nel conflitto nell’Irlanda del Nord (Community of peace people). È un premio ben assegnato, al pari del Nobel per la pace del 1979, quello a Anjeza Gonxhe Bojaxhiu cioè alla beata Madre Teresa di Calcutta. Il Nobel dei Nobel potremmo dire, per la popolarità della religiosa albanese e per la sua dedizione ai poveri dell’India. Le “Missionarie della carità”, le religiose dell’austera congregazione vicina ai poveri, agli ammalati e agli emarginati, cominciano a riunirsi già nel 1950. Gli impegni non mancano. Dalla metà degli anni Sessanta vanno anche oltre i confini dell’India e di quelli strettamente confessionali. Presto arrivano i primi riconoscimenti internazionali, a coronamento di un’attività elogiata dai capi di Stato, il Nobel per la superiora e fondatrice dell’ordine. Nel 1982 il Nobel tocca invece alla svedese Alva Myrdal moglie dell’economista (e già Nobel) Gunnar Myrdal. Socialdemocratica, va a ricoprire un ruolo importante all’Onu – prima donna in assoluto – nel 1962 è il delegato del suo paese alla conferenza di Ginevra per il disarmo. Poi, per questo motivo, sempre in tema di disarmo, diventa consulente speciale per la Svezia.
«Per la sua lotta non violenta per la democrazia e i diritti umani», con questa motivazione nel 1991, la birmana Aung San Suu Kyi (altro nome noto), vince il premio Nobel per la pace. Anche per lei come per Madre Teresa, gli insegnamenti trasversali del Mahatma Gandhi sono stati un tesoro da spendere nel corso di una carriera travagliata. Fondatrice della “lega nazionale per la democrazia” in opposizione al generale Saw Maung, è stata costretta per molti anni agli arresti domiciliari – sette di seguito fino alla liberazione nel 2010; un vero e proprio esilio, durante il quale non ha mai perso le speranze per un futuro democratico del suo paese. L’anno successivo il premio è andato ancora a una donna, alla pacifista Rigoberta Menchù Tum del Guatemala, di un altro angolo di mondo cioè, dove le libertà – in questo caso dei popoli indigeni – vengono quotidianamente calpestate. La motivazione la dice lunga su meriti della cinquantaduenne cittadina onoraria della nostra Caorle: «in riconoscimento del suo lavoro per la giustizia sociale e la riconciliazione etno-culturale basata sul rispetto per i diritti dei popoli indigeni». In molti ricordano la biografia Mi chiamo Rigoberta Menchù del 1987, letta con attenzione dai giurati di Oslo; ma per chi non ama l’ex bracciante agricola, vero serbatoio di inesattezze. Le polemiche non mancano, naturalmente. Nel 1997, invece, il Nobel va alla “Campagna internazionale  per il bando delle mine antiuomo” e alla sua fondatrice l’insegnante americana Jody Williams, già attiva nell’El Salvador.
Infine, gli ultimi Nobel per la pace al femminile. Quelli del terzo millennio, che riflettono le nuove urgenze planetarie. Il vocabolario si rinnova. Nobel vinti nel 2003 e nel 2004, rispettivamente dal magistrato iraniano Shirin Ebadi e dalla biologa e ambientalista keniota Wangari Maathai. Ebadi è la prima donna musulmana a ricevere il premio - la Karman è la prima araba. Dopo la rivoluzione islamica del ’79 le viene impedito di esercitare il proprio mestiere. Di orientamento riformista, nel 1994, fonda una associazione a favore dei diritti dei bambini. La keniota, invece, è sia la prima donna africana Nobel per la pace sia la prima biologa donna in terra d’Africa. Fondatrice del Green belt movement è stata premiata anche per il contributo allo sviluppo sostenibile.

domenica 9 ottobre 2011

My sweet George

Una vita divisa in due parti. Spiate, per capire, quella dei santoni pop. Una vita divisa in due, con un prima e un dopo. All’inizio ci sono Paul, John, Ringo e lui George, poi ognuno va dove vuole andare. Perché ognuno si trova già dove vuole essere: lontano dagli altri e solo con se stesso.
Si sa da almeno quarant’anni, dal 1970, dopo la celebre intervista di Jann S. Wenner, per “Rolling Stone” a John Lennon che i Beatles sono scomparsi nell’estate del 1967, con la morte del manager Brian Epstein. Domanda: «Quando hai capito per la prima volta che i Beatles erano finiti?». Risposta: «Non me lo ricordo … I Beatles si sono sciolti dopo la morte di Brian; realizzammo il doppio album, il tramonto. È come se ogni singola traccia di quel disco fosse solo mia o solo di George. Sembrava, l’ho detto tante volte, come se fossimo io e un gruppo di supporto, Paul e un gruppo di supporto e, non mi dispiaceva affatto. Fu così». Ma anche George ha la sua ricetta: i Beatles sono morti per colpa delle donne, Yoko Ono e Linda Eastman. È la tesi più accreditata. Sia quel che sia, le tappe verso la frantumazione del più grande gruppo pop dell’era moderna sono ben altre. L’annuncio ufficiale dello scioglimento, il 10 aprile del 1970, dato da Paul McCartney, le carriere da solisti dei quattro scarafaggi, che tuttavia incrociano le chitarre a più riprese. Fino all’8 dicembre del 1980, fino alla morte violenta di John. E ancora oltre, fino alla scomparsa di George Harrison, il 29 novembre 2001.
Dieci anni. Tace da dieci anni il Beatle più spiritoso e cordiale. Ma anche meno sfacciato. Dei quattro, quello passato alla storia come lo spiritualista del gruppo. Paul (quello vero o quello falso, dopo la presunta morte del 1966), è il genio assoluto, cha modula simpatia e antipatia a piacimento: sa benissimo di essere il numero uno. Quando nei Sessanta, i critici coraggiosi paragonano la musica dei Beatles a quella di Mozart o di Beethoven è a Paul che pensano, all’autore di Yesterday e di Hey Jude. È lui che sorregge le sorti del gruppo. John è il maledetto, per eccellenza, la sua biografia parla chiaro: è un predestinato e muore come morirebbe, nel XX secolo, uno che gode di fama planetaria, amatissimo ma anche odiato per le proprie vicende personali. Ringo è il meno dotato (e il meno bello) del gruppo, forse l’immagine di quello nato con la camicia che si è trovato ad essere semplice coprotagonista di un gruppo musicale, gli sta un po’ stretta. Si dà da fare anche dopo il 1970, la faccia tosta non gli manca, ma non riesce mai a sfondare.
E poi c’è George, destinato a rimanere per qualche tempo un’incognita. Nonostante i successi. Letteralmente schiacciato fra John e Paul, che gli bocciano parecchie canzoni, anche belle, all’inizio dell’avventura dei Beatles anche il suo ruolo è secondario. Col tempo però, tutti si accorgono del suo talento. Insieme ad alcuni brani meno popolari, eseguiti dal gruppo, scrive canzoni conosciutissime come Here comes the sun, While my guitar gently weeps e Something. La sua abilità non è roba da poco, uno dei primi nomi da pronunciare se si chiacchiera di World music o di New age è il suo. George è un talento precocissimo e tra l’altro è uno sperimentatore nato, fra i primi ad abbinare le melodie occidentali agli strumenti orientali. Ama mescolare il pop alla musica d’avanguardia ed è appassionato di strumenti e ritmi esotici. È il più giovane fra i quattro (25 febbraio 1943, è la data di nascita), ma già dal ’65 è il primo a cercare una propria dimensione personale, slegata da quella dei tre compagni. Conosce e frequenta il grande sitarista Ravi Shankar – il sitar è uno strumento della tradizione indiana –, dal quale apprende l’uso di uno strumento così insolito. L’amore per la musica non occidentale corre parallelamente a quello per l’intero mondo orientale, per la religione, gli stili di vita e le aspirazioni dei popoli lontani. Per un po’ di tempo anche gli altri vogliono seguirlo.
Quando la prima parte della sua vita si conclude (nel 1970), George ha appena compiuto ventisette anni. È già abituato alle grandi responsabilità e ha raggiunto una piena maturità artistica. Debutta immediatamente con un triplo album (All things must pass), nel quale è contenuta la bellissima My sweet lord, una preghiera dal sapore indù, fra gli halleluja e gli hare krishna; nulla toglie al fascino della melodia la lunga e complessa vicenda giudiziaria relativa al plagio (“inconsapevole”) di He’s so fine delle Chiffons. È sufficiente la buona riuscita del primo ellepì post-Beatles per far capire al mondo che ha guardato al “terzo Beatles” con occhi di sufficienza, di che pasta sia fatto l’ex compagno di Paul McCartney. Ma il tempo per riflettere è sprecato. L’anno successivo c’è l’evento che può stravolgere la carriera di un musicista. Il concerto per il Bangladesh, organizzato da Harrison e da Shankar, il primo evento musicale del genere, di portata mondiale. Alle serate di beneficenza oltre a Bob Dylan partecipa anche Ringo Starr. I proventi vanno in favore dei profughi della guerra tra India e Pakistan. Anche qui non mancano le polemiche, soprattutto per la fretta con la quale George ha voluto organizzare il concerto. Stavolta alla base ci sono i problemi col fisco americano.
Ben oltre i successi, sovente non garantiti nelle performance dal vivo, o le iniziative in campo cinematografico, è la beneficienza a caratterizzare la carriera di Harrison; a far da cemento fra questa e la musica una carica spirituale nota non solo agli appassionati del genere. Ma la relativa estraneità dell’ex Beatle al mondo dell’industria musicale, ai profitti e alla commercializzazione dell’arte, nuoce e non poco alla sua fama internazionale. Dopo i successi dei primi anni Settanta, i fan devono attendere la fine degli Ottanta per gustare il meglio del loro beniamino. Giova molto alla sua immagine anche la partecipazione al progetto Traveling Wilburys (due dischi) sempre con Bob Dylan, Tom Petty Jeff Lynne e Roy Orbison che muore però già nel 1988.
George, George che inizia da rabbioso capellone e finisce da mistico universale. Forse non fortunatissimo nella vita privata, ma altrettanto generoso. Quando si ammala di cancro tutti sanno che non può fare molta strada. Ma lui non ha paura della morte. I fan lo capiscono già alla fine del ’99 quando subisce anche lui un’aggressione da parte di un folle. A salvarlo è la seconda moglie Oliva. La prima se n’è andata col suo grande amico Eric Clapton. Ma lui non serba alcun rancore né a lui né a lei. Quando spiritualità non è solo una parola di dodici lettere.

giovedì 6 ottobre 2011

Dal quarto d'ora di Warhol al quarto di secolo di Berlusconi

Adolfo Urso o Marilyn Monroe? Angelino Alfano o Jack Nicholson? Messa così, pochi dubbi. Mentre sabato 24 settembre a Catania si svolgeva un incontro fra alcuni dirigenti della destra di Fare Italia e un certo numero di cittadini e cittadine, nella non lontana Taormina cominciava l’ultima settimana della mostra “The Andy Warhol exhibition” con settantadue opere grafiche del maestro di Pittsburgh. Le belle facce di Kathleen Turner e di Clio Goldsmith, in copertina a due numeri di Interview, a rivaleggiare con Andrea Ronchi, Giuseppe Scalia e anche col non numerosissimo pubblico accorso a “palazzo del cultura” al centro della città dell’elefante? Anche così, non credo si possa tentennare. Eppure la filosofia che abbraccia i due fenomeni, “Pop art” e politica, sembra discendere da un unico ceppo originario, quasi si trattasse di una famiglia antica e numerosa.
La parola chiave è ripetitività. Ripetitività all’infinito. Ripetitività della chiacchiera di politici oramai alla frutta – alla frutta sembra perfino il giovane Alfano – ripetitività dei volti delle opere di Andy Warhol. Nel primo caso trattasi delle consuete bugie ripetute più volte, che come diceva quel tale finiranno per diventare realtà (o quasi), nel secondo trattasi dei semplici meccanismi della contemporaneità, e nello specifico di copie adibite al consumo che incamereranno, passo dopo passo, un valore sempre più alto. Politica e arte come sinonimo di non-autenticità, dunque. Come prodotto da vendere, anzi da affibbiare a chi è interessato ai fenomeni del proprio tempo. Perché il problema non è solo di chi produce naturalmente, ma anche di chi consuma. Di chi cioè sa bene che ciò che sta acquistando (una falsa Marilyn o l’ennesima falsa Marilyn) è solo una copia, un falso che vive di vita propria. I clienti di Warhol come i clienti della politica dei giorni nostri – di quella berlusconiana ovviamente – sanno perfettamente che i motti dei loro idoli coinciderebbero passo per passo: «se volete sapere tutto di me», diceva il cattolico Warhol, «basta che guardiate la superficie». Ai berlusconiani destinati a sopravvivere al loro leader basteranno soltanto le chiacchiere dell’ennesimo “turnista”, perché in fondo sanno bene che si tratta di bugie, di slogan mandati giù a memoria, di arte appunto e neanche della migliore.  
Ovviamente a tutto c’è un limite. Perché nessuno di noi si stancherebbe di vedere e rivedere Marilyn, e anche di vedere e rivedere le coloratissime serigrafie di Mao Tse Tung che malgrado tutto un posto nella storia se l’è pure guadagnato, mentre appaiono stucchevoli certe frasi recitate oggi in una terra, la Sicilia, tormentata da problemi d’ogni tipo e che, così per dire, non avrebbe bisogno di un finto Mao, cioè di un finto “gran timoniere”  ma se possibile di uno vero. La politica italiana è riuscita a battere perfino la carica di postmodernità di Warhol, certi personaggi hanno prodotto anticorpi in serie, disgusto, antipatia. Rigetto. Rigetto non solo per il singolo personaggio, ma per tutto l’ambiente. È come se qualcuno stesse cominciando a mettere in discussione non solo l’abilità di Warhol, dei suoi giovani allievi e di quelli che frequentavano la “Factory” (alcuni di essi erano e sono grandissimi artisti), ma tutta l’arte nel suo svolgimento secolare. È come se l’odio per la politica in era berlusconiana stesse creando dei vuoti pericolosissimi per gli anni a venire e per il passato. Per giustificare Berlusconi si chiamano in causa perfino J. F. Kennedy o Francois Mitterand o Martin Luther King, si azzardano paragoni assurdi; in passato per qualcuno l’uomo di Arcore valeva De Gasperi, oggi si pensa al futuro di Berlusconi, una volta smessi i panni da leader, come se quel futuro fosse più importante del futuro della maggioranza degli italiani, perfino in offesa a quelle leggi alle quali si inchinò Socrate. Se ci si pensa però, anche il concetto warholiano di fama è stato stravolto dal berlusconismo. Una volta si pensava al misero quarto d’ora di celebrità grazie al celeberrimo slogan di “Drella” (soprannome di Warhol): In the future, everyone will be world-famous for 15 minutes, oggi quel quarto d’ora di celebrità si è trasformato in un quarto di secolo. Probabilmente la popolarità di alcuni ministri berlusconiani supererà i vent’anni, una intera generazione dunque risulterà “sottomessa” al volere di amici e confidenti del premier.
Fra le tracce dei temi dell’ultima maturità, se lo si ricorda, una riguardava proprio la famosa frase di Warhol contenuta in un catalogo di una mostra al Moderna museet di Stoccolma; il candidato avrebbe dovuto riflettere sul «concetto di “fama” proposto dall’industria televisiva (reality e talent show) o diffuso dai social media (twitter, youtube, facebook, ecc.)». Tutto perfetto, per carità. Lo stesso Warhol esasperando la sua filosofia, registratore e/o fotocamera in mano, riprendeva qualunque cosa accadesse nel mondo e proprio per questo diventerà un collezionista di oggetti d’ogni genere e tipo. Dai Sessanta in poi Warhol sarà l’artista planetario per antonomasia. I Sessanta e i Settanta, lo ricordiamo, sono anni nei quali tutti saranno interessati a tutto, nei quali impegnarsi sarà quasi un obbligo: in politica, nella società civile e in qualunque campo o settore. Probabilmente però nessuno avrebbe pensato a qualcosa in più di una comparsata televisiva, di una presenza clandestina in una foto di gruppo, di una ospitata a uno show o a una partecipazione a un reality, a un pianterello in diretta, a un lifting imbarazzante o a un amorazzo ricostituente. Dopotutto neppure la questione delle donnine allegre (la storia dell’Occidente è anche storia di donnine allegre), dopo la rivoluzione sessuale e la nascita delle tivù commerciali, sarebbe stato un problema così grave, se non si fosse varcata una soglia di umana tolleranza e se accanto ad esso non ci fossero state questioni più serie tipo ricatti, palesi menzogne o limiti alla sicurezza nazionale. Il problema principale del berlusconismo è invece quello di aver applicato la “dottrina Warhol” al potere, avendo così inaugurato un nuovo tipo di classe politica. Se non è un record questo, poco ci manca.
Dopo re e regine di diritto divino, dopo le repubbliche conquistate a suon di rivoluzioni, ecco invece la classe politica dei tipi “famosi”, ovvero di chi è famoso per il solo fatto di esserlo famoso, di chi è sulla bocca di tutti per il solo fatto di esserlo sulla bocca di tutti, di chi va in tivù a dibattere su questo e su quello senza una storia, senza un passato sui quali puntare. Il vizio maggiore del berlusconismo è stata l’incapacità di creare una scuola di eccellenza politica, l’aver vissuto spacciando il dilettantismo per buona volontà se non per casta verginità. Insomma, per anni si è confuso il mago di Oz, cioè colui che bleffa, per Parsifal, il puro, il fedelissimo pronto al sacrificio. Si parla dei ministri del governo Berlusconi perché appunto ministri della repubblica, non certo per quella “rivoluzione liberale” che i cittadini italiani si aspettavano. Si parla dei ministri per le continue gaffe in stile Gelmini, per le disfide interne, per mille altri motivi tranne che per un motivo solo: per i meriti “professionali”. Bossi, Calderoli, La Russa, lo stesso Frattini, ma che avranno mai fatto in tutti questi anni? Per quale opera dovrebbero essere ringraziati?
Per non parlare poi dei piccoli berlusconiani. Anch’essi cresciuti in scuole di partito che sembrano o location di concorsi di bellezza o retrobottega di abili commercialisti. Perfino Warhol, il perfido Warhol faceva lavorare sodo i suoi ragazzi (salvo poi firmare l’opera finita e intascare un bell’assegno con tanti zeri), perfino lui – che era un genio – è stato un valido scopritore di talenti. A cominciare dalle modelle che naturalmente non ambivano alla Casa Bianca e dalle star del rock. La pietra angolare fra l’avanguardia artistica e la musica è proprio lui: ugly Andy. Nel 1967 usciva uno degli album più famosi del rock: The Velvet Underground & Nico la cui cover firmata dagli artisti capitanati da Lou Reed è in esposizione proprio nell’ex chiesa del Carmine di Taormina. Un disco epocale, come quello successivo dei Rolling Stones: Sticky fingers, anch’essa partorita da quel figlio di immigrati slovacchi. Lou Reed e John Cale come Mariano Apicella e non so chi altri? Ed Edie Sedgwick (adorata da Bob Dylan) come Noemi Letizia? Lasciamo stare, dai.
Ma con le indimenticabili copertine degli ellepì ideate di Warhol, volti e immagini della contemporaneità – da Liz Taylor a Mariel Hemingway, da Robin Williams e Stevie Wonder alle famose lattine di zuppa Campbell, bianche e rosse – di quella società di massa cioè somministrata goccia a goccia, minuto per minuto, da stampa e televisione. Rappresentazioni di una medesima realtà ripetibile fino all’esasperazione, pronta infine a diventare mera abitudine. A volte menzogna. Le opere di Warhol stanno sempre a metà fra la provocazione e la denuncia, ma è difficile cogliere un aspetto moralistico nelle sue realizzazioni (forse solo in alcune opere, come quelle dedicate alla sedia elettrica). In una società di mercato, sembra dirci non è possibile ergersi a giudici di alcunché, tempo sprecato. La tigre è imbattibile. La si cavalchi allora, e nel miglior modo possibile. Per tutti. Warhol è stato un uomo complesso. Trasgressivo e amante della mondanità, artista su commissione, dollaro-dipendente, amico dell’America che appare, critico con ironia del modello di società americana e vicinissimo alla cultura underground. È stato anche, a un tempo, un artista per la massa e uno sperimentatore di tecniche e linguaggi, e poi ancora: un eccentrico e dissacrante non-conformista, un accorto manipolatore e un fedele riproduttore della realtà.
La miglior definizione per Berlusconi invece? Un bugiardo, firmata Indro Montanelli. La rassegna di Taormina è visitabile fino al 3 ottobre, quella berlusconiana lo sarà anche oltre. Purtroppo.

sabato 1 ottobre 2011

Nietzsche direbbe ancora "sì" alla vita?

Friedrich Nietzsche. Ancora lui. Luce eterna o grande incognita? Fonte di illusioni mai realizzate, promessa, caro estinto o cambiale in protesto? Per intenderci, Nietzsche è quello dei «sì» alla vita, della critica colorita e tagliente all’intellettualismo, che era l’intellettualismo del suo tempo, e che nel nostro si è afflosciato come un sacco vuoto. Forse per colpa sua o forse per colpa dell’esaurirsi del ciclo del pensiero astratto – quello della ragione e delle cosiddette categorie – che ha regnato incontrastato al pari di Luigi XIV in Francia. Al suo posto? Un caos da gestire alla meno peggio, come scrisse Umberto Eco, una tigre mai doma da cavalcare all’infinito, al più un pensiero debole come estrema forma della riflessione, del gesto e della parola. Fino a lambire i margini del nuovo edonismo alla Onfray o della fine della stanca democrazia alla Zizek.
Ma Nietzsche? Nietzsche inizia da dove è giusto iniziare: dal mondo greco. La non-razionalità del suo pensiero, viene fuori da un’originale esposizione dell’arte greca. In Die Geburt der Tragödie (La nascita della tragedia), afferma: «All’opposto di tutti coloro che si sono industriati di derivare le arti da un unico principio, come dalla necessaria fonte vitale di ogni opere d’arte, io ho fermato lo sguardo sulle due divinità artistiche dei greci, Apollo e Dioniso, e riconosco in essi i viventi ed evidenti rappresentanti di due mondi artistici, differenti nella loro essenza più profonda e nei loro fini supremi. Apollo mi sta davanti come il genio trasfiguratore del principium individuationis, per mezzo del quale soltanto è dato raggiungere veramente la liberazione nell’apparenza: laddove nel grido di Giubilo di Dioniso viene rotto l’incantesimo dell’individuazione, e rimane aperta la via alle Madri dell’essere, all’intimo nucleo delle cose…». I moderni non hanno una visione esatta dell’antichità classica e all’aspetto apollineo – che si sostanzia nel sogno, nell’armonia e nel culto della bellezza – non accostano l’altra faccia della classicità vale e dire l’aspetto dionisiaco – l’ebbrezza. Insomma, dove vuole arrivare quel professorino non ancora trentenne? Vuol abbattere le certezze con le quali un’intera civiltà è diventata adulta. Se la prende con Socrate per aver ucciso gli istinti e la volontà naturale e poi se la prenderà anche col cristianesimo e coi valori dell’«umiltà» e dell’«obbedienza» (parole di Benedetto XVI). Ma non è tutto. Perché, per il cervellone di Röcken quel Dio che abbiamo conosciuto e frequentato è pure morto. La conseguenza? Bisognerà entusiasmarsi perché ci si è liberati di un peso (e che peso!), cioè della figura invalidante per eccellenza, o al contrario bisognerà temere per la voragine del nulla che si è aperta dinanzi a noi? In questo dilemma c’è gran parte della storia del pensiero dell’ultimo secolo. C’hanno sbattuto la testa un po’ tutti fino ai postmoderni, un dilemma al quale nulla ha aggiunto il discorso di qualche nazi-Pierino con velleità da Dioniso e educazione da “Monnezza” - cioè alla Tomas Milian -, antropologia piuttosto diffusa in alcuni, chiamiamoli così, ambienti.
Carmelo Causale non appartiene a quest’ultima categoria. Autore teatrale, uomo del sud che si muove bene al sud, per mentalità o lui preferirebbe Weltanschauung vicino a Franco Cardini, e come lui abbastanza lontano sia dalla politica che conta sia da quella che non conta nulla. Anche Causale, dopo aver scritto su Dante e Cavalcanti non perdendosi in vane archeologie, e su alcuni fatti del meridione, vicini (immigrazione clandestina) e lontani (episodi di Bronte, nel periodo garibaldino), ha deciso di dire la sua su Nietzsche. E lo ha fatto con una pièce teatrale, Nietzsche - nascita e morte della tragedia, rappresentata a Catania, il 22 settembre scorso e a Palermo il 25 successivo, vale a dire in due realtà fortemente rappresentative del suo Meridione. La storia è singolare e accarezza quasi una tipica vicenda dell’assurdo: in scena appaiono alcuni personaggi conosciutissimi: lo stesso Nietzsche, Lou Salomé la scrittrice amata dall’autore dello Zarathustra ma anche da Rainer Maria Rilke, Paul Rée, filosofo e amico del protagonista e Peter Gast primo “esegeta” di Nietzsche, scrittore e compositore. La compagnia si trova in Sicilia ed è ospite di un albergo e della sua direttrice dai tratti caratteriali del tutto convenzionali: «Signor Nietzsche, il vostro gaudio è anche il nostro. Noi ci ricordiamo sempre di lei … Signora Salomè, e anche voi signor Paul Rée, tutti voi rispettabili clienti, siete, lo sapete, più amici che clienti…», ma il professore è già stanco e malato e cade vittima delle proprie visioni, consapevole del destino che attenderà l’uomo. È il primo ad averlo compreso: per l’uomo «tutto è disgusto». Ma disgusto e impotenza sono i termini giusti per narrare anche l’incontro tra Nietzsche, l’immagine esterna della modernità e quella della cosiddetta tradizione desacralizzata. Come a voler dire: impossibile tessere un dialogo, impossibile per un uomo di tale indole aprirsi a questa vita. Nietzsche viene sconfitto da se stesso. La questione nodale, nel dramma, non è la ricezione di un messaggio, non si tratta cioè né della quantità né della qualità della proposte che arricchiscono il secolo della prassi e dell’energia, ma della condizione propria al messaggero, allo scrivente, di Nietzsche o di chi per lui. Una questione che ci sembra di aver colto per esempio anche nella filosofia della persuasione di Michelstaedter. Vittima ancor più del maestro dello scarto determinante fra la potenza e l’effettivo potere. Il problema insomma, sta nella pretesa di chi prescrive la ricetta. Nell’uscita dalla camera oscura della creatività per correre – nietzscheanamente ma anche beffardamente – incontro al mondo.
Il dramma di Causale, infine, si lascia ben recitare da una compagnia di attori guidata dal regista Gianni Scuto, dove brillano le figure di Mariano Rigillo, Anna Teresa Rossini, Nellina Laganà, Alessandro Ferrari, Valentina Ferrante e Massimo Leggio nel ruolo del titolo. Costumi e scenografie sono rispettivamente di Mariella Gennarino e Virginia Carnabuci. Le musiche di Orazio Corsaro sono state eseguite al pianoforte da Milo Longo.