giovedì 6 ottobre 2011

Dal quarto d'ora di Warhol al quarto di secolo di Berlusconi

Adolfo Urso o Marilyn Monroe? Angelino Alfano o Jack Nicholson? Messa così, pochi dubbi. Mentre sabato 24 settembre a Catania si svolgeva un incontro fra alcuni dirigenti della destra di Fare Italia e un certo numero di cittadini e cittadine, nella non lontana Taormina cominciava l’ultima settimana della mostra “The Andy Warhol exhibition” con settantadue opere grafiche del maestro di Pittsburgh. Le belle facce di Kathleen Turner e di Clio Goldsmith, in copertina a due numeri di Interview, a rivaleggiare con Andrea Ronchi, Giuseppe Scalia e anche col non numerosissimo pubblico accorso a “palazzo del cultura” al centro della città dell’elefante? Anche così, non credo si possa tentennare. Eppure la filosofia che abbraccia i due fenomeni, “Pop art” e politica, sembra discendere da un unico ceppo originario, quasi si trattasse di una famiglia antica e numerosa.
La parola chiave è ripetitività. Ripetitività all’infinito. Ripetitività della chiacchiera di politici oramai alla frutta – alla frutta sembra perfino il giovane Alfano – ripetitività dei volti delle opere di Andy Warhol. Nel primo caso trattasi delle consuete bugie ripetute più volte, che come diceva quel tale finiranno per diventare realtà (o quasi), nel secondo trattasi dei semplici meccanismi della contemporaneità, e nello specifico di copie adibite al consumo che incamereranno, passo dopo passo, un valore sempre più alto. Politica e arte come sinonimo di non-autenticità, dunque. Come prodotto da vendere, anzi da affibbiare a chi è interessato ai fenomeni del proprio tempo. Perché il problema non è solo di chi produce naturalmente, ma anche di chi consuma. Di chi cioè sa bene che ciò che sta acquistando (una falsa Marilyn o l’ennesima falsa Marilyn) è solo una copia, un falso che vive di vita propria. I clienti di Warhol come i clienti della politica dei giorni nostri – di quella berlusconiana ovviamente – sanno perfettamente che i motti dei loro idoli coinciderebbero passo per passo: «se volete sapere tutto di me», diceva il cattolico Warhol, «basta che guardiate la superficie». Ai berlusconiani destinati a sopravvivere al loro leader basteranno soltanto le chiacchiere dell’ennesimo “turnista”, perché in fondo sanno bene che si tratta di bugie, di slogan mandati giù a memoria, di arte appunto e neanche della migliore.  
Ovviamente a tutto c’è un limite. Perché nessuno di noi si stancherebbe di vedere e rivedere Marilyn, e anche di vedere e rivedere le coloratissime serigrafie di Mao Tse Tung che malgrado tutto un posto nella storia se l’è pure guadagnato, mentre appaiono stucchevoli certe frasi recitate oggi in una terra, la Sicilia, tormentata da problemi d’ogni tipo e che, così per dire, non avrebbe bisogno di un finto Mao, cioè di un finto “gran timoniere”  ma se possibile di uno vero. La politica italiana è riuscita a battere perfino la carica di postmodernità di Warhol, certi personaggi hanno prodotto anticorpi in serie, disgusto, antipatia. Rigetto. Rigetto non solo per il singolo personaggio, ma per tutto l’ambiente. È come se qualcuno stesse cominciando a mettere in discussione non solo l’abilità di Warhol, dei suoi giovani allievi e di quelli che frequentavano la “Factory” (alcuni di essi erano e sono grandissimi artisti), ma tutta l’arte nel suo svolgimento secolare. È come se l’odio per la politica in era berlusconiana stesse creando dei vuoti pericolosissimi per gli anni a venire e per il passato. Per giustificare Berlusconi si chiamano in causa perfino J. F. Kennedy o Francois Mitterand o Martin Luther King, si azzardano paragoni assurdi; in passato per qualcuno l’uomo di Arcore valeva De Gasperi, oggi si pensa al futuro di Berlusconi, una volta smessi i panni da leader, come se quel futuro fosse più importante del futuro della maggioranza degli italiani, perfino in offesa a quelle leggi alle quali si inchinò Socrate. Se ci si pensa però, anche il concetto warholiano di fama è stato stravolto dal berlusconismo. Una volta si pensava al misero quarto d’ora di celebrità grazie al celeberrimo slogan di “Drella” (soprannome di Warhol): In the future, everyone will be world-famous for 15 minutes, oggi quel quarto d’ora di celebrità si è trasformato in un quarto di secolo. Probabilmente la popolarità di alcuni ministri berlusconiani supererà i vent’anni, una intera generazione dunque risulterà “sottomessa” al volere di amici e confidenti del premier.
Fra le tracce dei temi dell’ultima maturità, se lo si ricorda, una riguardava proprio la famosa frase di Warhol contenuta in un catalogo di una mostra al Moderna museet di Stoccolma; il candidato avrebbe dovuto riflettere sul «concetto di “fama” proposto dall’industria televisiva (reality e talent show) o diffuso dai social media (twitter, youtube, facebook, ecc.)». Tutto perfetto, per carità. Lo stesso Warhol esasperando la sua filosofia, registratore e/o fotocamera in mano, riprendeva qualunque cosa accadesse nel mondo e proprio per questo diventerà un collezionista di oggetti d’ogni genere e tipo. Dai Sessanta in poi Warhol sarà l’artista planetario per antonomasia. I Sessanta e i Settanta, lo ricordiamo, sono anni nei quali tutti saranno interessati a tutto, nei quali impegnarsi sarà quasi un obbligo: in politica, nella società civile e in qualunque campo o settore. Probabilmente però nessuno avrebbe pensato a qualcosa in più di una comparsata televisiva, di una presenza clandestina in una foto di gruppo, di una ospitata a uno show o a una partecipazione a un reality, a un pianterello in diretta, a un lifting imbarazzante o a un amorazzo ricostituente. Dopotutto neppure la questione delle donnine allegre (la storia dell’Occidente è anche storia di donnine allegre), dopo la rivoluzione sessuale e la nascita delle tivù commerciali, sarebbe stato un problema così grave, se non si fosse varcata una soglia di umana tolleranza e se accanto ad esso non ci fossero state questioni più serie tipo ricatti, palesi menzogne o limiti alla sicurezza nazionale. Il problema principale del berlusconismo è invece quello di aver applicato la “dottrina Warhol” al potere, avendo così inaugurato un nuovo tipo di classe politica. Se non è un record questo, poco ci manca.
Dopo re e regine di diritto divino, dopo le repubbliche conquistate a suon di rivoluzioni, ecco invece la classe politica dei tipi “famosi”, ovvero di chi è famoso per il solo fatto di esserlo famoso, di chi è sulla bocca di tutti per il solo fatto di esserlo sulla bocca di tutti, di chi va in tivù a dibattere su questo e su quello senza una storia, senza un passato sui quali puntare. Il vizio maggiore del berlusconismo è stata l’incapacità di creare una scuola di eccellenza politica, l’aver vissuto spacciando il dilettantismo per buona volontà se non per casta verginità. Insomma, per anni si è confuso il mago di Oz, cioè colui che bleffa, per Parsifal, il puro, il fedelissimo pronto al sacrificio. Si parla dei ministri del governo Berlusconi perché appunto ministri della repubblica, non certo per quella “rivoluzione liberale” che i cittadini italiani si aspettavano. Si parla dei ministri per le continue gaffe in stile Gelmini, per le disfide interne, per mille altri motivi tranne che per un motivo solo: per i meriti “professionali”. Bossi, Calderoli, La Russa, lo stesso Frattini, ma che avranno mai fatto in tutti questi anni? Per quale opera dovrebbero essere ringraziati?
Per non parlare poi dei piccoli berlusconiani. Anch’essi cresciuti in scuole di partito che sembrano o location di concorsi di bellezza o retrobottega di abili commercialisti. Perfino Warhol, il perfido Warhol faceva lavorare sodo i suoi ragazzi (salvo poi firmare l’opera finita e intascare un bell’assegno con tanti zeri), perfino lui – che era un genio – è stato un valido scopritore di talenti. A cominciare dalle modelle che naturalmente non ambivano alla Casa Bianca e dalle star del rock. La pietra angolare fra l’avanguardia artistica e la musica è proprio lui: ugly Andy. Nel 1967 usciva uno degli album più famosi del rock: The Velvet Underground & Nico la cui cover firmata dagli artisti capitanati da Lou Reed è in esposizione proprio nell’ex chiesa del Carmine di Taormina. Un disco epocale, come quello successivo dei Rolling Stones: Sticky fingers, anch’essa partorita da quel figlio di immigrati slovacchi. Lou Reed e John Cale come Mariano Apicella e non so chi altri? Ed Edie Sedgwick (adorata da Bob Dylan) come Noemi Letizia? Lasciamo stare, dai.
Ma con le indimenticabili copertine degli ellepì ideate di Warhol, volti e immagini della contemporaneità – da Liz Taylor a Mariel Hemingway, da Robin Williams e Stevie Wonder alle famose lattine di zuppa Campbell, bianche e rosse – di quella società di massa cioè somministrata goccia a goccia, minuto per minuto, da stampa e televisione. Rappresentazioni di una medesima realtà ripetibile fino all’esasperazione, pronta infine a diventare mera abitudine. A volte menzogna. Le opere di Warhol stanno sempre a metà fra la provocazione e la denuncia, ma è difficile cogliere un aspetto moralistico nelle sue realizzazioni (forse solo in alcune opere, come quelle dedicate alla sedia elettrica). In una società di mercato, sembra dirci non è possibile ergersi a giudici di alcunché, tempo sprecato. La tigre è imbattibile. La si cavalchi allora, e nel miglior modo possibile. Per tutti. Warhol è stato un uomo complesso. Trasgressivo e amante della mondanità, artista su commissione, dollaro-dipendente, amico dell’America che appare, critico con ironia del modello di società americana e vicinissimo alla cultura underground. È stato anche, a un tempo, un artista per la massa e uno sperimentatore di tecniche e linguaggi, e poi ancora: un eccentrico e dissacrante non-conformista, un accorto manipolatore e un fedele riproduttore della realtà.
La miglior definizione per Berlusconi invece? Un bugiardo, firmata Indro Montanelli. La rassegna di Taormina è visitabile fino al 3 ottobre, quella berlusconiana lo sarà anche oltre. Purtroppo.

Nessun commento:

Posta un commento