lunedì 17 ottobre 2011

Diciotto Nobel (per la pace) al femminile

Il Nobel per la pace è il più difficile da assegnare. È il più politico tra i premi istituiti dall’inventore della dinamite. Si presta a polemiche che sono il riflesso delle questioni di politica internazionale o della visione di parte dei protagonisti dello scenario mondiale.
Non entreremo nello specifico ma di esempi non ne mancano. Nel 1994 il premio viene assegnato a un terzetto niente male Yasser Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin (ucciso l’anno dopo da un fanatico), “per i loro sforzi per creare la pace in Medio Oriente”. Ma non sono pochi a giudicare il leader dell’Autorità nazionale palestinese un indegno testimone di pace. Che gode di ottima compagnia però. Visto che, dal 1901, il Nobel per la pace viene assegnato anche a una gran quantità di presidenti americani – da Theodore Roosevelt a Barack Obama – disprezzati uno ad uno, e con effetto retroattivo, da chi vede negli Stati Uniti l’anima nera del mondo.
Quest’anno, il Nobel per la pace è stato conferito a tre donne e non era mai accaduto: a due liberiane e a una yemenita. Nomi quasi sconosciuti all’opinione pubblica a testimoniare di quanta poca pubblicità godano le vicende dei paesi “minori”. Quelli che raramente occupano le prime pagine dei giornali. Si tratta di Ellen Johnson Sirleaf, presidente del proprio Paese, Leymah Gbowee, avvocato di religione cristiana e attivista per la pace e di Tawakkul Karman giovane fondatrice dell’organizzazione Giornaliste senza catene. La motivazione unica: “per la loro lotta non violenta per la sicurezza delle donne e per i diritti di partecipazione delle donne in un processo di pace”. Una vittoria che vale doppio. Una vittoria per l’Africa innanzi tutto, da poche settimane orfana dell’ultimo Nobel per la pace donna, la keniota Wangari Maathai. Per un Continente-anello-debole costantemente in attesa di riconoscimenti da parte della comunità internazionale. Per le stesse donne, in primo luogo, per il ruolo assunto in politica, nel mondo delle associazioni, fra le comuni mura domestiche, oltreché per il mantenimento della pace. Un Continente che è un’eterna promessa, a partire dal lontano 1960, anno dell’Africa, un periodo nel quale, da Nord al Sud, ogni cittadino si nutre di sogni e speranze. Ma una vittoria anche per un’altra parte di mondo: per chi resiste all’opposizione, nello Yemen del presidente e dittatore Ali Abdullah Saleh. In una regione storica, sovente dimenticata. Tre donne e tre percorsi diversi dunque, che si incrociano idealmente e non solo. 
La Sirleaf, economista con ottime scuole negli Usa, ove sconta anche l’esilio dal proprio paese, è la prima donna a presiedere uno Stato africano, in questi giorni impegnata nella campagna elettorale per la conferma di un mandato che risale al 2005. La connazionale è una delle protagoniste della fine della seconda guerra civile in Liberia ai tempi del presidente Taylor, una lotta durata quattordici anni e che ha segnato un’intera generazione. Il «movimento guidato da Leyman Gbowee ha spianato la strada all’elezione a presidente della Liberia di Ellen Johnson Sileaf», ha scritto l’8 ottobre scorso, Alessandra Muglia sul Corriere della sera. Come a dire: ci sono luoghi nel mondo, nei quali gli esseri umani – le donne in particolare – sono ancora parte ideale di una stessa squadra. La Tawakkol invece è impegnata a protestare contro il regime di Saleh ed è tuttora considerata una delle donne più pericolose del proprio Paese: non porta il velo (il niqab) e si ispira, con alcuni distinguo, alla primavera araba. Pur attaccando gli Stati Uniti – che sostengono Saleh – si è sempre tenuta lontana dal gergo radicale: gli Stati Uniti non sono il “grande Satana”, ma un’opportunità. «Dire che sono contenta è banale, ma vero», ha scritto, ancora sul Corriere, l’ex commissario europeo Emma Bonino, e poi ancora, «non si è più premiata la diplomazia (basti pensare ai Nobel di Kissinger o Arafat, ma anche a quello di Martti athisaari, o addirittura a quello a Obama), la soluzione classica dei conflitti. Si riconosce e si premia un elemento diverso: le donne, svantaggiate ovunque nel mondo, in posti dove si è o si è stati sull’orlo della guerra civile, con determinata nonviolenza cercano di riportare la legalità, il rispetto dei diritti della persona, la democrazia».
A.D. 2011: nel mondo, le donne continuano a reclamare i loro spazi. Oggi protagoniste, ieri soldati di seconda o terza linea. In centonove anni, cioè fino al 2010, le donne premiate col Nobel per la pace sono state soltanto quindici. Si parte dal 1905, dal presidente onorario dell’“ufficio internazionale per la pace”, l’austriaca Bertha von Suttner e si arriva al 2004 alla Maathai. La media generale è di una donna Nobel ogni sette-otto anni, un valore che negli ultimi anni tende però ad abbassarsi. Una media indicativa dei rapporti fra i due sessi, lungo il Novecento. Qualunque cosa facciano, gli uomini hanno maggior potere e maggior visibilità. Con qualche eccezione. L’aristocratica Suttner per esempio, amica personale di Alfred Nobel, oggi immortalata nei due euro austriaci, cantante lirica mancata ma scrittrice di immenso successo con Giù le armi, nel 1889. Col marito, spende buona parte della propria esistenza a battersi per la pace. Il destino le fa un grosso favore: muore appena un mese prima dello scoppio della Grande Guerra. Sorte diversa per Jane Addams. Nel 1931, dopo autentici pezzi di storia (Woodrow Wilson, Charles Dawes, Aristide Briand, Gustav Stresemann e Frank Kellogg), è lei, sociologa statunitense con venature utopiste e col pallino per i diritti delle donne, a vincere il Nobel per la pace. Ha fondato una “lega internazionale delle donne per la pace e la libertà” che si danna l’anima per far cessare le ostilità nel secondo anno di guerra. Cerca di rimediare al danno provocato dagli uomini. Ma non ci riesce. Muore quattro anni dopo, quando Hitler è già al potere. Dopo la fine della seconda guerra mondiale (1946), uno dei primi Nobel per la pace verrà assegnato alla bostoniana Emily Greene Balch, liberale, quacchera e presidente onoraria della “lega” fondata proprio dalla Addams.
Tutto cambia nei trent’anni successivi. Le guerre vanno in archivio, non tutte e non quella fredda. George Marshall – lo stratega del piano Marshall – Martin Luther King, Willy Brandt, cancelliere dell’allora Germania federale, Kissinger e il fisico dissidente Andrej Sacharov, sono protagonisti e testimoni di un mondo diviso e tutt’altro che in pace. In primo piano, il disarmo e i rapporti Est-Ovest, il Medio Oriente e i diritti umani, e poi naturalmente le questioni legate all’indipendenza e all’autodeterminazione dei popoli. Nel 1976, due trentenni di Belfast, Mairead Corrigan e Betty Williams vincono il Nobel per aver fondato un movimento, cattolico e protestante, a favore della pace nel conflitto nell’Irlanda del Nord (Community of peace people). È un premio ben assegnato, al pari del Nobel per la pace del 1979, quello a Anjeza Gonxhe Bojaxhiu cioè alla beata Madre Teresa di Calcutta. Il Nobel dei Nobel potremmo dire, per la popolarità della religiosa albanese e per la sua dedizione ai poveri dell’India. Le “Missionarie della carità”, le religiose dell’austera congregazione vicina ai poveri, agli ammalati e agli emarginati, cominciano a riunirsi già nel 1950. Gli impegni non mancano. Dalla metà degli anni Sessanta vanno anche oltre i confini dell’India e di quelli strettamente confessionali. Presto arrivano i primi riconoscimenti internazionali, a coronamento di un’attività elogiata dai capi di Stato, il Nobel per la superiora e fondatrice dell’ordine. Nel 1982 il Nobel tocca invece alla svedese Alva Myrdal moglie dell’economista (e già Nobel) Gunnar Myrdal. Socialdemocratica, va a ricoprire un ruolo importante all’Onu – prima donna in assoluto – nel 1962 è il delegato del suo paese alla conferenza di Ginevra per il disarmo. Poi, per questo motivo, sempre in tema di disarmo, diventa consulente speciale per la Svezia.
«Per la sua lotta non violenta per la democrazia e i diritti umani», con questa motivazione nel 1991, la birmana Aung San Suu Kyi (altro nome noto), vince il premio Nobel per la pace. Anche per lei come per Madre Teresa, gli insegnamenti trasversali del Mahatma Gandhi sono stati un tesoro da spendere nel corso di una carriera travagliata. Fondatrice della “lega nazionale per la democrazia” in opposizione al generale Saw Maung, è stata costretta per molti anni agli arresti domiciliari – sette di seguito fino alla liberazione nel 2010; un vero e proprio esilio, durante il quale non ha mai perso le speranze per un futuro democratico del suo paese. L’anno successivo il premio è andato ancora a una donna, alla pacifista Rigoberta Menchù Tum del Guatemala, di un altro angolo di mondo cioè, dove le libertà – in questo caso dei popoli indigeni – vengono quotidianamente calpestate. La motivazione la dice lunga su meriti della cinquantaduenne cittadina onoraria della nostra Caorle: «in riconoscimento del suo lavoro per la giustizia sociale e la riconciliazione etno-culturale basata sul rispetto per i diritti dei popoli indigeni». In molti ricordano la biografia Mi chiamo Rigoberta Menchù del 1987, letta con attenzione dai giurati di Oslo; ma per chi non ama l’ex bracciante agricola, vero serbatoio di inesattezze. Le polemiche non mancano, naturalmente. Nel 1997, invece, il Nobel va alla “Campagna internazionale  per il bando delle mine antiuomo” e alla sua fondatrice l’insegnante americana Jody Williams, già attiva nell’El Salvador.
Infine, gli ultimi Nobel per la pace al femminile. Quelli del terzo millennio, che riflettono le nuove urgenze planetarie. Il vocabolario si rinnova. Nobel vinti nel 2003 e nel 2004, rispettivamente dal magistrato iraniano Shirin Ebadi e dalla biologa e ambientalista keniota Wangari Maathai. Ebadi è la prima donna musulmana a ricevere il premio - la Karman è la prima araba. Dopo la rivoluzione islamica del ’79 le viene impedito di esercitare il proprio mestiere. Di orientamento riformista, nel 1994, fonda una associazione a favore dei diritti dei bambini. La keniota, invece, è sia la prima donna africana Nobel per la pace sia la prima biologa donna in terra d’Africa. Fondatrice del Green belt movement è stata premiata anche per il contributo allo sviluppo sostenibile.

1 commento:

  1. Perchè se dice che ci sono diciotto le donne Nobel se in verità sono diciette? Faccio un lavoro sulle done Nobel e me piacerebbe sapere il perchè di questo titolo nell'articolo. Grazie!
    Edison - Roma

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