domenica 9 ottobre 2011

My sweet George

Una vita divisa in due parti. Spiate, per capire, quella dei santoni pop. Una vita divisa in due, con un prima e un dopo. All’inizio ci sono Paul, John, Ringo e lui George, poi ognuno va dove vuole andare. Perché ognuno si trova già dove vuole essere: lontano dagli altri e solo con se stesso.
Si sa da almeno quarant’anni, dal 1970, dopo la celebre intervista di Jann S. Wenner, per “Rolling Stone” a John Lennon che i Beatles sono scomparsi nell’estate del 1967, con la morte del manager Brian Epstein. Domanda: «Quando hai capito per la prima volta che i Beatles erano finiti?». Risposta: «Non me lo ricordo … I Beatles si sono sciolti dopo la morte di Brian; realizzammo il doppio album, il tramonto. È come se ogni singola traccia di quel disco fosse solo mia o solo di George. Sembrava, l’ho detto tante volte, come se fossimo io e un gruppo di supporto, Paul e un gruppo di supporto e, non mi dispiaceva affatto. Fu così». Ma anche George ha la sua ricetta: i Beatles sono morti per colpa delle donne, Yoko Ono e Linda Eastman. È la tesi più accreditata. Sia quel che sia, le tappe verso la frantumazione del più grande gruppo pop dell’era moderna sono ben altre. L’annuncio ufficiale dello scioglimento, il 10 aprile del 1970, dato da Paul McCartney, le carriere da solisti dei quattro scarafaggi, che tuttavia incrociano le chitarre a più riprese. Fino all’8 dicembre del 1980, fino alla morte violenta di John. E ancora oltre, fino alla scomparsa di George Harrison, il 29 novembre 2001.
Dieci anni. Tace da dieci anni il Beatle più spiritoso e cordiale. Ma anche meno sfacciato. Dei quattro, quello passato alla storia come lo spiritualista del gruppo. Paul (quello vero o quello falso, dopo la presunta morte del 1966), è il genio assoluto, cha modula simpatia e antipatia a piacimento: sa benissimo di essere il numero uno. Quando nei Sessanta, i critici coraggiosi paragonano la musica dei Beatles a quella di Mozart o di Beethoven è a Paul che pensano, all’autore di Yesterday e di Hey Jude. È lui che sorregge le sorti del gruppo. John è il maledetto, per eccellenza, la sua biografia parla chiaro: è un predestinato e muore come morirebbe, nel XX secolo, uno che gode di fama planetaria, amatissimo ma anche odiato per le proprie vicende personali. Ringo è il meno dotato (e il meno bello) del gruppo, forse l’immagine di quello nato con la camicia che si è trovato ad essere semplice coprotagonista di un gruppo musicale, gli sta un po’ stretta. Si dà da fare anche dopo il 1970, la faccia tosta non gli manca, ma non riesce mai a sfondare.
E poi c’è George, destinato a rimanere per qualche tempo un’incognita. Nonostante i successi. Letteralmente schiacciato fra John e Paul, che gli bocciano parecchie canzoni, anche belle, all’inizio dell’avventura dei Beatles anche il suo ruolo è secondario. Col tempo però, tutti si accorgono del suo talento. Insieme ad alcuni brani meno popolari, eseguiti dal gruppo, scrive canzoni conosciutissime come Here comes the sun, While my guitar gently weeps e Something. La sua abilità non è roba da poco, uno dei primi nomi da pronunciare se si chiacchiera di World music o di New age è il suo. George è un talento precocissimo e tra l’altro è uno sperimentatore nato, fra i primi ad abbinare le melodie occidentali agli strumenti orientali. Ama mescolare il pop alla musica d’avanguardia ed è appassionato di strumenti e ritmi esotici. È il più giovane fra i quattro (25 febbraio 1943, è la data di nascita), ma già dal ’65 è il primo a cercare una propria dimensione personale, slegata da quella dei tre compagni. Conosce e frequenta il grande sitarista Ravi Shankar – il sitar è uno strumento della tradizione indiana –, dal quale apprende l’uso di uno strumento così insolito. L’amore per la musica non occidentale corre parallelamente a quello per l’intero mondo orientale, per la religione, gli stili di vita e le aspirazioni dei popoli lontani. Per un po’ di tempo anche gli altri vogliono seguirlo.
Quando la prima parte della sua vita si conclude (nel 1970), George ha appena compiuto ventisette anni. È già abituato alle grandi responsabilità e ha raggiunto una piena maturità artistica. Debutta immediatamente con un triplo album (All things must pass), nel quale è contenuta la bellissima My sweet lord, una preghiera dal sapore indù, fra gli halleluja e gli hare krishna; nulla toglie al fascino della melodia la lunga e complessa vicenda giudiziaria relativa al plagio (“inconsapevole”) di He’s so fine delle Chiffons. È sufficiente la buona riuscita del primo ellepì post-Beatles per far capire al mondo che ha guardato al “terzo Beatles” con occhi di sufficienza, di che pasta sia fatto l’ex compagno di Paul McCartney. Ma il tempo per riflettere è sprecato. L’anno successivo c’è l’evento che può stravolgere la carriera di un musicista. Il concerto per il Bangladesh, organizzato da Harrison e da Shankar, il primo evento musicale del genere, di portata mondiale. Alle serate di beneficenza oltre a Bob Dylan partecipa anche Ringo Starr. I proventi vanno in favore dei profughi della guerra tra India e Pakistan. Anche qui non mancano le polemiche, soprattutto per la fretta con la quale George ha voluto organizzare il concerto. Stavolta alla base ci sono i problemi col fisco americano.
Ben oltre i successi, sovente non garantiti nelle performance dal vivo, o le iniziative in campo cinematografico, è la beneficienza a caratterizzare la carriera di Harrison; a far da cemento fra questa e la musica una carica spirituale nota non solo agli appassionati del genere. Ma la relativa estraneità dell’ex Beatle al mondo dell’industria musicale, ai profitti e alla commercializzazione dell’arte, nuoce e non poco alla sua fama internazionale. Dopo i successi dei primi anni Settanta, i fan devono attendere la fine degli Ottanta per gustare il meglio del loro beniamino. Giova molto alla sua immagine anche la partecipazione al progetto Traveling Wilburys (due dischi) sempre con Bob Dylan, Tom Petty Jeff Lynne e Roy Orbison che muore però già nel 1988.
George, George che inizia da rabbioso capellone e finisce da mistico universale. Forse non fortunatissimo nella vita privata, ma altrettanto generoso. Quando si ammala di cancro tutti sanno che non può fare molta strada. Ma lui non ha paura della morte. I fan lo capiscono già alla fine del ’99 quando subisce anche lui un’aggressione da parte di un folle. A salvarlo è la seconda moglie Oliva. La prima se n’è andata col suo grande amico Eric Clapton. Ma lui non serba alcun rancore né a lui né a lei. Quando spiritualità non è solo una parola di dodici lettere.

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