domenica 27 novembre 2011

Cinema e musica: a caccia di Medioevo

I due recipienti Medioevo e Moderno paiono somigliarsi in una cosa. Nella indeterminatezza del loro contenuto. Come scrive Franco Cardini, Medioevo “è parola oggi, e da almeno un paio di secoli, di cui si usa e si abusa” e a prescindere da ciò che si riferisce a personaggi determinati; il fatto che “dietro tale parola siano ormai discernibili valori per così dire specifici … e perpetuatisi oltre gli schemi cronologici più consolidati in un cosiddetto lungo medioevo … è ancora oggetto di discussione”. Per lunghissimo tempo, sembra replicargli Ludovico Gatto, “storici, umanisti, protestanti, calvinisti, illuministi, positivisti, idealisti, ne ebbero opinione negativa”, oggi invece tutti o quasi parlano di Medioevo, e ad esso vogliono ispirarsi. Anche se privi di adeguate conoscenze.
Chi in un modo o chi in un altro, insomma: tutti hanno un loro Medioevo nel cuore. Un Medioevo che come la borsa di mago Merlino nella disneyana Spada nella roccia, è in grado di contenere ogni cosa. Dal puro sentimento religioso ai draghi verdi, dalle sanguinose contese agli atti di eroismo senza compenso, dalle eresie alle santificazioni, dalle filosofie della rivelazione alle superstizioni, dalle correnti iniziatiche alla sensibilità plebea e così dicendo. E c’è anche, quasi a dar ragione a Svitol di Maledetti vi amerò di Marco Tullio Giordana e al grande Giorgio Gaber, un Medioevo di “destra” legato alle tentazioni magiche del millennio fra il 500 e il 1500 e per altro verso a quelle politiche – fra Impero, messeri e comunità tradizionali – e un Medioevo più a “sinistra” sempre teso a svelare le verità nascoste dietro i potenti e fra chi marxianamente tesse i fili del sistema economico. Decisamente serioso il primo, degno di un’Armata Brancaleone (tragicomico) o di un romanzo di Mark Twain, il secondo.
Il Medioevo, ai giorni nostri, è stato raccontato in tutti i modi: al cinema, sui libri, in tivù, sui manifesti e anche con le canzoni. È una moda, quasi una mania. Ma ovunque e comunque resta un’incognita, un’età immaginaria adatta ai fanciulli o a chi coltiva l’interesse per quello strano miscuglio di avventura, mistero, fede, eroismo, sentimento e bellezza. Al cinema (naturalmente con le dovute eccezioni) Medioevo ha significato soprattutto re Artù e Robin Hood, il nostro Svitol direbbe che il primo - fra iniziazioni, paroloni, incantesimi, cavalieri e cerca del Graal - è più vicino a una sensibilità di destra, il personaggio di Robin Hood invece è un allegro eroe popolare, ama volare basso, è più “moderno”, anche se ha una lunga storia alle spalle, e si occupa prevalentemente di equità e di giustizia, dunque di cose di “sinistra” (forse). I film “medievali” tuttavia, e adesso anche le serie televisive, ci inseguono da lungo tempo e operare classificazioni in base al credo politico (o come amano dire i duri e puri: metapolitico) è francamente stucchevole. In alcuni si intrecciano “valori” assai diversi, spesso poi sono tratti da libri di successo, le cui finalità originali vengono tradite per ragioni di cassa. Al primo posto,  non si può non citarlo, il super best seller di Umberto Eco Il nome della rosa (1980) che è anche – quasi paradossalmente – la cartina di tornasole di un’epoca di ennesimo rinnovamento nei gusti e nei costumi. Nel libro si mescolano conoscenze provenienti da ambiti diversi: il romanzo è probabilmente uno dei primi tentativi di una miscela post-moderna che risente – in parte – del recente passato italiano e soprattutto del “nuovo” gusto per il medioevo; a seguire i Pilastri della terra (1989) di Ken Follett che è ambientato nel XII secolo.
Dei Templari e dei crociati infine quasi non occorre dire: il cinema non ha lasciato da parte neanche loro (un protagonista su tutti, dei nostri tempi, il premio oscar Nicolas Cage); probabilmente perché, soprattutto i primi, sono stati circondati da un mistero pressoché impenetrabile. Un segreto incredibilmente cinematografico. Con parole di Franco Cuomo: “misteri mai del tutto chiariti avvolgono la storia del … grande ordine cristiano di Terrasanta, quello dei templari, protagonisti di una delle più cupe ed enigmatiche tragedie d’ogni tempo”: la loro lesta soppressione.
Ma i “medioevi” per parafrasare un celebre motto di Prezzolini sono tre, trentatré, trecento tre. Accanto a una Media Aetas che piace ai giovani, che non può non partire dai film di Walt Disney tratti dalle storie più celebri (La bella addormentata nel bosco e La spada nella roccia), a un Evo medio “comune” nel quale la fede è interprete assoluta (Magnificat di Pupi Avati), c’è un Medioevo serioso, cupo, fatto apposta per gli spettatori del XX secolo. Ed è quello che Cardini sposa all’“esistenzialismo” di Ingmar Bergman e del notissimo Settimo sigillo, film del 1957 dalla trama suggestiva, che presenta un Medioevo diverso dai successivi (e profondo), nel quale le certezze sono vacillanti e la fede in Dio è sposa ideale della fede nel dubbio. Come il suo Novecento: per Bergman anche il Medioevo è contenitore di crisi, perché le paure e i tormenti dell’uomo sono sempre gli stessi. E il tempo conta fino a un certo punto.
In fondo, anche noi contemporanei siamo un po’ medievali e gli uomini dell’anno 1000 anche un po’ contemporanei. Tutto qua. Al di là del fattore cinema, forse può essere questa la chiave di lettura di certa moda medievale e dunque anche del Medioevo in musica. Restiamo nel campo del pop naturalmente, anche se d’autore. I nostri menestrelli o cantastorie, raffinati o distaccati, sono Angelo Branduardi, anche se il suo periodo di massima ispirazione è quello rinascimentale o barocco, Enzo Jannacci, Roberto Vecchioni, Sergio Endrigo, i Gufi e Ornella Vanoni (l’elenco è di Cardini, maggior medievista italiano). Una moda, quest’ultima, che risale agli anni Sessanta, periodo nel quale il rinnovamento è anche sguardo rivolto al passato. In genere, le canzoni e le canzonette sono legate a una visione critica della modernità, una critica colta o quantomeno informata e non qualunquista. Ma anche qui il nostro Svitol avrebbe qualcosa da dire, perché a una “visione” di destra (quella cioè della facile critica all’attualità) se ne aggiunge una di sinistra (o progressista), in grado di tenere conto di due peculiarità: gli eccessi nei piaceri (in barba alle religioni) e quelli dovuti alla crudeltà dei costumi, nella cosiddetta età oscura. Specificità, a suo dire, di marca medievale.
Il nostro Fabrizio De Andrè, quando ancora non aveva raggiunto l’apice della sua carriera, era noto soprattutto come appassionato di storia medievale. E riusciva a far vivere un altro Medioevo ancora: buffo ed elegante a un tempo; anche lui con un occhio al passato e uno al presente. A parte la rivisitazione di ballate, il brano scritto insieme a Paolo Villaggio, Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, rimane uno dei più significativi del repertorio. Esempio di poesia in musica. Un altro grande della musica italiana, considerato uno dei cantanti più colti del nostro tempo, Francesco Guccini, si è ispirato a Folgore da San Gimignano, poeta del XIII secolo, per la sua Canzone dei dodici mesi, tratta dall’ellepì del 1972, Radici, lavoro fra i più riusciti e fra i più conosciuti. Bellissima la chiusa: “O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia. Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale”. Anche nel Guccini non proprio amico della modernità, c’è un filo rosso che lega le espressioni del tempo che fu (il Medioevo) e la nostra contemporaneità. In fondo come in De Andrè – e nel maestro Georges Brassens – è la sua vena anarchico-ribelle a saltare agli occhi.
Vuoi vedere insomma, che alla faccia di Svitol e seguaci, Medioevo è sinonimo di anarchia e basta?

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