venerdì 18 novembre 2011

Freddie Mercury. Al mio segnale: scatenate l’inferno!

Abbiamo bisogno di eroi. E il peggio è che i nostri eroi non sono vivi, ma adesso anche morti. Di buono c’è che non sono bellicosi ma cantano, formano gruppi musicali, non ci spingono ad andare in guerra, ma a seguire chitarra e batteria. Ricordate la battuta di Massimo Decimo Meridio nel Gladiatore di Ridley Scott, «al mio segnale: scatenate l’inferno!»? Oggi starebbe in bocca al leader di una rock band – da indirizzare ai componenti del gruppo – e non a un improvvisato duce contemporaneo. Il nostro eroe buono non indosserebbe una corazza ma abiti variopinti, sovente arlecchineschi e non andrebbe a caccia di nemici. Non somiglierebbe né a un personaggio omerico né a uno shakespeariano. Tutto questo per dire che Freddie Mercury non è stato, e non è, un semplice cantante, ma qualcosa di più – un bel paragrafo o un capitolo di un Novecento trasgressivo – e che possiamo continuare a pensare a lui, a vent’anni dalla morte, come a un eroe dei tempi moderni. Artista irraggiungibile e guida per le nostre emozioni, per le emozioni di un cittadino dell’Occidente nato alla fine del II millennio.
Un cittadino il cui stile di vita è granché diverso da quello di un antico greco o di un artista rinascimentale. Per non ricominciare a credere che un qualsiasi evento di duemilacinquecento anni fa, possa dirci più di un accadimento recente. Mercury era nato a Stone Town – che fu rifugio dell’esploratore David Livingstone – e cresciuto nell’isola di Zanzibar; molto a che vedere con l’Inghilterra colonizzatrice dunque, ma anche con l’etnia parsi, al quale appartenevano entrambi i genitori. Il suo nome, Farrokh Bulsara, non gli avrebbe permesso di sfondare nel mondo del rock, stracarico di esotismi ma maledettamente british. Ovvio, l’Inghilterra è un faro per il giovanotto nato nel 1946 (George Harrison il più giovane dei Fab four è del 1943), e la conquista dell’Albione diventa obiettivo dell’indiano dai dentoni bianchi, a partire dai diciotto anni. Come tanti ragazzi in quella porzione di secolo.
La primavera di Freddie è stramaledettamente normale: la ricerca di un gruppo, di un mercato e i primi insuccessi. Fino all’aprile del 1970 almeno, fino alla nascita dei Queen, la band alla quale – e chi non lo sa? – si lega fino all’ultimo dei giorni, disegnandone il logo. Una band strana, litigiosa ma unita. Formata da quattro solisti capaci a un tempo di vedersi come membri di una stessa famiglia. Brian May e Roger Taylor (i due ex Smile), già compagni di college di Freddie e da ultimo John Deacon. Capelli lunghi , unghie smaltate di nero, bisessualità dichiarata – ma è falsa la storia fra lui e Rudolf Nureyev – e qualche denuncia per atti osceni: a prima vista la carta d’identità di Mercury è fra le meno usuali. Intervista del 1984: chi è Freddie Mercury? – chiede una voce fuori campo al cantante in canotta bianca, sigaretta in mano e boccalone di birra – risposta: «una prostituta musicale». Tombola. Capito la trama no?
Ovviamente non conta nulla. O, forse, moltissimo. Uomo immagine, Freddie riesce a far proprie le attenzioni anche fuori dalla scena. Non è una voce sperduta, ma un artista di razza che diverte e si diverte. Ha lo sguardo sfuggente, è nato per simulare, ma si atteggia ad artista sincero. Sul palco si muove come pochi: è un frontman fra i più apprezzati, ed è anche maestro del trucco, del nude-look e dei travestimenti – dalla divisa spaziale e dall’abito in seta al velluto sgargiante, dalla divisa e dalla mise minimalista all’inconfondibile giacca gialla. Almeno nei primi tempi, indosserà gli abiti della stilista Zandra Rhodes mamma del punk. Fin da subito, i giovani adorano il suo rock (moderatamente) carezzevole, i fans lo venerano, e i grandi cantanti, come David Bowie, altro personaggio “glam” e Michael Jackson, se lo contendono. Freddie è nato per spiazzare, si concede con generosità, ma ama flirtare anche con l’arte verdiana. L’innamoramento precede l’uscita dell’ellepì del 1975, A Night at the Opera, e del singolo Bohemian Rhapsody, canzone simbolo e successone galattico con tanto di video - più di cinquantacinque milioni di visualizzazioni su youtube! Sul finire degli Ottanta, anche Montserrat Caballé, soprano fra i più grandi del secolo, prende l’iniziativa: nasce Barcelona, esempio quasi preistorico di contaminazione lirica-pop, e nel 1992 colonna sonora delle Olimpiadi spagnole (quelle del primo dream team). Il timbro di Freddy è inconfondibile, l’estensione notevole, ma la voce nulla ha di lirico: l’esito non è da leggenda. Poco male. È un apprezzato musicista e un originale compositore che copia – e bene – da Occidente a Oriente (anche se, a conti fatti, conosce poco la musica); dal ’73 al ’91 ha venduto ottanta milioni di dischi, la prima raccolta dei Queen (1981) precede in Inghilterra Sgt. Pepper’s lonely hearts club band, dei Fab Four, i parziali insuccessi sono dunque piccoli episodi.
I Queen si ritagliano il loro bravo spazio nei Settanta, fra rock and roll classico, simbologie varie e progressive. La cultura rock viaggia ad alta velocità, non tarda a lasciarsi alle spalle contenuti e sentimenti di protesta e corteggia chi ama scaldarsi il cuore con un mix di melodia e ritmi hard. Il rock, anche il più asciutto, non discrimina, include e si avvinghia al mercato. In questo senso vanno letti i maggiori successi della band. Da Somebody to love, We will rock you, We are the champions e Bicycle race a Crazy little thing called love. Anche il lungo autunno di Freddie, e di tutta la band, sembra stramaledettamente normale. Ancora un tour (e un premio) dietro l’altro, fino all’estate del 1985. Fino al giorno del Live Aid, organizzato da Bob Geldolf in favore delle popolazioni africane. I Queen si esibiscono al Wembley Stadium, a Londra e grazie alla performance di Freddie oscurano le altre stelle del rock. È la migliore esibizione di sempre, grasso che colerà fino all’esibizione del 9 agosto 1986: ultimo di oltre settecento concerti. Poi non ci sarà più tempo. Poco da ricordare: due album e la gradevole cover dei Platters, The great pretender (da solista e splendido il video), preceduta dalla colonna sonora del film Highlander. L’ultimo immortale. Titolo quanto mai beffardo, perché l’anno dopo a Freddie viene diagnosticata la positività al test dell’Hiv, che presto si trasforma in Aids. La sua condizione viene nascosta, fin quando è possibile e per troppo tempo; perfino gli amici più stretti non sanno nulla. Poi però il morbo dilaga e le sue condizioni si aggravano. Finché ha potuto Freddie ha vissuto la vita attimo per attimo, senza risparmiasi: il 23 novembre Earls Court, manager dei Queen, rende pubblica la malattia del cantante; la fine è arrivata e il giorno dopo il carismatico frontman, ricoverato nella villa londinese di Kensington, è già cadavere.
La scomparsa di Freddie è utile ad accendere i riflettori sull’Aids. Fino a quel momento pressoché rimosso dalla coscienza collettiva. Ed è utile naturalmente alla fama dei Queen (Global icon agli Mtv Europe music Awards del 2011) e a quella postuma dello stesso Mercury. In molti non hanno amato il suo stile di vita, e le origini afro-asiatiche hanno fatto il resto. Quanti in occidente, hanno storto il muso, italiani compresi, alla semplice vista di quel baffo malandrino? Forse per giustificata reazione, Mercury non ha nascosto il suo amore verso le altre parti del globo, come il Giappone; la sua alterità ha spinto una rivista asiatica a riconoscere in lui un eroe, che eccelle nelle arti dei colonizzatori. Uno che ha sfidato gli occupanti – cioè gli inglesi – e li ha battuti sul loro stesso campo, lo stile pop e un determinato genere di musica.
Negli ultimi anni – dai Novanta in poi – è degna di nota una inversione di tendenza. Il brutto anatroccolo si è trasformato in cigno. Mercury non è mai diventato vecchio come Elvis Presley e come l’amato Jimi Hendrix. Nel 2012, grazie ai londinesi Sacha Baron Cohen e Peter Morgan, attore e regista, diventerà anche un personaggio cinematografico. Da lì in poi, nel mito.

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