sabato 5 novembre 2011

La morte di James Hillman

Il segreto sta tutto qua. Nel dire le cose giuste a un pubblico che quelle cose vuol sentirsi ripetere. Forse è solo una questione di parole, come era per Carl Gustav Jung che non affermava di credere in Dio ma di sapere (sapere, che cosa?); come era ed è per i grandi artisti che vivono di parole e sulle parole ci costruiscono vittorie e fortune. James Hillman, che di Jung è stato allievo e continuatore è morto il 27 ottobre scorso, e fin dal giorno dopo gli sono state dedicate pagine di commenti e riflessioni; parole appunto: alberelli nei luoghi nei quali il “poeta dell’anima” aveva seminato. Ben seminato, evidentemente.
A ricordarlo su Repubblica, il 28, è Umberto Galimberti che in una pagina e mezza ne passa in rassegna qualche opera, attaccandovi anche un breve commento. Da intenditore, apre con una domanda che gran parte dei curiosi si è posta in questi giorni: ma chi era Hillman, o per meglio dire quali erano i suoi meriti? Rispondiamo con Galimberti che nell’opera di Hillman e nelle sue riflessioni ci sono almeno tre punti da sottolineare. Primo: il tema della riscoperta dei miti greci. E già la questione si fa delicata, perché almeno nel Novecento di riscoperte ce ne sono state a bizzeffe. Cosa c’è da dire al di là di parole e testimonianze – per molti aspetti poco più che ruderi – sui miti greci? Fatta salva un’erudizione sovente fine a se stessa, da signor professore o da borghesino con studi classici, l’appello alla Grecia antica significa appello al policentrismo dunque alla tolleranza e al rispetto per gli altri. Ma significa anche, come ricorda Galimberti, un modello nel quale specchiarsi, il modello alternativo (parola sovente abusata), di chi “pensa non solo per concetti”, ma con quel qualcosa che li comprende e li trascende, il “cuore” e di chi va oltre la separazione fra bontà e bellezza e si adegua a un canone desueto. Armonia dunque, in sé e fuori di sé (armonia da ritrovare, naturalmente) versus cultura della resa, della solitudine e della mortificazione.
La seconda questione hillmaniana, forse ancora più controversa della prima è quella più propriamente tecnica della psicanalisi. In effetti, sulla scia di Jung, Hillman ha ricondotto la psicanalisi a questione per così dire collettiva. Dando così una valenza non più solo individuale ai cosiddetti mali del mondo. La terza questione, legata alla precedente, riguarda l’anima, ed è centrale nella riflessione dello psicanalista americano. L’anima non è quella “cosa” che i comuni mortali immaginano – quelli che hanno studiato filosofia o sono stati in parrocchia anche da adulti – perché per guardare ad essa occorre avere le capacità – o il cuore appunto – per guardare al mondo. Al mondo per intero, pezzo per pezzo, che raccoglie i valori che (erroneamente) apprezziamo nei singoli.
Troppo facile così? Probabilmente sì. Sentiamo allora lo stesso Hillman. Egli afferma che «guardandomi indietro, mi sembra che Anima sia stata alla base di tutto il mio lavoro, da Emotion (1960) a Betrayal e alla favola di Psiche/Eros come mito dell’analisi, fino al “fare anima” e, di recente, all’attenzione per l’immaginazione estetica e l’anima del mondo (anima mundi). Anche certi capitoli specialistici sul sale, l’argento e il colore azzurro in alchimia sono un’elaborazione sulla fenomenologia di Anima. Se dunque Anima è la mia metafora radicale, sembra psicologicamente necessario scavare in questa componente che domina il mio pensiero, colora il mio stile e ha così benevolmente offerto alla mia attenzione tanti temi» (Anima. Anatomia di una nozione personificata, Adelphi). A rammentare poi le mille trappole del pensatore ci pensa il Corriere della sera del 29 con Giulio Giorello, filosofo della scienza, e con la pubblicità dell’iniziativa dedicata a Hillman da Adelphi. Si tratta di una raccolta dei libri amati dall’allievo di Jung in uscita per Natale e che il diretto interessato purtroppo non potrà apprezzare («Questa sorta di strenna ideata dalla sua principale casa editrice italiana, curata da Paolo Pampaloni e Marco Ariani, vuole offrire al lettore una chiave in più per comprendere la profondità e la complessità del pensiero dell’autore»). In precedenza Giorello ha scritto: «l’anima non è imprigionata dentro il corpo, come pretendeva molta filosofia – da Platone a Cartesio – ma è il nostro corpo che fluttua nell’anima. Questa tentazione antidualistica, che nell’Occidente ritroviamo nella filosofia della luce di Giovanni Scoto Eriugena (810-877 circa), come negli ultimi Cantos di Ezra Pound, attraversa la riflessione del grande eretico della psicanalisi». Eretico perché vuol analizzare l’intera società, non essendo sufficiente incontrare i pazienti uno ad uno. E se non bastasse questo capovolgimento mica da ridere, che tanto ricorda Plotino (le anime individuali derivano dall’anima del mondo), e che sintetizzando si esprime così: il nostro corpo si trova dentro l’anima (anima mundi), eccone un altro: «per Hillman non è il mito che va spiegato, ma il mito è la spiegazione stessa», che a pensarci bene non è frase che brilla per originalità se non fosse farina del sacco di uno psicanalista innamorato della cultura e non (viceversa) di un artista, letterato o compositore certo di salvare, come capra e cavoli, un pianeta e i suoi abitanti. Come un Socrate del Novecento, così lo descrive Silvia Ronchey sulla Stampa, uno che malgrado tutto non conosceva le risposte, ma possedeva un gran talento per le domande; al tempo stesso un oratore formidabile – potenza delle parole – e un esperto della comunicazione. Gran conoscitore  di una modernità che non aveva mai del tutto messo da parte.
Un cittadino del mondo e in special modo di quello mediterraneo che amava in modo spropositato e che correva a visitare quando era possibile. E di quel mondo – che voleva guarire – Hillman conosceva i linguaggi. Da utilizzare a seconda delle occasioni. «Conosceva … il linguaggio dell’inconscio, la lingua dei sogni, il dialetto dei simboli e delle immagini … era anche e forse soprattutto un cittadino del sottomondo, di quell’universo di fantasie, archetipi e miti, di quell’universo sotterraneo, fatto a strati come le rovine dell’antica Troia scavata da Schliemann, che sta dentro ognuno di noi, e che sta anche intorno a noi, sebbene pochi sappiano vederlo». Qui sorge un’altra questione. Hillman non era autore per tutti, ed è chiaro che egli stesso se ne tendesse conto, vuoi per i modi di un pensiero sovente labirintico, conducente alle origini o alle radici antichissime, vuoi perché adepto alla tradizione del gruppo chiuso, come lo erano stati prima di lui gli stessi Freud e Jung.
Europeo per cultura, era vissuto anche in Oriente ma era americano per tanto altro. Nel 1970 Hillman ritorna nel Nuovo Mondo e qui formalizza il suo distacco dal maestro svizzero, fondando il movimento delle “psicologia archetipica”. Semplificando ancora: hai un problema? Rifletti sul fatto che quel problema non è il tuo problema, ma quello del mondo che ti circonda. Guarendo il mondo, ogni individuo può guarire se stesso. È probabile che l’America oltre a numerosi argomenti di studio (da quelli legati alle depressioni a quelli di natura politica, fino al terrorismo, passando addirittura per lo sport), gli fornisca quella libertà d’azione che in Europa è arduo trovare. Oltretutto una visione “progressista” della psicanalisi, aperta alle idee e in specie alle forme di cultura alternative (alcuni dicono sovversiva tout court), si adatta meglio a un mondo che fa delle aperture e delle novità quasi una ragione di esistenza. Attenzione però, perché in America Hillman trova anche i motivi che ne alimentano le scelte. In primo luogo quelli di non limitare l’indagine conoscitiva alle ragioni individuali. Bensì tirando in ballo quelle sociali, vale a dire quelle dell’economia capitalista, la nuova forma di monoteismo che governa il mondo. Nessuno prima di lui (ma altra cosa è il Rinascimento) ha parlato dei rapporti fra uomo e mondo, in codesta maniera. La psicanalisi tradizionale si basa sul rapporto individuale, quella hillmaniana su un rapporto, diciamo così, esteso: chi fra individuo e società sta male (o forse peggio?); la terapia spetta alla seconda in forma di idee nuove e non più al primo.
Saggi su saggi. Discorsi su discorsi e decine di interviste: arduo classificarli in base alla disciplina. I propositi di Hillman sono quelli di porre un argine alla modernità che ha smesso di comprendere i miti, ha smesso – o forse non ha mai posseduto – la più efficace delle cure per i mali sociali, politici ed ecologici. In Italia, dice Roberto Calasso, era più conosciuto che dalle sue parti. Ma restava un uomo solitario, vivace con sprazzi di «giovinezza». Facile rendersene conto dalle parole che il professore utilizzava per descrivere il rapporto con le discipline in senso tradizionale. Il suo problema non erano gli psicologi, a volte quasi degli eroi costretti a fronteggiare problemi senza soluzione, ma la psicologia contemporanea, troppo semplice, perfino vuota, impossibilitata a spiegare alcunché; una disciplina che parte dal soggetto e col soggetto si conclude. Il resto sembra non esistere. Una disciplina che sfama lo scetticismo, il pensiero critico, la contrarietà alle semplificazioni. Nato per essere contro tutti, ortodossi e rivoluzionari lo attaccano con le stesse armi. Non conoscono, dice Hillman, una salutare terza via.
I suoi titoli più noti, pronti a farci cambiare idea sullo stato delle cose sono Il suicidio e l’anima, Il mito dell’analisi, Re-visione della psicologia e Il codice dell’anima, in Italia tutti per Adelphi. Qui Hillman introduce materie e argomenti essenziali, miti naturalmente: anima, demone, destino e “fare anima”; e poi nello specifico: La forza del carattere (Adelphi), quasi una guida alla vecchiaia, e il dialogo sui “giovani d’oggi” che il professore di Dallas difende a spada tratta, raccontandolo alla Ronchey: «Quello che i giovani cercano di realizzare è il desiderio di una vita che sia in contatto con la morte – perché una vita non in contatto con la morte è mortale, moribonda … se cerchiamo la morte nella nostra società, è un errore cercarla nei giovani, dobbiamo cercarla negli anziani e nella loro volontà di avere il controllo su tutto». Non cade in contraddizione nella sua ultima intervista, alla Ronchey (Stampa, 29 ottobre), pochi giorni prima di morire a ottantacinque anni. È un chiarimento sulla propria condizione, sulle proprie scelte: voler morire in piena lucidità. Morire è uno «svuotamento … Si comincia svuotandosi degli obblighi e dei vincoli, delle necessità che si pensavano importanti. E quando queste cose cominciano a sparire, resta un’enorme quantità di tempo. E poi scivola via anche il tempo. E si vive senza tempo». Ma tutta la nostra cultura «è affamata di morte».

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