domenica 20 novembre 2011

Quando Evola venne salvato dall'amnistia

Chiamatelo processo dei trentasei, chiamatelo processo ai fascisti del dopoguerra o processo ai Fasci di azione rivoluzionaria (Far con una sigla conosciuta), o processo a “Legione nera”. Sono passati sessant’anni esatti dalla sentenza di primo grado del processo ai giovani missini che traghettarono l’anima movimentista del fascismo nella prima prima-repubblica – cioè quella scelbiana – nella quale non era difficile incrociare, ancora, gli uomini del vecchio regime (come l’ex ministro della Repubblica sociale italiana Piero Pisenti). Sessant’anni che hanno fatto entrare il processo ai Far nella storia come uno degli eventi cardine degli anni Cinquanta, in relazione ai rapporti fra la neonata democrazia e il neofascismo che quella democrazia invece continuava a negare.
Protagonisti a quel tempo, i giovani di “Legione nera” e il loro punto di riferimento intellettuale Julius Evola. Quell’Evola che i giovani avevano scoperto appena finita la guerra, chi in un luogo e chi in un altro, carcere compreso, sovente su sollecitazione di Massimo Scaligero legato alla lezione spirituale di Rudolf Steiner e alle elaborazioni antroposofiche. L’attrazione dei ragazzi di “destra” verso forme di sapere spiritualistico – che come ha scritto Giano Accame furono una sorta di anticipazione di un filone culturale di tipo mitico-sacrale – discende proprio dagli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale. Il senso di spaesamento dovuto alla sconfitta aveva spinto alcuni giovani, fra cui Pino Rauti e lo scaligeriano Enzo Erra, scomparso il mese scorso, a fare gruppo attorno alla saggezza e alla competenza di alcuni pensatori (vivi come Evola o morti come Gentile), garanti di un pensiero alternativo all’Occidente materialista – di marca angloamericana - e all’Oriente sovietizzato.
Le componenti culturali che influiscono sui ragazzi degli anni Cinquanta non sono poche (i “giovani nazionali” ereditano peraltro le diverse anime culturali del fascismo vero e proprio), anche se il manifesto di Verona rappresenta l’a priori per qualsiasi tipo di azione politica. In questo specifico campo, i “giovani nazionali” si dividono grossomodo in due anime (rivali): una pragmatista e meno nostalgica, che segue da vicino le vicende del Msi, cioè del partito maggiore; l’altra rivoluzionaria che finisce per idealizzare quel residuo di internazionalizzazione fascista, debole e sufficientemente conosciuto. Una seconda anima non priva di ambizioni spirituali ma sovente dal talento nichilista. Un’anima divenuta celebre come la corrente dei “figli del sole” (cioè dei guerrieri di Alessandro Magno), il cui significato, come ha spiegato Primo Siena, dirigente giovanile missino da’ ’50 al ’55, andava inquadrato all’interno delle polemiche fra l’ala più di sinistra dei “giovani nazionali” e gli spiritualisti vicini a Evola e Scaligero. Tema controverso: la questione sociale e la risoluzione dei problemi connessi con ricette diverse. Sarà questa seconda anima del Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori (Rgsl) del Msi, che si riconosce nei periodici diretti da Erra, Sfida e Imperium che ne è la prosecuzione, e su Cantiere di Siena, ad essere protagonista del processo ai Far.
Come andarono i fatti? Come ho cercato di testimoniare in due saggi diversi ma complementari usciti nel 2009 e nel 2010 per Nuova storia contemporanea, la questione dei Far-Legione nera è assai complessa. Già dai Quaranta, passando per il celebre episodio della Garbatella (gennaio 1950), il Movimento sociale italiano non naviga in acque tranquille. È stato denunciato presso l’autorità giudiziaria, posto in stato d’accusa secondo l’art. 1 della legge 1546 del 3 dicembre 1947 (ricostituzione del disciolto partito fascista), e la sua esistenza viene messa in discussione dal punto di vista del diritto. Il 29 ottobre del 1950 la questura di Bari, obbedendo alle direttive di Mario Scelba, vieta lo svolgimento del III congresso nazionale missino, il 28 novembre il Consiglio dei ministri approva il disegno di legge per l’inasprimento delle norme della legge del 1947. Vale a dire la famosa legge Scelba. In mezzo a questo po’ po’ di avvenimenti (ove azioni, reazioni, irrequietezze giovanili e calcoli politici si inseguono a ripetizione) si inserisce l’inizio della vicenda dei Far, anzi dei nuovi Far, visto che la sigla era apparsa già molti anni prima e resa nota da un libro non privo di riferimenti autobiografici del futuro senatore della repubblica Mario Tedeschi.
Nel ventottesimo anniversario della marcia su Roma (28 ottobre del ‘50), una bomba carta esplode all’interno del cinema Galleria della Capitale. Il botto provoca la rottura dei vetri e il panico fra la folla. Lo scoppio proietta nello spazio della galleria un centinaio di volantini con l’emblema del fascio repubblicano, la scritta “Legione nera” e un messaggio affatto esplicito: “XXVIII Ottobre XXIX. Italiani mentre la tenaglia materialistica si serra da Oriente e da Occidente a dilaniare l’Europa e soffoca e avvelena la vita di tutto il Continente, in questo annuale riaffermiamo la nostra fede nel fascismo e nei suoi postulati rivoluzionari. Nel nome di Benito Mussolini e di tutti i nostri caduti lanciamo con la fede di sempre il grido degli ultimi combattenti e delle lotte future. Per l’Italia! Per l’Europa! Per la rivoluzione! W il Fascismo”
Gli attentati si susseguono in tutt’Italia (sedi di partito, palazzo Chigi, ambasciata americana, sedi dell’Anpi...), e  alcuni giovani fascisti finiscono in galera. Fra essi Rauti, Erra (che inizialmente sfugge alla cattura) e Luciano Lucci Chiarissi. Ma non è finita. Gli accertamenti proietteranno nuova luce sui fatti. La polizia scopre che dietro “Legione nera” si nasconde il sodalizio che fa capo a Imperium, periodico che secondo la questura di Roma rappresenta “l’ideologia rivoluzionaria del fascismo che intende tornare al potere realizzando il programma dei Far e cioè attraverso l’organizzazione paramilitare e l’insurrezione violenta contro gli organi costituzionali della Repubblica Italiana”. La deduzione è esagerata: gli attentati, che non causano vittime, sono per lo più dimostrativi, sovente le tecniche lasciano a desiderare. Ma c’è molta irresponsabilità, quello sì. A maggio, infine, la retata conclusiva (fra i nomi più noti: Fausto Gianfranceschi, Clemente Graziani e Roberto Melchionda), nella quale viene coinvolto anche Evola che secondo la polizia tesse i fili ideologici del gruppo. Evola ha da poco concluso il noto opuscolo Orientamenti, uscito a cura di Imperium, il cui contenuto doveva costituire la base ideologica per una riunione coi giovani missini a lui più fedeli. Gli undici punti di Orientamenti, manifesto politico dal punto di vista evoliano, verranno passati al microscopio in primo grado e soprattutto nel processo d’appello del 1954.
Il processo di primo grado a “Legione nera” inizia il 10 ottobre del 1951 e si conclude il 20 novembre dello stesso anno. Le imputazioni vanno da ricostituzione del disciolto partito fascista ad apologia del fascismo, da detenzione di armi alla pubblica intimidazione con materiale esplosivo. Fra i difensori due nomi eccellenti del diritto italiano, il già citato Pisenti e Francesco Carnelutti, bocconiano e riconosciuto principe del foro. Anche da questo particolare, dal fatto cioè che siano presenti due giuristi di grande prestigio, si evince l’importanza del processo ai Far, il primo processo per fatti riguardanti idee e “prassi” riconducibili al disciolto partito fascista. È quasi un processo sfida: la possibilità che in uno Stato pienamente democratico si possano far proprie idee che appartennero anche al fascismo. Per decenni l’appello alla libertà di esprimere le proprie idee politiche sarà il leitmotiv del Movimento sociale italiano. Le questioni relative alla ricostituzione del partito fascista e soprattutto dell’apologia del fascismo rimarranno tuttavia in sospeso come vere e proprie spade di Damocle, e ovviamente la politica utilizzerà la legislazione antifascista come arma di ricatto.
Nonostante la ferocia delle accuse (alcune sanno di vero e proprio teorema), la sentenza di primo grado, quella di sessant’anni fa, renderà giustizia al peso intellettuale di Evola (trattato dall’accusa in modo superficiale), grazie naturalmente all’eccezionale collegio di difesa e alle reali qualità del filosofo romano; in relazione all’accusa di ricostituzione del disciolto partito fascista, Evola verrà assolto per non aver commesso il fatto e verrà assolto perché il fatto non costituisce reato dall’accusa di apologia del fascismo. Gli altri imputati, per la maggior parte, subiranno la sorte del maestro. Non verranno cioè considerati né partecipanti a un sodalizio fascista e men che meno promotori, bensì “semplicemente” evoliani. E dunque il fatto non potrà costituire reato.
La maggior parte dei giovani verrà assolta o con formula piena come Evola, o con formula dubitativa; i fondatori di “Legione nera” invece (Graziani, Gianfranceschi e Franco Dragoni), condannati. Ma nell’irrogare le pene i giudici terranno conto di alcuni particolari alquanto interessanti. Considereranno non una colpa il fatto che in maggioranza i giovani avessero fatto parte della Rsi, ma quasi una scusante. Erano degli sbandati, e dunque non potevano essere puniti da un regime pienamente democratico. Esclusivamente compresi, quello sì. Non una vendetta, ma per loro umana comprensione. Le pene in primo grado saranno dunque leggere.
Il secondo grado invece, in tutto nove gli imputati, non confermerà la sentenza del 1951. Per alcuni di essi sarà previsto un aggravamento della pena. Il maestro, cioè Evola, verrà salvato solo dall’amnistia del 1953.

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