venerdì 4 novembre 2011

Rivoluzione Liszt

Ottobre 1811. Nasce a Doborjan, in Ungheria ma da famiglia di lingua tedesca, Franz Liszt, uno dei primi musicisti e compositori moderni in senso pieno. Inventore del recital per pianoforte e viaggiatore instancabile per tre quarti d’Europa. Liszt ha rivoluzionato la tecnica pianistica e organistica, dando nuovi significati alla musica e consegnandola con tutta la sua insostenibile leggerezza ai colleghi della prima parte del Novecento.
Si celebrano i duecento anni dalla nascita di un artista, che tuttavia resta quasi del tutto sconosciuto ai non addetti ai lavori. E pensare che, oggi, il giovane Liszt potrebbe essere indicato, al pari di Giuseppe Verdi, come modello di artista incompreso: per non essere stato accettato in conservatorio, a Parigi, da Cherubini, custode di una certa tradizione. Non per questo naturalmente il talentuoso autore dei celebri Preludi e della Sonata in Si min., decide di dare una svolta in senso negativo alla propria carriera. Anzi. Liszt è il simbolo della musica colta per eccellenza, profonda e virtuosa allo stesso tempo. Impenetrabile e perfino chimerica. Inavvicinabile per i comuni mortali, perfino rivoluzionaria, come gli Studi d’esecuzione trascendentale. Certamente grave – soprattutto nel repertorio sacro – ma qua e là anche squisitamente leggera. Il pianista Lang Lang, per esempio, icona pop del terzo Millennio, scopre la propria passione per la musica (ad appena due anni) grazie a un cartone di Tom & Jerry, accompagnato dalla celebre Rapsodia ungherese nr. 2 di Liszt.
Il compositore, padre di Cosima (che diventerà la seconda moglie di Richard Wagner), ci ha lasciato una quantità enorme di composizioni e trascrizioni per pianoforte. Gran parte della sua musica per orchestra è pervasa di spiritualità cristiana; non bisogna lasciare da parte infatti la crisi che attanaglia Liszt già da giovane (nel 1865, dopo una vita sentimentale non propriamente cheta, diventa abate), e la sua cerca spirituale unita a un sentimento socialista privo di qualunque ortodossia. Con un’espressione semplice potremmo dire che la musica di Liszt non veicola un solo contenuto, ma è il fulcro di una ricerca multiforme e ben lontana da un’ispirazione per così dire occasionale: come nel caso dei celebri Poemi sinfonici. Non solo è l’arte delle arti, ma come un lentissimo e lunghissimo prologo al nostro Novecento, essa è stile “esteriore”, pronta a trasformarsi in espressione personale e successivamente perfino in modello di comportamento.
Incerto fra due concezioni perfino opposte della musica, quella del grande virtuoso e improvvisatore, e quella dell’austero compositore. Nel 1847, a trentasei anni, Liszt decide di mettere da parte la carriera da concertista, per dedicarsi quasi esclusivamente a quella di compositore. Geniale anche qui, perché può essere considerato il primo assassino della melodia e colui che apre le porte all’atonalità. Ha già dato molto e continuerà fino alla fine: chiedete ai concertisti o a chi frequenta il conservatorio. È un pianista precoce e a otto anni si è già esibito in pubblico. A Vienna studia con Antonio Salieri, poi si trasferisce con la famiglia a Parigi e suona per re Giorgio IV a Londra. Stringe e stringerà amicizia con i più grandi compositori del tempo, da Mendelssohn a Berlioz, da Schumann a Wagner. Di quest’ultimo e della sua concezione dell’opera d’arte totale, diventerà un tifoso entusiasta. Prima di morire farà la conoscenza anche di Debussy.
Liszt ha la fortuna di attraversare un periodo nel quale la musica è in una fase di importante trasformazione. In linea generale, si affaccia per la prima volta l’idea che il mondo delle arti abbisogni di vera professionalità. Che gli addetti ai lavori, insomma, da chi fa musica a chi organizza i concerti, siano affidabili e si facciano schiavi della cultura. È fra i primi a comportarsi come un comune concertista (comune ai giorni nostri, ovviamente) ed esegue al pianoforte musica non sua. In questo modo, contribuisce sia al successo del compositore, sia alla popolarità della musica (che si ascolta nelle sale da concerto, senza orchestra), sia in particolare a quella dell’esecutore. Esecutore che si fa in due, dividendosi fra il pubblico, sovente invitato a esprimere i propri desideri, e uno strumento, il pianoforte, sempre più all’altezza dei tempi.
Liszt può essere considerato uno dei più grandi pianisti dell’Occidente: un Paganini allo sgabello per intenderci e del compositore genovese, tra le altre, trascrive al pianoforte la formidabile Campanella; un pianista capace di contendere lo scettro del più bravo a Chopin. Anche se profondamente diversi, i due artisti diventeranno pure amici (è Liszt a presentare George Sand a Chopin). Composto, intimista fino quasi alla timidezza, il polacco; debordante, l’ungherese. Quasi una rock star dei giorni nostri. Osannato dal pubblico, bravo con le note, abile nella vita. Morirà a Bayreuth, nel tempio wagneriano, lasciando un certo non so che di mistero.

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