lunedì 14 novembre 2011

Scrivere o dormire: Emil Cioran

Blow up di Michelangelo Antonioni. Nella scena finale, una camera segue il nulla. Attore principale (David Hemmings), mimi e regista, un’intera squadra di protagonisti, complici in una simulazione. Una finzione rappresentabile, anzi ben rappresentata da una partita di tennis a un tempo reale e apparente. Ma provate a immaginare, invece, un’assenza come patimento, come sofferenza; come leitmotiv o colonna sonora di un’esistenza. Ecco, in questo modo, avrete fatto quattro passi anche nel mondo di Cioran, nel suo cafard, cioè nel suo male di esistere. Nella sua vita fatta di nulla. Nella sua vita, appunto e all’interno delle sue emozioni, e non in quella di chissà quale altro individuo, forse inventato, forse mai esistito come il tipo di certa letteratura fra moderno, pre- e post-moderno, oggetto di indagine statistica e sondato da un equinozio all’altro.
Ha ragione Antonio Di Gennaro nel suo Metafisica dell’addio. Studi su E. Cioran (Aracne, pp.102, euro 8.00), il filosofare del rumeno di Rasinari, è quanto di più sincero ci possa essere, perché il suo pensiero è reale patimento, è conoscenza vissuta. Etica? Estetica? Dimenticate i sostantivi accademicamente corretti, e dimenticate il Dio che avete conosciuto – se ci riuscite – perché per entrare nell’universo di Cioran occorre armarsi del libro nero del pessimismo, non prima di essersi scaldati al buio di Leopardi. Reale è il nulla. Cioran dice più o meno così e continua: la vita è assurda, noiosa e priva di senso. E conclude in bellezza: Dio? Dio non è buono ma scellerato. Perché se il mondo è a sua misura, né l’amore né la bontà gli appartengono.
Partiamo da questo: la vita è sofferenza, solitudine e disperazione e il tempo nel quale l’essere si manifesta e che accresce e acuisce le ferite, è il suo maggior alleato. Meglio sarebbe non-essere; non essere mai nati o ritirarsi nel luogo – spirituale – nel quale la realtà sia totalmente pari a quel nulla che essa rappresenta minuto dopo minuto. E il non-essere è possibile che si manifesti sotto due forme diverse: o nel sonno o nella morte. Già, ma il guaio è proprio questo, perché alla pesantezza della veglia è possibile aggiungere anche quella dell’insonnia (vera e propria malattia connessa alla depressione), e perché la morte è sì un estremo atto di libertà ma non è affatto detto che si muoia per davvero (e difatti Cioran vivrà tutto sommato a lungo), scegliendo invece di considerare la morte come via di fuga, realizzabile ma di fatto mai realizzata. Ecco dunque che le opzioni legate alla salvezza si azzerano. Clamorosamente. Uniche medicine dell’anima: la scrittura e le… lacrime di disperazione. La scrittura è terapia, confessione, autodifesa, è esercizio che allevia l’angoscia. Alleggerisce appunto, ma non cura.   
Il tema dell’insonnia è fondamentale negli scritti di Cioran – ricordiamo i più importanti, in italiano tutti per Adelphi: Al culmine della disperazione, primo libro del 1934, Sommario di decomposizione, Il funesto demiurgo, L’inconveniente di essere nati e i Quaderni. 1957-1972 -; il sonno è una protezione estrema dalla vita, è uno stordimento, un balsamo, è il nulla che salva dal nulla. Se il sonno manca, il turbamento dell’esser-ci aumenta. La coscienza non si ottunde e quell’incredibile desiderio di sapere – che è nell’uomo – non si spegne. L’incoscienza che è nel sonno è il continuare a essere senza essere, è la volenterosa rinuncia al caos è il “no” alla vita di chi aspira per istinto alla salvezza. Perché si è nati uomini? scrive Cioran, meglio essere vegetali, anzi no, meglio pietre. Così prima o poi sorgerà il dubbio se vivere o morire. Il suicidio è un’opportunità certo, ma è anche un momento di verità. La morte distrugge la vita, che per Cioran è morte essa stessa. Chi muore suicida dunque ha capito, in realtà, di essere già morto e di aver subito e compreso l’insostenibilità degli eventi. E Dio? C’entra Dio in tutto questo? Molto secondo alcuni, poco secondo altri. Si sa e lo si dice ormai abitualmente: atei e bestemmiatori sono i più grandi cercatori di Dio; catturati da un sentimento religioso privo di fede, peculiare ma intenso. Anche Cioran, come ricorda il cardinale Gianfranco Ravasi , è attratto da Dio e prega anche se da ateo. Prega un ente fittizio, illusorio ma occasionalmente utile. Dio è un ripiego, è la vera ultima spiaggia. Dio si é fatto beffe dell’uomo, è malvagio, ha creato una vita senza senso e un mondo di inabili, ostile, assurdo. Egli non è diverso da quel nulla che riempie di sé ogni singola esistenza. Soltanto per poterlo accusare delle malattie del mondo (e della propria disperazione), lo si vorrebbe vicino a sé, vivo e presente.
Orribile difetto per Cioran è il desiderio legato alla conoscenza. E nella sua requisitoria non potrebbe essere più chiaro, più diretto. Non per niente, Andrea Rigoni lo pone in scia ai maestri della sostanza filosofica Schopenhauer e Nietzsche. Una conoscenza che sia soprattutto volontà di interrogarsi su se stessi. Sull’origine e il destino. Prima che tutto fosse, prima della nascita, c’era la stessa felicità del non-essere, la felicità delle cose della natura, poi col sorgere della coscienza, soltanto illusioni. Forse. È infinitamente meglio non vivere la propria condizione, dunque “congedarsi dall’essere”, congedarsi dal sapere o sforzarsi naturalmente di sopportare. Una sofferenza che non dà scampo perfettamente sintetizzata dal titolo del libro di Di Gennaro: metafisica dell’addio. Cioè l’atto del distacco o la forza di raccontarlo.
Del libro si è parlato anche in occasione del convegno di studi che si è svolto il 10 novembre scorso, a Roma presso l’Accademia di Romania. Cioran in Italia il titolo, con interventi di Mario Andrea Rigoni – che lo ha fatto conoscere in Italia, appunto – e fra gli altri di Francesco Miano, ordinario di filosofia morale all’università “Tor Vergata” di Roma e Aldo Masullo, professore emerito di filosofia morale alla “Federico II” di Napoli. L’evento,  promosso per i cento anni dalla nascita del pensatore di Rasinari (1911-1995), è stato organizzato con la collaborazione della facoltà di filosofia dell’università di “Tor Vergata” e del Firi, Forum degli intellettuali romeni in Italia.

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