mercoledì 21 dicembre 2011

Album di un secolo (Rubbettino)

Cos’hanno in comune, oggi, il socialista Jack London, il poeta libertario García Lorca, la bandiera degli omosessuali Maria Callas, l’ex trotzkista Simone Weil e l’ubriacone Charles Bukowski? Una domanda alla quale è possibile dar risposta sfogliando un giornalino vecchio di sessant’anni, dal titolo significativo «Giovinezza!» (con un punto esclamativo ben evidente). Un giornalino in ciclostile fondato nel gennaio del 1949 da un gruppo di camerati (allora si chiamavamo così, e in parte ancora adesso), che reggevano sulle spalle l’esperienza di un conflitto, per loro, non ancora concluso. Erano giovani e giovanissimi che odiavano quel mondo moderno che aveva condotto i “nemici della patria” alla vittoria, credevano alla perfida realtà dei complotti e sognavano di incarnare un bene sconfitto dalle armi e dalla sorte; la stessa sorte che avrebbe condotto, non si sa come o a quale ora del giorno, una sparuta minoranza di “cavalieri” a una rinascenza vuota di macchine e sovrastrutture, senza classi, né operaia né borghese, piena di fede, amicizia e valori.
Oggi, quel mondo di sessant’anni fa non esiste più. Quel mondo per il quale uomini e donne patirono fame e stenti e piansero la morte dei loro cari è una stagione da consegnare alla memoria dei libri e ai racconti degli anziani. La guerra, insomma, quella guerra, è finita da un pezzo. 
Al tempo, i giovani di «Giovinezza!» leggevano Ernst von Salomon, Louis-Ferdinand Céline, Maurice Bardèche e René Guénon. Il loro maestro si chiamava Julius Evola. La mia generazione – quella dei quarantacinquenni e dei cinquantenni – invece, ha avuto in dono gli autori maledetti provenienti dall’altra parte dell’Oceano, dalla patria degli ex “nemici”, il rinnovamento dell’arte in direzione pop, i pubblici furori contro questo o quel divetto e infine bandiere e supereroi di carta quasi del tutto sconosciuti ai figli della guerra. E di tutto questo, e di molto altro ancora, è figlia la mia parte politica: quella delle divisioni quasi del tutto risanate, dello svago di massa e delle “divinità” scese in terra. La generazione di papa Wojtyla e di Pablito Rossi, eroi separati da mille barriere ideali, ma uniti dal comune consenso popolare. La generazione che parte dai Settanta, dal cuore di un altro tempo di guerra, e corre verso le avventure dei propri anni, lasciandosi alle spalle il pregiudizio, l’odio e il rancore. La generazione che ha smesso la divisa da soldato; quindi, ha sotterrato dagli Ottanta in poi l’ascia di guerra.

sabato 17 dicembre 2011

Walter Chiari. Il divo

Genio e sregolatezza. Walter Chiari è stato qualcosa di più di un personaggio nazionalpopolare. È stato, al contrario, uno dei primi veri divi del dopoguerra italiano. Protagonista delle cronache mondane, artista di straordinario talento, mai dentro gli schemi: in pubblico e in privato. Se ne andava il 20 dicembre del 1991 – venti anni fa – concludendo neanche settantenne una vita fatta di slanci ed eccessi. In un certo senso la vita di Walter Annichiarico, questo il suo vero nome, è stata l’autobiografia di un’Italia generosa, talentuosa, sprecona. E decisamente scorretta.
Per Michele Serra, Walter è «il primo comico televisivo» di un’Italia a tratti ingenua, ma esigente. Elegante ma con molte zone grigie. Era pieno di donne ma anche pieno di vizi. Chi lo ha conosciuto lo ricorda così; da Enrico Vaime a Giorgio Albertazzi. Per Tatti Sanguineti, suo biografo televisivo, più che un grande attore, Walter (col suo vissuto e la sua storia) è stato ispiratore di pellicole che hanno fatto la storia del cinema. Film posti al centro del decennio della svolta, quello che racconta l’Italia moderna: pregi e difetti, vizi e virtù. Due pellicole, e non a caso, dirette da Fellini e Visconti con sguardi diversi sul mondo: La dolce vita e Rocco e i suoi fratelli. Fellini si ispira ai racconti di Tazio Secchiaroli per il suo capolavoro, e parte dal cazzotto che Walter (ex pugile!) vuol dare a un fotografo in cerca di scoop, che ha bucato due ruote della macchina di Ava Gardner. La seconda invece, somiglia alla storia di Walter, quella di una famiglia del sud emigrata a Milano.
Walter Chiari nasce a Verona, ma ha sangue pugliese. Da bambino si trasferisce con la famiglia a Milano, fa il magazziniere all’Isotta Fraschini e ama gli sport. Il fisico c’è, il morale pure. La sua vera passione è comunque il teatro. Walter è brillante, irrequieto, e ha la stoffa del personaggio. Ho una «vitalità animalesca», dice un giorno di sé. Passa da un lavoro a un altro, almeno fino allo scoppio della guerra. Si percepisce che è alla ricerca di qualcosa, dell’occasione giusta. A diciannove anni si arruola nella X Mas: fa il vignettista, il conduttore radiofonico a Radio-fante (insieme a Tognazzi) e prende parte ad azioni militari in Normandia. Poi però gli tocca la prigionia a Coltano con Dario Fo, Raimondo Vianello, Enrico Ameri e altri futuri personaggi. La sua carriera inizia nel 1944, quando si esibisce da dilettante, e per la prima volta, in un vero teatro. È passato il primo treno e lui lo ha preso al volo: racconta la barzelletta del balbuziente e regala al pubblico una celebre imitazione di Hitler. Walter diventa famoso in una sola notte, che per quei tempi significa avere talento.
Siamo al pronti-via. Lavora in teatro, fa la rivista, recita ed è anche autore; compone poesie ed è scrittore dell’“assurdo”. Conosce Carlo Campanini col quale rifà le scenette dei fratelli De Rege, Vittorio Metz e Marcello Marchesi che gli confezionano le parti su misura. Poi lavora con Garinei e Giovannini nella commedia musicale. I partner si sprecano: dalle donne (Delia Scala) agli uomini del momento (Renato Rascel che lo affianca nella Strana coppia). Alla fine degli anni Cinquanta approda in tivù. È un mattatore. Crea sketch come quelli del “Sarchiapone”, entrato di diritto nel repertorio dei vizi dell’italiano medio. Per “contenuti” e “forma” è il primo comico moderno: protagonista a Studio uno, a Canzonissima e alla Prova del nove. Portabandiera dell’Italia che ce l’ha fatta: elegante, disinvolta e perfino colta; quando è in scena, invece, Walter è il simbolo dell’Italia che fa il verso all’America: parolaia, esibizionista e fanfarona. Non sa rinunciare agli eccessi, né nell’uno né nell’altro caso. È generoso e sprecone. Timido e debordante. I critici sono sempre stati d’accordo: prima dell’era-Fiorello, il più grande intrattenitore televisivo è stato lui.
Il mondo del cinema lo vuole. Ma la carriera da attore è singolare. Nonostante sia protagonista di pellicole che precedono la commedia all’italiana, Annichiarico vale più come attore drammatico. I tempi della settima arte non fanno per lui. Ci sorprende in Bellissima di Visconti (1951), in Vanità di Giorgio Pastina (del 1946), premiato a Venezia; poi lavora insieme a Totò e gira con Steno, Cottafavi, Monicelli, Comencini, Damiani, Scola, Loy, Blasetti e con Orson Welles nel Falstaff (1965). Non è un vero numero uno però. O meglio: nei Cinquanta è stato l’attore più pagato, ma (potere della tivù) in pochi se lo ricordano.
Ma di una cosa si può essere certi: del rapporto fra Chiari e le donne. Nel 1950 conosce Lucia Bosè sul set di È l’amor che i rovina di Mario Soldati. È un amore tormentato, come tutti quelli di Walter. Decide di sposarla, ma lei, nel 1954, gli preferisce il torero Luis Miguel Dominguin. Poi è il turno della Gardner con la quale, nel ’57, reciterà ne La capannina. La Gardner è già separata da Frank Sinatra. Per quattro anni, fino al 1959, il ragazzo di sangue pugliese segue la diva americana per gli angoli del mondo. È il suo vero momento: conosce Ernest Hemingway e si permette di fare il verso a Sinatra. Proprio per questo la Gardner, che non ha ancora dimenticato The voice, lo lascia.
L’elenco delle donne di Walter è il catalogo di Leporello, del Don Giovanni mozartiano: i suoi flirt veri o presunti o le relazioni hanno come protagoniste (in ordine sparso): Anna Maria Rizzoli, Marisa Maresca, Anita Ekberg, Anna Magnani, Patrizia Caselli, Maria Gabriella di Savoia, Elsa Martinelli e Belinda Lee. Ma lui è tutt’altro che uno “spietato” Don Giovanni, è più un Casanova eternamente innamorato. «Dolce e affettuoso»: così lo ricorda la Martinelli. Con Mina non va diversamente. I due si conoscono nel 1960. È amore «segretissimo» a dar retta ai giornali del tempo. Ma la famiglia di lei si oppone a una storia regolarmente paparazzata, regolarmente sulla bocca di tutti. Nel 1969, comunque, Walter si sposa con Alida Chelli. L’unione dura fino al ’72: siamo al limite della svolta negativa nella vita del divo veronese. Al punto di non-ritorno.
Il 22 maggio del ’70 la polizia lo arresta con l’accusa di spaccio e consumo di cocaina. Pochi giorni dopo mentre lui è in isolamento, in un locale dalle dimensioni di una cabina telefonica, nasce il figlio Simone. Esce di galera in agosto e al processo viene prosciolto dall’accusa di spaccio. Che Walter faccia uso di stupefacenti per i fortunati appartenenti al dorato mondo dello spettacolo non è affatto una novità, purtuttavia la Rai si cautela e cancella i contratti dell’attore viscontiano.
Da lì in poi il passato (glorioso) non esisterà più. Torna in auge nel ’73 con L’appuntamento con Ornella Vanoni, ma non è più quello di prima. Le apparizioni nelle tivù commerciali – rozze e volgarotte – non lo aiutano per niente. A Milano, lavora grazie all’amico Paolo Pillitteri. Nell’84 viene di nuovo accusato di traffico di droga, ma stavolta ne esce completamente pulito. «Se un giorno la vita, potesse finire come una messa breve e dolce di mezzanotte!», aveva scritto da giovane. Uscirà per sempre di scena, e in silenzio, dopo aver recitato Beckett in teatro (Finale di partita) e in Romance, film di Massimo Mazzucco per il quale attende (invano) un riconoscimento da Venezia. Ma da matto qual è, ha deciso di brindare prima del verdetto.

lunedì 12 dicembre 2011

Torino è bella da... impazzire

Benedetto Croce ricorda che di Friedrich Nietzsche si comincia a parlare, in Italia, attorno al 1892. A quel tempo il cervellone di Röcken è già entrato nel tunnel della pazzia, dal quale non uscirà fino alla morte. Da quasi tre lustri oramai, non insegna più. È andato in pensione a trentaquattro anni, dopo quasi dieci di lavoro. Era il primo ad aspettarsi tanto da se stesso. Non deluderà le attese. Comincia a viaggiare, in Francia (a Nizza) e in Italia soprattutto. Arriva fino in Sicilia, a Taormina. Gli amici di Basilea lo ricordano con affetto, ma lui predilige la solitudine. È sempre in cammino. Uno dei traguardi finali, nel 1888, sarà l’affascinante Torino.
1885-1889: è la porzione di tempo con la quale si conclude il suo Epistolario (pagg. 1360, euro 100), in Italia edito da Adelphi. Un lavoro cominciato anni or sono dai nostri nietzscheani d’elezione Giorgio Colli e Mazzino Montinari e concluso, in questi giorni, da Giuliano Campioni e Maria Cristina Forni. In tutto cinque volumi, uno per ogni decennio (1977, 1981, 1995, 2004 e appunto 2011). A Nietzsche le cose da dire per lettera non sono mai mancate. E i destinatari non scarseggiano. Per un periodo la madre, che morirà nel 1897, a cui a un certo punto comunica la notizia di sentirsi solo, senza nessuno accanto. È la prima grande contraddizione. Una solitudine – scrive Pietro Citati sul Corriere della sera del 30 novembre – che «aveva un altro nome: malattia. Era il suo vero nome. Ci furono mesi in cui Nietzsche era malato per tre settimane, giorno dopo giorno». Malattia, anzi malattie: è quasi cieco, depresso, è sifilitico e ha dolore in ogni parte del corpo. È più che triste.
Ma c’è un colpo d’ala prima del buio. Dopo lo Zarathustra e in compagnia dell’“eterno ritorno”, Nietzsche ragiona sulle cifre del post mortem. Stavolta lo ricorda Gianni Vattimo, sulla Stampa del 18 novembre. Il cervellone di Röcken sa di piacere agli estremisti, antisemiti compresi. È un mistero, ma lui non nasconde il divertimento. Non andrà sempre così, purtroppo. L’utilizzo politico di Nietzsche è infantile, e si compie in modo “ideale” malgrado lo stesso Nietzsche. Il senso è quello di convertire le frasi in “principi”, ma il significato è disuniforme e il risulto il semplice slogan. Nietzsche smaschera le false idealità che allontanano dall’esperienza. Dal fatto in divenire. La sua contrarietà alla democrazia – se mal governata – conduce alla prassi arrogante; la sua vitalità prelude al culto istrionico di un’anima e di un corpo, più freudiano che comunitario. In Nietzsche la dissociazione dai temi della propria epoca, s’invera – inizialmente – nella revisione d’un sapere accademico-scientifico, che ha ricostruito solo parzialmente le verità già contenute nel mondo greco. Questa critica è soltanto il perimetro misurabile, il limite esterno, d’una condizione valutabile, analiticamente, in relazione ai punti di riferimento non-storici. Si tratta del confronto tra la forma teoretica e la concezione tragica del vivere, e della questione, intricatissima, della scienza (del sapere scientifico) e del mito (dell’arte-mito).
È l’incontro-scontro tra due modelli che interessa Nietzsche, che parte dalla filologia e avanza alla ricerca metafisica d’uno spirito, d’un modello virtuale d’uomo, nel senso di già esistente ma non visibile. Più che un attacco alla civiltà del positivismo è un attacco alla civiltà tout court – della quale la prima è tributaria – nata dal socratismo e da allora incapace di porre in evidenza la sostanza completa del vivere. Dunque? La filosofia di Nietzsche «non può esprimersi in una formula astratta», dice Ludovico Geymonat, «ogni tentativo di costruire … un edificio ben organizzato non potrebbe che portare al travisamento del pensiero nietzscheano. La contrapposizione della volontà alla teoreticità non può infatti venire formulata, poiché ogni formulazione starebbe già sul piano della teoria; può soltanto venire vissuta … contro ogni impedimento al libero divenire dell’uomo. Con la sua lotta appassionata Nietzsche ha potuto aprire all’uomo un orizzonte senza limiti; quest’orizzonte, però, si è rivelato infinitamente vuoto. Egli ha creduto di poter liberare l’uomo, distruggendo la forza della ragione e il peso della storia; ma con ciò ha finito per perdere la stessa realtà umana». L’utilizzo politico di Nietzsche è il foraggio del nichilista. Adatto, sembra fargli eco Ernst Nolte, a una setta che aspira a slegare se stessa dal mondo. A trarsi fuori dalla polis.
Le lettere sono aperture che conducono al sottosuolo, al pensiero pensato e non espresso, o forse reso manifesto in guisa episodica. Sono il negativo di un positivo già conosciuto, pronto per una verifica (forse) conclusiva. Proprio per questo, gli epistolari sono la dannazione di ogni ricercatore. Per anni si è discusso e polemizzato sull’influenza di René Guénon su Julius Evola. Sui rapporti fra i due e sulle influenze del maestro francese sull’allievo italiano. La lettera con la quale Evola comunica a un giovane amico la morte di Guénon (7 gennaio 1951), indirizza verso una husserliana sospensione del giudizio. Ma le lettere raccontano anche intimità avanguardiste, quelle fra Garcia Lorca e Salvador Dalì, o al contrario svelano retroscena a sorpresa, come gli estratti dei Taccuini di Marinetti (quasi delle lettere scritte a se stesso), dove c’è Benedetta Cappa, la futura moglie: «Il sole tramonta. Le rondini altissime riempiono il cielo azzurrissimo di un grido pazzo. Non si vedono. Si sentono. Brusio d’insetti…». Il puro romanticismo del boia dei romanticismi, se così si può dire. Una lettera è sempre una sorpresa.
Come quelle di Nietzsche quando abita a Torino, in un appartamento – a trenta lire al mese – fra via Carlo Alberto e l’omonima piazza. Dal 5 aprile al 5 giugno del 1888 e poi dal 21 settembre all’inizio del 1889. In estate torna a a Sils Maria, in Svizzera. A Torino scrive Ecce homo, sembra entusiasta ma ha il disturbo bipolare, come Lord Byron e Leopardi. Quindici giorni dopo il suo arrivo, sente il bisogno di raccontarsi a Peter Gast: «Torino, amico mio, è una scoperta capitale… sono di buon umore e lavoro dal mattino alla sera – un piccolo pamphlet di argomento musicale mi tiene occupate le mani. Mangio come un dio, riesco a dormire nonostante il rumore delle carrozze che passano di notte…». Ha buon gusto, quel quarantaquattrenne che ama i climi caldi. Ha due paradisi in terra – in Engadina e in Piemonte – in mezzo le Alpi a ricordargli, ancora per poco, la sua comune terrestrità. Già in autunno comincia a sragionare, a confondere cielo e terra. L’episodio, fra verità e finzione, del cavallo abbracciato a piazza Carignano, al centro di Torino, è datato 3 gennaio 1889. Pietro Citati ne parla come di un «incanto alcolico». Dà (soltanto) l’idea di essere ubriaco il tizio che, come scrive Renzo Rossotti  (Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità di Torino), viene portato via dalla città, dall’amico Overbeck «per essere curato a Basilea». Ma è l’anticamera della fine.
«Si dice che lasciò Torino cantando per Porta Nuova canzoni napoletane, convinto di essere il re d'Italia». Da quel dì, in lunghi drammatici momenti, non c’è protagonista di ogni sua opera che egli non incarni. Sconfitto, poi ucciso, da un destino segnato.

domenica 4 dicembre 2011

"Viva la pappa col pomodoro"

Nino Rota ci ha abituati bene. Il compositore milanese, nato cento anni fa (il 3 dicembre del 1911) è stato l’apripista italiano del genere colonna sonora, i cui “mostri sacri” sono oggi Ennio Morricone e Nicola Piovani. Rota premio Oscar nel 1975 con il Padrino parte II di Coppola, Morricone Oscar alla carriera nel 2007 e Piovani Oscar per La vita è bella di Benigni nel 1999. Il genio italico, ancora lui: possiamo chiamarlo così. Come se non bastasse, Rota è stato anche un bambino prodigio, compositore già dall’età di otto anni, autore dell’Infanzia di S. Giovanni Battista, oratorio per soli, coro e orchestra nel ’22; di una suite per pianoforte a quattro mani, Il mago doppio, nel 1919; infine di un’opera lirica, Il principe porcaro (1926), primo di una serie di lavori per il teatro che si concluderà con Napoli milionaria, nel 1977.
Malgrado un catalogo di composizioni vasto e originale (dal nonetto per flauto, oboe, clarinetto, fagotto, corno, violino, viola, violoncello e contrabbasso, alle sinfonie, dalla ballata sul Petrarca, alle variazioni e fuga nei dodici toni “sul nome” di Bach, dalle musiche di scena, al concerto per arpa), Rota non è mai stato una pietra miliare della musica “colta” nel Novecento. Il motivo è soltanto uno. In un periodo di rivolgimenti avanguardistici, di sperimentazioni e di caccia alle nuove tecniche, Rota è riuscito a tenersi quasi del tutto fuori dalle novità. È andato avanti per la sua strada; con le sue idee poco sofisticate ma sincere, meno ricercate ma popolari (a volte perfino pop). «Nino Rota ha acquistato una fama di “enfant terrible” alla rovescia», ha scritto Armando Gentilucci nella Guida all’ascolto della musica contemporanea, edita da Feltrinelli, «Messo di fronte ai rivolgimenti, alle prese di posizione pullulanti di radicali confutazioni, Rota ha conservato il candore del musicista fidente nei mezzi espressivi anche più logori, l’incanto del far musica fuori da ogni aggrovigliata polemica. Fedele alla tonalità, all’articolazione melodica evidenziata al massimo, simmetricamente disposta, alle forme della tradizione settecentesca…». Al di là delle composizioni per il cinema (e quelle per la tivù), il suo lavoro più noto resta Il cappello di paglia di Firenze, opera lirica, o meglio farsa musicale in quattro atti, del 1945, rappresentata per la prima volta nel 1955 (a Palermo). Su libretto dello stesso Rota e di mamma Rinaldi. Opera che, come gran parte delle composizioni contemporanee, e se si escludono le solite note, non è mai stata di cartello nei migliori teatri della Penisola.
Appena diplomato in composizione al Conservatorio di Roma, nel 1931, incoraggiato da Arturo Toscanini, Rota parte per gli Stati Uniti. Qui frequenta il «Curtis Institute» di Filadelfia. Nonostante la ricchezza delle tradizioni (tradizioni incancellabili), l’Italia non è più la capitale mondiale dell’arte e della musica. Almeno dai tempi di Puccini, il Nuovo Mondo, i ritmi e le intelligenze del XX secolo seducono gli artisti di casa nostra con incredibile facilità. Da nord a sud, c’è chi ha capito che la maniera americana di fare arte e organizzare eventi sarà il vero futuro. Con lentezza (e per colpa delle guerre mondiali) perfino la Francia si prepara ad abdicare. Anche se Parigi, che è sempre Parigi, rimane un faro per Rota che più in là si ispirerà proprio a René Clair (regista francese ma anche hollywoodiano) per il suo Cappello di paglia. Poi ancora in Italia. Rota si dedicherà all’insegnamento, a Taranto e a Bari, infine dal 1950 dirigerà il Conservatorio di Bari, Niccolò Piccinni, e fonderà quello di Monopoli (oggi Conservatorio Nino Rota). Questo il grosso della sua biografia. Ma il debutto come compositore cinematografico è già avvenuto nel 1933. La pellicola è di Raffaello Matarazzo (Treno popolare); anch’essa qua e là è “copia” di un’opera di Clair.
Dal filmetto di Matarazzo, che sarà il regista dei drammoni all’italiana, fino al 1979, l’anno della morte, sarà una colonna sonora dietro l’altra, ora per lavori del tutto sconosciuti ora per film che entreranno nella storia del cinema. Un breve elenco? Ne scegliamo qualcuno: Zazà di Renato Castellani (1944), il suo ritorno dopo una pausa iniziale di ben dieci anni; Un americano in vacanza di Luigi Zampa (1946); Vita da cani di Mario Monicelli e Steno (1950); La bella di Roma di Luigi Comencini (1955); Le notti bianche, Rocco e i suoi fratelli e Il Gattopardo di Luchino Visconti (1957, 1960 e 1963); La bisbetica domata e Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli (1967 e 1968); e infine Film d’amore e d’anarchia di Lina Wertmuller (1973). In totale oltre centocinquanta.
Abbiamo lasciato fuori dall’elenco alcune pellicole. I film con protagonista Totò per esempio. Totò al giro d’Italia del 1948, piccolo capolavoro nel suo genere. Con Coppi, Bartali, Isa Barzizza, Carlo Ninchi e Walter Chiari protagonisti; Tazio Nuvolari comparsa; Vittorio Metz, Marcello Marchesi e Steno sceneggiatori; Mario Mattoli regista e Rota naturalmente, le cui musiche si sposano a meraviglia alla verve del professor Casamandrei (presa in giro evidente di Piero Calamandrei). Fra i migliori film di Totò e regina delle pellicole “scacciapensieri”. Poi, ovviamente, i due registi che hanno incoronato Rota re della musica da cinema. Per cominciare Francis Ford Coppola. Rota compone le musiche del Padrino (1972) e del Padrino parte II (1974) e da questo momento, probabilmente, diventa un artista allo stesso tempo popolare e planetario (con un’accezione da anni Settanta). In Italia la musica del Padrino, ancora oggi “gettonatissima” dai turisti stranieri soprattutto al sud, diviene perfino un fenomeno pop. Incisa anche dagli italo-americani Santo & Johnny (disco d’oro) e poi dalle glorie nazionali: Gianni Morandi, Ornella Vanoni e Johnny Dorelli su testo di Gianni Boncompagni e col titolo “Parla più piano”. Esempio fra i più noti di incrocio fra pop e musica “colta”, che va per la maggiore nei “migliori anni” Settanta.
Rota viene ricordato per le musiche del Padrino, ma ancor di più per la lunga collaborazione con Federico Fellini. Artista che da un lato, inevitabilmente, ne promuove gli sforzi, ma che dall’altro tende a fagocitarne il talento. Quando si ascolta una colonna sonora di Rota scritta per il riminese, non è raro captare un commento (anche in una sala da concerto) del tipo: “Bellissima, questa musica di Fellini!”. In un certo senso, è stato il prezzo che Rota, gran compositore ma pur sempre battipista, ha pagato (ma senza lagnarsi) ai grandi registi, e che né Piovani né Morricone (famosi per se stessi) hanno mai pagato. Almeno quanto lui. Il tandem Rota-Fellini (entrambi “malati” di fantasia ed esoterismo), si forma fin da subito, con Lo sceicco bianco (1952) e va avanti praticamente fino alla morte di Rota. Fra i risultati della collaborazione: I vitelloni (1953); La strada (1954), altra partitura nota e molto apprezzata; La dolce vita (1960); I clowns (1971); Amarcord (1973) e Il Casanova (1976). A metà del percorso le musiche per 8 e mezzo (1963), indimenticabile perla del nostro Novecento.
In conclusione (le lasciamo per ultime), le musiche che Rota ha scritto per la versione televisiva del “Giornalino di Gian Burrasca”, andata in onda in otto puntate fra il 1964 e il ‘65 (e riproposta nel 1973, nel 1982 e nel 2004). La regia è ancora della talentuosa Wertmüller, a inizio carriera. C’è un Rota per i più “colti” dunque, per chi è legato alla Settima arte, un Rota pop e infine un Rota per i più piccoli. A cento anni dalla nascita non riconosciamo soltanto il suo talento, ma anche la capacità di andare verso il pubblico. Un artista che ha accompagnato gli italiani, sempre al proprio posto e mai privo di discrezione.

giovedì 1 dicembre 2011

Non solo musica. Riccardo Muti a Catania

Alle sei della sera, i titoli per i giornali li suggerisce lui. E di rispondere alle domande non ne vuole sapere. Non c’è dubbio, è fiorellomania anche per la bandiera della cultura nazionale: Riccardo Muti. Composto e severissimo Dirigent, per un giorno non direttore ma mattatore.
Meglio un caldo botta e risposta, meglio narrare aneddoti e curiosità su una carriera che non tardi arriverà al mezzo secolo. Meglio questo che le provocazioni - armi un po’ spuntate - dei musicologi che gli sono accanto sul palco del “Bellini”. La prima domanda, segue il filmato di un “Va’ pensiero” scaligero: «Verdi, Risorgimento e Riccardo Muti, una triade perfetta?». Il maestro ride: «Ma quale triade!». Vada per i primi due, ma «io sono uno qualsiasi che ha avuto la fortuna di imparare a muovere le braccia…». Uno qualsiasi proprio no, visto che al suo ingresso il pubblico del “Bellini”, che di artisti se ne intende (dalla Callas a Bocelli, passando per Pavarotti) lo saluta con un applauso fuori programma. Uno qualsiasi proprio no. Ma un numero uno, che sa quando fare un passo indietro. È la sera del 30 novembre, a Catania, sera dedicata alla memoria di Paolo Borsellino, e ai 150 anni dell’Unità d’Italia. Muti è il protagonista della 3a edizione del premio “Paolo Borsellino, eroe italiano”. Un’occasione speciale, per la città e per lui. I complimenti agli organizzatori sono sinceri – su tutti: Puccio La Rosa vicepresidente vicario del consiglio comunale della città. «Mi ha commosso, vedere i personaggi che hanno dato la vita in nome di una dignità da dare o ridare al Paese». Nessuno è accostabile a loro, dice. E poi: «mi impressionano i volti del sud: forti, severi, seri», per un Paese che ultimamente è apparso superficiale e ridanciano è quasi una rivincita, «ci si sente molto a disagio quando sulla stampa estera si leggono le miserie di alcuni». È la prima stilettata a un’Italia che è pur sempre «un grande Paese», ma che stenta a dare di sé un’immagine positiva. Sono «considerazioni amare per quello che potremmo essere davanti al mondo», ma che raramente siamo. Fine della prima parentesi, cautamente seria: poi si passa ai ricordi.
Ha ventisette anni il maestro quando debutta al “Bellini”. Ora ne ha settanta e ben portati. Dopo aver vinto il concorso Guido Cantelli, scartato il teatro di Genova («ho un brutto carattere», dice di sé), il suo vero debutto è al sud. E narra di un violoncellista siciliano fin troppo entusiasta, narra della generosità dei siciliani, dei profumi di Sicilia e dei suoi talenti. Parla solo lui. È passata la prima ora; siamo ancora fermi alla prima domanda (alla questione della “triade”). Seconda parentesi, finalmente: la cultura della bellezza. «La cultura oggi è quasi una elemosina; ma la cultura foggia le generazioni. I nostri governanti non l’hanno ancora capito, per fortuna abbiamo il Presidente della Repubblica, che è un uomo colto». Applausi.
Il sud è grande amore, cruccio, fonte di ispirazione. Lui è nato a Napoli ed è gran difensore dei talenti al di qua di Roma: «Il sud è un luogo straordinario», continua, e culturalmente «sostiene l’intero Paese. Le istituzioni devono guardare al sud. Solo in Calabria si sono formate trentacinque bande musicali negli ultimi anni: ma non ne parla nessuno». Siamo troppo esterofili e solo di rado ci vogliamo bene. Terza domanda (o forse ancora la seconda)? Sì. Si parla di Napoli, anzi della grande scuola napoletana di musica, quella che ha dominato nei secoli scorsi. «Mozart e Bellini», dice Muti, in un certo senso sono prodotti di quella scuola; quella di Cimarosa, Jommelli e Paisiello. Poi però c’è stato «l’abbandono». Oggi le grandi città, ma non cita la sua ex Milano, hanno l’obbligo morale e artistico di portare avanti le eccellenze, di curare le scuole e di far crescere i talenti. Ancora applausi.
Pochi minuti alle otto. È il momento di lasciare spazio al nazionalismo (forse macroregionalismo) musicale. «Sono sicuro che Casta Diva, dalla “Norma” di Bellini, non sarebbe mai stata scritta da un abitante del Polo Nord… il senso di quell’atmosfera non poteva essere che qui, in Sicilia. La lingua italiana è una lingua meravigliosa, nobile. Per invidia ci possono togliere tutto, ma non quella!». Oggi, purtroppo, in Parlamento «se si parla in modo colto, ti prendono a male parole». Risate e applausi. La politica, dunque? «la politica è una musica stonata: questo immagino sarà il titolo dei giornali», conclude sorridendo «sulla mia trasferta a Catania». Trasferta sentita, seguita dal sovrintendente del teatro dell’Opera di Roma (dove Muti sta dirigendo il Macbeth di Verdi), oltre che, naturalmente, da un pubblico numeroso attento e partecipe. È passata mezz’ora e una voce, dalla prima fila: «Maestro sono una sua grande ammiratrice!»; Muti: «Signora, non dica così, accanto c’è suo marito!». Risate da gran varietà. Dal brio delle partiture al brio delle parole; la Sicilia allegra-ma-non-troppo, terra di antica solennità, ha bisogno di divertirsi.
Si finisce con gli applausi del “Bellini” sovrapposti a quelli della “Scala”. Sullo schermo gigante il “Guglielmo Tell” di Rossini. Anche il maestro si diverte mentre parla di libertà («questa libertà che non vuol venire…»). Adesso è il momento dei saluti e dei premi. Una targa e un piccolo liotru, un elefante, simbolo della città di Catania. Il maestro raccoglie e ringrazia, non chiede spiegazioni. Forse Fiorello gli ha già detto di cosa si tratta.