giovedì 1 dicembre 2011

Non solo musica. Riccardo Muti a Catania

Alle sei della sera, i titoli per i giornali li suggerisce lui. E di rispondere alle domande non ne vuole sapere. Non c’è dubbio, è fiorellomania anche per la bandiera della cultura nazionale: Riccardo Muti. Composto e severissimo Dirigent, per un giorno non direttore ma mattatore.
Meglio un caldo botta e risposta, meglio narrare aneddoti e curiosità su una carriera che non tardi arriverà al mezzo secolo. Meglio questo che le provocazioni - armi un po’ spuntate - dei musicologi che gli sono accanto sul palco del “Bellini”. La prima domanda, segue il filmato di un “Va’ pensiero” scaligero: «Verdi, Risorgimento e Riccardo Muti, una triade perfetta?». Il maestro ride: «Ma quale triade!». Vada per i primi due, ma «io sono uno qualsiasi che ha avuto la fortuna di imparare a muovere le braccia…». Uno qualsiasi proprio no, visto che al suo ingresso il pubblico del “Bellini”, che di artisti se ne intende (dalla Callas a Bocelli, passando per Pavarotti) lo saluta con un applauso fuori programma. Uno qualsiasi proprio no. Ma un numero uno, che sa quando fare un passo indietro. È la sera del 30 novembre, a Catania, sera dedicata alla memoria di Paolo Borsellino, e ai 150 anni dell’Unità d’Italia. Muti è il protagonista della 3a edizione del premio “Paolo Borsellino, eroe italiano”. Un’occasione speciale, per la città e per lui. I complimenti agli organizzatori sono sinceri – su tutti: Puccio La Rosa vicepresidente vicario del consiglio comunale della città. «Mi ha commosso, vedere i personaggi che hanno dato la vita in nome di una dignità da dare o ridare al Paese». Nessuno è accostabile a loro, dice. E poi: «mi impressionano i volti del sud: forti, severi, seri», per un Paese che ultimamente è apparso superficiale e ridanciano è quasi una rivincita, «ci si sente molto a disagio quando sulla stampa estera si leggono le miserie di alcuni». È la prima stilettata a un’Italia che è pur sempre «un grande Paese», ma che stenta a dare di sé un’immagine positiva. Sono «considerazioni amare per quello che potremmo essere davanti al mondo», ma che raramente siamo. Fine della prima parentesi, cautamente seria: poi si passa ai ricordi.
Ha ventisette anni il maestro quando debutta al “Bellini”. Ora ne ha settanta e ben portati. Dopo aver vinto il concorso Guido Cantelli, scartato il teatro di Genova («ho un brutto carattere», dice di sé), il suo vero debutto è al sud. E narra di un violoncellista siciliano fin troppo entusiasta, narra della generosità dei siciliani, dei profumi di Sicilia e dei suoi talenti. Parla solo lui. È passata la prima ora; siamo ancora fermi alla prima domanda (alla questione della “triade”). Seconda parentesi, finalmente: la cultura della bellezza. «La cultura oggi è quasi una elemosina; ma la cultura foggia le generazioni. I nostri governanti non l’hanno ancora capito, per fortuna abbiamo il Presidente della Repubblica, che è un uomo colto». Applausi.
Il sud è grande amore, cruccio, fonte di ispirazione. Lui è nato a Napoli ed è gran difensore dei talenti al di qua di Roma: «Il sud è un luogo straordinario», continua, e culturalmente «sostiene l’intero Paese. Le istituzioni devono guardare al sud. Solo in Calabria si sono formate trentacinque bande musicali negli ultimi anni: ma non ne parla nessuno». Siamo troppo esterofili e solo di rado ci vogliamo bene. Terza domanda (o forse ancora la seconda)? Sì. Si parla di Napoli, anzi della grande scuola napoletana di musica, quella che ha dominato nei secoli scorsi. «Mozart e Bellini», dice Muti, in un certo senso sono prodotti di quella scuola; quella di Cimarosa, Jommelli e Paisiello. Poi però c’è stato «l’abbandono». Oggi le grandi città, ma non cita la sua ex Milano, hanno l’obbligo morale e artistico di portare avanti le eccellenze, di curare le scuole e di far crescere i talenti. Ancora applausi.
Pochi minuti alle otto. È il momento di lasciare spazio al nazionalismo (forse macroregionalismo) musicale. «Sono sicuro che Casta Diva, dalla “Norma” di Bellini, non sarebbe mai stata scritta da un abitante del Polo Nord… il senso di quell’atmosfera non poteva essere che qui, in Sicilia. La lingua italiana è una lingua meravigliosa, nobile. Per invidia ci possono togliere tutto, ma non quella!». Oggi, purtroppo, in Parlamento «se si parla in modo colto, ti prendono a male parole». Risate e applausi. La politica, dunque? «la politica è una musica stonata: questo immagino sarà il titolo dei giornali», conclude sorridendo «sulla mia trasferta a Catania». Trasferta sentita, seguita dal sovrintendente del teatro dell’Opera di Roma (dove Muti sta dirigendo il Macbeth di Verdi), oltre che, naturalmente, da un pubblico numeroso attento e partecipe. È passata mezz’ora e una voce, dalla prima fila: «Maestro sono una sua grande ammiratrice!»; Muti: «Signora, non dica così, accanto c’è suo marito!». Risate da gran varietà. Dal brio delle partiture al brio delle parole; la Sicilia allegra-ma-non-troppo, terra di antica solennità, ha bisogno di divertirsi.
Si finisce con gli applausi del “Bellini” sovrapposti a quelli della “Scala”. Sullo schermo gigante il “Guglielmo Tell” di Rossini. Anche il maestro si diverte mentre parla di libertà («questa libertà che non vuol venire…»). Adesso è il momento dei saluti e dei premi. Una targa e un piccolo liotru, un elefante, simbolo della città di Catania. Il maestro raccoglie e ringrazia, non chiede spiegazioni. Forse Fiorello gli ha già detto di cosa si tratta.

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