lunedì 12 dicembre 2011

Torino è bella da... impazzire

Benedetto Croce ricorda che di Friedrich Nietzsche si comincia a parlare, in Italia, attorno al 1892. A quel tempo il cervellone di Röcken è già entrato nel tunnel della pazzia, dal quale non uscirà fino alla morte. Da quasi tre lustri oramai, non insegna più. È andato in pensione a trentaquattro anni, dopo quasi dieci di lavoro. Era il primo ad aspettarsi tanto da se stesso. Non deluderà le attese. Comincia a viaggiare, in Francia (a Nizza) e in Italia soprattutto. Arriva fino in Sicilia, a Taormina. Gli amici di Basilea lo ricordano con affetto, ma lui predilige la solitudine. È sempre in cammino. Uno dei traguardi finali, nel 1888, sarà l’affascinante Torino.
1885-1889: è la porzione di tempo con la quale si conclude il suo Epistolario (pagg. 1360, euro 100), in Italia edito da Adelphi. Un lavoro cominciato anni or sono dai nostri nietzscheani d’elezione Giorgio Colli e Mazzino Montinari e concluso, in questi giorni, da Giuliano Campioni e Maria Cristina Forni. In tutto cinque volumi, uno per ogni decennio (1977, 1981, 1995, 2004 e appunto 2011). A Nietzsche le cose da dire per lettera non sono mai mancate. E i destinatari non scarseggiano. Per un periodo la madre, che morirà nel 1897, a cui a un certo punto comunica la notizia di sentirsi solo, senza nessuno accanto. È la prima grande contraddizione. Una solitudine – scrive Pietro Citati sul Corriere della sera del 30 novembre – che «aveva un altro nome: malattia. Era il suo vero nome. Ci furono mesi in cui Nietzsche era malato per tre settimane, giorno dopo giorno». Malattia, anzi malattie: è quasi cieco, depresso, è sifilitico e ha dolore in ogni parte del corpo. È più che triste.
Ma c’è un colpo d’ala prima del buio. Dopo lo Zarathustra e in compagnia dell’“eterno ritorno”, Nietzsche ragiona sulle cifre del post mortem. Stavolta lo ricorda Gianni Vattimo, sulla Stampa del 18 novembre. Il cervellone di Röcken sa di piacere agli estremisti, antisemiti compresi. È un mistero, ma lui non nasconde il divertimento. Non andrà sempre così, purtroppo. L’utilizzo politico di Nietzsche è infantile, e si compie in modo “ideale” malgrado lo stesso Nietzsche. Il senso è quello di convertire le frasi in “principi”, ma il significato è disuniforme e il risulto il semplice slogan. Nietzsche smaschera le false idealità che allontanano dall’esperienza. Dal fatto in divenire. La sua contrarietà alla democrazia – se mal governata – conduce alla prassi arrogante; la sua vitalità prelude al culto istrionico di un’anima e di un corpo, più freudiano che comunitario. In Nietzsche la dissociazione dai temi della propria epoca, s’invera – inizialmente – nella revisione d’un sapere accademico-scientifico, che ha ricostruito solo parzialmente le verità già contenute nel mondo greco. Questa critica è soltanto il perimetro misurabile, il limite esterno, d’una condizione valutabile, analiticamente, in relazione ai punti di riferimento non-storici. Si tratta del confronto tra la forma teoretica e la concezione tragica del vivere, e della questione, intricatissima, della scienza (del sapere scientifico) e del mito (dell’arte-mito).
È l’incontro-scontro tra due modelli che interessa Nietzsche, che parte dalla filologia e avanza alla ricerca metafisica d’uno spirito, d’un modello virtuale d’uomo, nel senso di già esistente ma non visibile. Più che un attacco alla civiltà del positivismo è un attacco alla civiltà tout court – della quale la prima è tributaria – nata dal socratismo e da allora incapace di porre in evidenza la sostanza completa del vivere. Dunque? La filosofia di Nietzsche «non può esprimersi in una formula astratta», dice Ludovico Geymonat, «ogni tentativo di costruire … un edificio ben organizzato non potrebbe che portare al travisamento del pensiero nietzscheano. La contrapposizione della volontà alla teoreticità non può infatti venire formulata, poiché ogni formulazione starebbe già sul piano della teoria; può soltanto venire vissuta … contro ogni impedimento al libero divenire dell’uomo. Con la sua lotta appassionata Nietzsche ha potuto aprire all’uomo un orizzonte senza limiti; quest’orizzonte, però, si è rivelato infinitamente vuoto. Egli ha creduto di poter liberare l’uomo, distruggendo la forza della ragione e il peso della storia; ma con ciò ha finito per perdere la stessa realtà umana». L’utilizzo politico di Nietzsche è il foraggio del nichilista. Adatto, sembra fargli eco Ernst Nolte, a una setta che aspira a slegare se stessa dal mondo. A trarsi fuori dalla polis.
Le lettere sono aperture che conducono al sottosuolo, al pensiero pensato e non espresso, o forse reso manifesto in guisa episodica. Sono il negativo di un positivo già conosciuto, pronto per una verifica (forse) conclusiva. Proprio per questo, gli epistolari sono la dannazione di ogni ricercatore. Per anni si è discusso e polemizzato sull’influenza di René Guénon su Julius Evola. Sui rapporti fra i due e sulle influenze del maestro francese sull’allievo italiano. La lettera con la quale Evola comunica a un giovane amico la morte di Guénon (7 gennaio 1951), indirizza verso una husserliana sospensione del giudizio. Ma le lettere raccontano anche intimità avanguardiste, quelle fra Garcia Lorca e Salvador Dalì, o al contrario svelano retroscena a sorpresa, come gli estratti dei Taccuini di Marinetti (quasi delle lettere scritte a se stesso), dove c’è Benedetta Cappa, la futura moglie: «Il sole tramonta. Le rondini altissime riempiono il cielo azzurrissimo di un grido pazzo. Non si vedono. Si sentono. Brusio d’insetti…». Il puro romanticismo del boia dei romanticismi, se così si può dire. Una lettera è sempre una sorpresa.
Come quelle di Nietzsche quando abita a Torino, in un appartamento – a trenta lire al mese – fra via Carlo Alberto e l’omonima piazza. Dal 5 aprile al 5 giugno del 1888 e poi dal 21 settembre all’inizio del 1889. In estate torna a a Sils Maria, in Svizzera. A Torino scrive Ecce homo, sembra entusiasta ma ha il disturbo bipolare, come Lord Byron e Leopardi. Quindici giorni dopo il suo arrivo, sente il bisogno di raccontarsi a Peter Gast: «Torino, amico mio, è una scoperta capitale… sono di buon umore e lavoro dal mattino alla sera – un piccolo pamphlet di argomento musicale mi tiene occupate le mani. Mangio come un dio, riesco a dormire nonostante il rumore delle carrozze che passano di notte…». Ha buon gusto, quel quarantaquattrenne che ama i climi caldi. Ha due paradisi in terra – in Engadina e in Piemonte – in mezzo le Alpi a ricordargli, ancora per poco, la sua comune terrestrità. Già in autunno comincia a sragionare, a confondere cielo e terra. L’episodio, fra verità e finzione, del cavallo abbracciato a piazza Carignano, al centro di Torino, è datato 3 gennaio 1889. Pietro Citati ne parla come di un «incanto alcolico». Dà (soltanto) l’idea di essere ubriaco il tizio che, come scrive Renzo Rossotti  (Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità di Torino), viene portato via dalla città, dall’amico Overbeck «per essere curato a Basilea». Ma è l’anticamera della fine.
«Si dice che lasciò Torino cantando per Porta Nuova canzoni napoletane, convinto di essere il re d'Italia». Da quel dì, in lunghi drammatici momenti, non c’è protagonista di ogni sua opera che egli non incarni. Sconfitto, poi ucciso, da un destino segnato.

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