domenica 4 dicembre 2011

"Viva la pappa col pomodoro"

Nino Rota ci ha abituati bene. Il compositore milanese, nato cento anni fa (il 3 dicembre del 1911) è stato l’apripista italiano del genere colonna sonora, i cui “mostri sacri” sono oggi Ennio Morricone e Nicola Piovani. Rota premio Oscar nel 1975 con il Padrino parte II di Coppola, Morricone Oscar alla carriera nel 2007 e Piovani Oscar per La vita è bella di Benigni nel 1999. Il genio italico, ancora lui: possiamo chiamarlo così. Come se non bastasse, Rota è stato anche un bambino prodigio, compositore già dall’età di otto anni, autore dell’Infanzia di S. Giovanni Battista, oratorio per soli, coro e orchestra nel ’22; di una suite per pianoforte a quattro mani, Il mago doppio, nel 1919; infine di un’opera lirica, Il principe porcaro (1926), primo di una serie di lavori per il teatro che si concluderà con Napoli milionaria, nel 1977.
Malgrado un catalogo di composizioni vasto e originale (dal nonetto per flauto, oboe, clarinetto, fagotto, corno, violino, viola, violoncello e contrabbasso, alle sinfonie, dalla ballata sul Petrarca, alle variazioni e fuga nei dodici toni “sul nome” di Bach, dalle musiche di scena, al concerto per arpa), Rota non è mai stato una pietra miliare della musica “colta” nel Novecento. Il motivo è soltanto uno. In un periodo di rivolgimenti avanguardistici, di sperimentazioni e di caccia alle nuove tecniche, Rota è riuscito a tenersi quasi del tutto fuori dalle novità. È andato avanti per la sua strada; con le sue idee poco sofisticate ma sincere, meno ricercate ma popolari (a volte perfino pop). «Nino Rota ha acquistato una fama di “enfant terrible” alla rovescia», ha scritto Armando Gentilucci nella Guida all’ascolto della musica contemporanea, edita da Feltrinelli, «Messo di fronte ai rivolgimenti, alle prese di posizione pullulanti di radicali confutazioni, Rota ha conservato il candore del musicista fidente nei mezzi espressivi anche più logori, l’incanto del far musica fuori da ogni aggrovigliata polemica. Fedele alla tonalità, all’articolazione melodica evidenziata al massimo, simmetricamente disposta, alle forme della tradizione settecentesca…». Al di là delle composizioni per il cinema (e quelle per la tivù), il suo lavoro più noto resta Il cappello di paglia di Firenze, opera lirica, o meglio farsa musicale in quattro atti, del 1945, rappresentata per la prima volta nel 1955 (a Palermo). Su libretto dello stesso Rota e di mamma Rinaldi. Opera che, come gran parte delle composizioni contemporanee, e se si escludono le solite note, non è mai stata di cartello nei migliori teatri della Penisola.
Appena diplomato in composizione al Conservatorio di Roma, nel 1931, incoraggiato da Arturo Toscanini, Rota parte per gli Stati Uniti. Qui frequenta il «Curtis Institute» di Filadelfia. Nonostante la ricchezza delle tradizioni (tradizioni incancellabili), l’Italia non è più la capitale mondiale dell’arte e della musica. Almeno dai tempi di Puccini, il Nuovo Mondo, i ritmi e le intelligenze del XX secolo seducono gli artisti di casa nostra con incredibile facilità. Da nord a sud, c’è chi ha capito che la maniera americana di fare arte e organizzare eventi sarà il vero futuro. Con lentezza (e per colpa delle guerre mondiali) perfino la Francia si prepara ad abdicare. Anche se Parigi, che è sempre Parigi, rimane un faro per Rota che più in là si ispirerà proprio a René Clair (regista francese ma anche hollywoodiano) per il suo Cappello di paglia. Poi ancora in Italia. Rota si dedicherà all’insegnamento, a Taranto e a Bari, infine dal 1950 dirigerà il Conservatorio di Bari, Niccolò Piccinni, e fonderà quello di Monopoli (oggi Conservatorio Nino Rota). Questo il grosso della sua biografia. Ma il debutto come compositore cinematografico è già avvenuto nel 1933. La pellicola è di Raffaello Matarazzo (Treno popolare); anch’essa qua e là è “copia” di un’opera di Clair.
Dal filmetto di Matarazzo, che sarà il regista dei drammoni all’italiana, fino al 1979, l’anno della morte, sarà una colonna sonora dietro l’altra, ora per lavori del tutto sconosciuti ora per film che entreranno nella storia del cinema. Un breve elenco? Ne scegliamo qualcuno: Zazà di Renato Castellani (1944), il suo ritorno dopo una pausa iniziale di ben dieci anni; Un americano in vacanza di Luigi Zampa (1946); Vita da cani di Mario Monicelli e Steno (1950); La bella di Roma di Luigi Comencini (1955); Le notti bianche, Rocco e i suoi fratelli e Il Gattopardo di Luchino Visconti (1957, 1960 e 1963); La bisbetica domata e Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli (1967 e 1968); e infine Film d’amore e d’anarchia di Lina Wertmuller (1973). In totale oltre centocinquanta.
Abbiamo lasciato fuori dall’elenco alcune pellicole. I film con protagonista Totò per esempio. Totò al giro d’Italia del 1948, piccolo capolavoro nel suo genere. Con Coppi, Bartali, Isa Barzizza, Carlo Ninchi e Walter Chiari protagonisti; Tazio Nuvolari comparsa; Vittorio Metz, Marcello Marchesi e Steno sceneggiatori; Mario Mattoli regista e Rota naturalmente, le cui musiche si sposano a meraviglia alla verve del professor Casamandrei (presa in giro evidente di Piero Calamandrei). Fra i migliori film di Totò e regina delle pellicole “scacciapensieri”. Poi, ovviamente, i due registi che hanno incoronato Rota re della musica da cinema. Per cominciare Francis Ford Coppola. Rota compone le musiche del Padrino (1972) e del Padrino parte II (1974) e da questo momento, probabilmente, diventa un artista allo stesso tempo popolare e planetario (con un’accezione da anni Settanta). In Italia la musica del Padrino, ancora oggi “gettonatissima” dai turisti stranieri soprattutto al sud, diviene perfino un fenomeno pop. Incisa anche dagli italo-americani Santo & Johnny (disco d’oro) e poi dalle glorie nazionali: Gianni Morandi, Ornella Vanoni e Johnny Dorelli su testo di Gianni Boncompagni e col titolo “Parla più piano”. Esempio fra i più noti di incrocio fra pop e musica “colta”, che va per la maggiore nei “migliori anni” Settanta.
Rota viene ricordato per le musiche del Padrino, ma ancor di più per la lunga collaborazione con Federico Fellini. Artista che da un lato, inevitabilmente, ne promuove gli sforzi, ma che dall’altro tende a fagocitarne il talento. Quando si ascolta una colonna sonora di Rota scritta per il riminese, non è raro captare un commento (anche in una sala da concerto) del tipo: “Bellissima, questa musica di Fellini!”. In un certo senso, è stato il prezzo che Rota, gran compositore ma pur sempre battipista, ha pagato (ma senza lagnarsi) ai grandi registi, e che né Piovani né Morricone (famosi per se stessi) hanno mai pagato. Almeno quanto lui. Il tandem Rota-Fellini (entrambi “malati” di fantasia ed esoterismo), si forma fin da subito, con Lo sceicco bianco (1952) e va avanti praticamente fino alla morte di Rota. Fra i risultati della collaborazione: I vitelloni (1953); La strada (1954), altra partitura nota e molto apprezzata; La dolce vita (1960); I clowns (1971); Amarcord (1973) e Il Casanova (1976). A metà del percorso le musiche per 8 e mezzo (1963), indimenticabile perla del nostro Novecento.
In conclusione (le lasciamo per ultime), le musiche che Rota ha scritto per la versione televisiva del “Giornalino di Gian Burrasca”, andata in onda in otto puntate fra il 1964 e il ‘65 (e riproposta nel 1973, nel 1982 e nel 2004). La regia è ancora della talentuosa Wertmüller, a inizio carriera. C’è un Rota per i più “colti” dunque, per chi è legato alla Settima arte, un Rota pop e infine un Rota per i più piccoli. A cento anni dalla nascita non riconosciamo soltanto il suo talento, ma anche la capacità di andare verso il pubblico. Un artista che ha accompagnato gli italiani, sempre al proprio posto e mai privo di discrezione.

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