sabato 17 dicembre 2011

Walter Chiari. Il divo

Genio e sregolatezza. Walter Chiari è stato qualcosa di più di un personaggio nazionalpopolare. È stato, al contrario, uno dei primi veri divi del dopoguerra italiano. Protagonista delle cronache mondane, artista di straordinario talento, mai dentro gli schemi: in pubblico e in privato. Se ne andava il 20 dicembre del 1991 – venti anni fa – concludendo neanche settantenne una vita fatta di slanci ed eccessi. In un certo senso la vita di Walter Annichiarico, questo il suo vero nome, è stata l’autobiografia di un’Italia generosa, talentuosa, sprecona. E decisamente scorretta.
Per Michele Serra, Walter è «il primo comico televisivo» di un’Italia a tratti ingenua, ma esigente. Elegante ma con molte zone grigie. Era pieno di donne ma anche pieno di vizi. Chi lo ha conosciuto lo ricorda così; da Enrico Vaime a Giorgio Albertazzi. Per Tatti Sanguineti, suo biografo televisivo, più che un grande attore, Walter (col suo vissuto e la sua storia) è stato ispiratore di pellicole che hanno fatto la storia del cinema. Film posti al centro del decennio della svolta, quello che racconta l’Italia moderna: pregi e difetti, vizi e virtù. Due pellicole, e non a caso, dirette da Fellini e Visconti con sguardi diversi sul mondo: La dolce vita e Rocco e i suoi fratelli. Fellini si ispira ai racconti di Tazio Secchiaroli per il suo capolavoro, e parte dal cazzotto che Walter (ex pugile!) vuol dare a un fotografo in cerca di scoop, che ha bucato due ruote della macchina di Ava Gardner. La seconda invece, somiglia alla storia di Walter, quella di una famiglia del sud emigrata a Milano.
Walter Chiari nasce a Verona, ma ha sangue pugliese. Da bambino si trasferisce con la famiglia a Milano, fa il magazziniere all’Isotta Fraschini e ama gli sport. Il fisico c’è, il morale pure. La sua vera passione è comunque il teatro. Walter è brillante, irrequieto, e ha la stoffa del personaggio. Ho una «vitalità animalesca», dice un giorno di sé. Passa da un lavoro a un altro, almeno fino allo scoppio della guerra. Si percepisce che è alla ricerca di qualcosa, dell’occasione giusta. A diciannove anni si arruola nella X Mas: fa il vignettista, il conduttore radiofonico a Radio-fante (insieme a Tognazzi) e prende parte ad azioni militari in Normandia. Poi però gli tocca la prigionia a Coltano con Dario Fo, Raimondo Vianello, Enrico Ameri e altri futuri personaggi. La sua carriera inizia nel 1944, quando si esibisce da dilettante, e per la prima volta, in un vero teatro. È passato il primo treno e lui lo ha preso al volo: racconta la barzelletta del balbuziente e regala al pubblico una celebre imitazione di Hitler. Walter diventa famoso in una sola notte, che per quei tempi significa avere talento.
Siamo al pronti-via. Lavora in teatro, fa la rivista, recita ed è anche autore; compone poesie ed è scrittore dell’“assurdo”. Conosce Carlo Campanini col quale rifà le scenette dei fratelli De Rege, Vittorio Metz e Marcello Marchesi che gli confezionano le parti su misura. Poi lavora con Garinei e Giovannini nella commedia musicale. I partner si sprecano: dalle donne (Delia Scala) agli uomini del momento (Renato Rascel che lo affianca nella Strana coppia). Alla fine degli anni Cinquanta approda in tivù. È un mattatore. Crea sketch come quelli del “Sarchiapone”, entrato di diritto nel repertorio dei vizi dell’italiano medio. Per “contenuti” e “forma” è il primo comico moderno: protagonista a Studio uno, a Canzonissima e alla Prova del nove. Portabandiera dell’Italia che ce l’ha fatta: elegante, disinvolta e perfino colta; quando è in scena, invece, Walter è il simbolo dell’Italia che fa il verso all’America: parolaia, esibizionista e fanfarona. Non sa rinunciare agli eccessi, né nell’uno né nell’altro caso. È generoso e sprecone. Timido e debordante. I critici sono sempre stati d’accordo: prima dell’era-Fiorello, il più grande intrattenitore televisivo è stato lui.
Il mondo del cinema lo vuole. Ma la carriera da attore è singolare. Nonostante sia protagonista di pellicole che precedono la commedia all’italiana, Annichiarico vale più come attore drammatico. I tempi della settima arte non fanno per lui. Ci sorprende in Bellissima di Visconti (1951), in Vanità di Giorgio Pastina (del 1946), premiato a Venezia; poi lavora insieme a Totò e gira con Steno, Cottafavi, Monicelli, Comencini, Damiani, Scola, Loy, Blasetti e con Orson Welles nel Falstaff (1965). Non è un vero numero uno però. O meglio: nei Cinquanta è stato l’attore più pagato, ma (potere della tivù) in pochi se lo ricordano.
Ma di una cosa si può essere certi: del rapporto fra Chiari e le donne. Nel 1950 conosce Lucia Bosè sul set di È l’amor che i rovina di Mario Soldati. È un amore tormentato, come tutti quelli di Walter. Decide di sposarla, ma lei, nel 1954, gli preferisce il torero Luis Miguel Dominguin. Poi è il turno della Gardner con la quale, nel ’57, reciterà ne La capannina. La Gardner è già separata da Frank Sinatra. Per quattro anni, fino al 1959, il ragazzo di sangue pugliese segue la diva americana per gli angoli del mondo. È il suo vero momento: conosce Ernest Hemingway e si permette di fare il verso a Sinatra. Proprio per questo la Gardner, che non ha ancora dimenticato The voice, lo lascia.
L’elenco delle donne di Walter è il catalogo di Leporello, del Don Giovanni mozartiano: i suoi flirt veri o presunti o le relazioni hanno come protagoniste (in ordine sparso): Anna Maria Rizzoli, Marisa Maresca, Anita Ekberg, Anna Magnani, Patrizia Caselli, Maria Gabriella di Savoia, Elsa Martinelli e Belinda Lee. Ma lui è tutt’altro che uno “spietato” Don Giovanni, è più un Casanova eternamente innamorato. «Dolce e affettuoso»: così lo ricorda la Martinelli. Con Mina non va diversamente. I due si conoscono nel 1960. È amore «segretissimo» a dar retta ai giornali del tempo. Ma la famiglia di lei si oppone a una storia regolarmente paparazzata, regolarmente sulla bocca di tutti. Nel 1969, comunque, Walter si sposa con Alida Chelli. L’unione dura fino al ’72: siamo al limite della svolta negativa nella vita del divo veronese. Al punto di non-ritorno.
Il 22 maggio del ’70 la polizia lo arresta con l’accusa di spaccio e consumo di cocaina. Pochi giorni dopo mentre lui è in isolamento, in un locale dalle dimensioni di una cabina telefonica, nasce il figlio Simone. Esce di galera in agosto e al processo viene prosciolto dall’accusa di spaccio. Che Walter faccia uso di stupefacenti per i fortunati appartenenti al dorato mondo dello spettacolo non è affatto una novità, purtuttavia la Rai si cautela e cancella i contratti dell’attore viscontiano.
Da lì in poi il passato (glorioso) non esisterà più. Torna in auge nel ’73 con L’appuntamento con Ornella Vanoni, ma non è più quello di prima. Le apparizioni nelle tivù commerciali – rozze e volgarotte – non lo aiutano per niente. A Milano, lavora grazie all’amico Paolo Pillitteri. Nell’84 viene di nuovo accusato di traffico di droga, ma stavolta ne esce completamente pulito. «Se un giorno la vita, potesse finire come una messa breve e dolce di mezzanotte!», aveva scritto da giovane. Uscirà per sempre di scena, e in silenzio, dopo aver recitato Beckett in teatro (Finale di partita) e in Romance, film di Massimo Mazzucco per il quale attende (invano) un riconoscimento da Venezia. Ma da matto qual è, ha deciso di brindare prima del verdetto.

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