lunedì 17 dicembre 2012

C'era una volta una generazione


C’era una volta una generazione nata nel cuore dei Sessanta ed entrata nella maggiore età negli Ottanta. Una generazione che per un ventennio – distribuito nei quattro lustri Settanta-Ottanta – riuscì a sognare ascoltando la radio, accendendo la TV, andando al cinema e divorando fumetti d’ogni genere e provenienza: da Braccio di Ferro al Comandante Mark, da Cucciolo a Guerra d’eroi. Una generazione americana – non al debutto – che apprese valori e modelli direttamente dal Nuovo Mondo. Ma che bevve dai pozzi delle filosofie cinogiapponesi e lesse e rilesse i long sellers sparsi per le vie d’Europa. Allenandosi per la prima volta alla globalizzazione dei gusti.
Questo volume raccoglie venticinque interventi per non dimenticare vita e avventure di questo e quel personaggio: tipi e tipe realmente esistiti o frutto della fantasia di un uomo di penna. Una combinazione magica di cultura e divertimento come non sarebbe più apparsa. Il pianeta dei giovani profetizzato da Charles Monroe Schulz, per lungo tempo e a portata di mano.

sabato 15 dicembre 2012

Tu ca nun chiagne?


Una volta c’avrebbero fatto uno sceneggiato di quelli da bollino rosso. Con maghi, pupe, spioni e personaggi in alta uniforme. Una roba sospesa tra cielo e terra. Tanto per dire che le origini del Msi erano divine per gli uni, demoniache per gli altri. Un Segno del comando pepe e sale: coi ragazzi di Salò in attesa di nuove primavere, i poliziotti buoni col santino Dc, l’istinto del perdono e una maggiorata per amante, e gli intellettuali comunisti, beati loro, a leggere Gramsci.
Ma il tempo – più che la storia – è un gran setaccio di verità. Oggi si può discorrere dei primi anni del Movimento Sociale Italiano, quelli di Trevisonno, Almirante e De Marsanich, dopo aver bussato alla porta di una vicina biblioteca, avendo evitato – per fortuna – l’Histoire de la magie di Eliphas Lévi. Per divorare un giornale d’epoca fine Quaranta inizio Cinquanta, e via così. Ed è ciò che ha fatto Elisabetta Cassina Wolff professoressa ad Oslo che, plausibilmente, deve un solo grazie alla propria intelligente volontà, avendo scritto sui neofascisti al debutto, fuori dalla patria loro. L’inchiostro dei vinti. Stampa e ideologia neofascista, 1945-1953 (Mursia,  pp. 398, euro 18) inizia così, dobbiamo dirlo: «Anni fa, sfogliando vecchi giornali e riviste del dopoguerra che in molti casi era evidente nessuno aveva mai consultati dal tempo della pubblicazione, rimasi colpita da una vignetta sul primo numero de “la Rivolta Ideale” (1946-1953), dell’11 aprile 1946».
Il tema della vignetta lo scoveranno i lettori, ché lo sguardo si posa altrove. Quel mondo a suo modo urlante (evoliano e non solo), con la realtà non c’aveva nulla a che vedere. Troppi lutti da elaborare, a cominciare dal 1789 passando per il fallimento della Santa Alleanza, fino ad arrivare ai giorni dell’Inno a Roma e di Salò. Troppi pesi sulle spalle. A furia di meditare sul passato, s’erano scordati del futuro, a furia di parlare di spirito, s’erano scordati della pancia. A furia di inventare o reinventare stori(acc)e, tutti a cavalcare la propria sana “ignoranza”: erano antilluministi, antimoderni, antiliberali, antitutto. A furia di piangere dimenticarono perfino il perché.
Acqua passata? No naturalmente. Ma questo è altro argomento. La Wolff parla di idee, e non ne mancarono. Credeteci. Fra i disponibili: quelli destinati a non durare e i carrieristi. In mezzo, alcuni si limitarono alla polemica, alla contestazione sterile; altri – ore e ore di addestramento – praticarono il massaggio cardiaco alle vittime recenti; altri ancora si chiusero nella contemplazione di astri e mondi, lontani lontani. Non pochi cominciarono a far politica. Tappa che conta, la prima: 1953. Da quel momento, dice Enzo Erra, seguace di Massimo Scaligero e leader dei giovani del tempo che fu, i neofascisti compresero che il fascismo storico era morto e (quasi) sepolto. «La vittoria era ormai una chimera». Altro lutto?

domenica 2 dicembre 2012

Fantasicilia


La Sicilia è medioevo. Strabocca di fantasia. I siciliani spiritosi: si canzonano a vicenda e non leggono De Roberto. In risposta a un lettore del Corriere, Sergio Romano parlava di Mezzogiorno immaginario: beddu, riccu e malandrinu. E storici e giornalisti sono finalmente d’accordo: lì qualcosa non funziona, non è andata per la via giusta. Lasciamo perdere le chiacchiere, santo cielo, imbottite di trappole. Oggi a governare l’isola c’è Rosario Crocetta. Lui quando venne a far comizio sfiorando il volto cioccolato del teatro Bellini – cent’anni fa vi s’infilò Marinetti poi la Callas – si rivolse alla gioventù in camicia rossa, in vena di neorealismo. Lì la lacrimuccia fantasy dà punti (e il braccio andava su e giù come quello del dirigent). Ma lui le elezioni le ha vinte perché in tanti sono stati a casa o hanno pensato a Grillo: il nuovo che nuota. Anche piuttosto bene.
Al centro della scena Franco da Riposto, Franco Battiato o Franco l’assessore ci sta bene. Danaro non ne vuole; vuole circondarsi di gloria, vuole che la Sicilia respiri l’aria del continente (Europa, Africa o America? questa la detesta: troppo nuova). Lui è un musicista di talento, per il resto è bene lasciar perdere. Anche Che Guevara fece il ministro ma in pochi se lo ricordano. La Sicilia è esibizione: tutti la guardano, tutti la cercano. Al teatro ci vanno in pochi – coscione annoiate e borghesi in vetrina – ma alla teatralità ci tengono, i siciliani. Non toccategli la Cavalleria rusticana anche se Vincenzo Bellini vale mille Mascagni e uno Chopin, e non toccategli le poesiole da recitare. Battiato? No. Quelle che maledicono Garibaldi e quelle che stramaledicono i piemontesi. Già, i conquistatori. La lingua batte dove il dente duole. Se non fosse stato per l’arroganza dei nemici della Sicilia – e delle amicizie particolari – a quest’ora… Già, a quest’ora che? A chi affermava che il Regno delle due Sicilie fosse un posto all’avanguardia, Romano rispose che fosse necessario mettere a tacere la fantasia. E concentrarsi sull’oggi.C’è chi la pensa diversamente. 
C’è chi pensa sia necessario affondare il colpo: più autonomia, anzi indipendenza. Che strana parola indipendenza, sa di guerra con morti e feriti, o di guerra di parole. Sa di “odia il prossimo tuo”, sa di comizio di piazza. Sa di campagna elettorale o di serata fra amici. Tutti a parlare di politica se non di donne e motori. O di storia. E di libri non ne mancano. Ultimo in ordine di tempo quello di Salvatore Musumeci leader del Mis – Movimento per l’indipendenza della Sicilia – storica formazione fondata da Andrea Finocchiaro Aprile. Ottima camminata sulla storia siciliana. Già il titolo è un’introduzione: Voglia d’indipendenza. Storia contemporanea della Sicilia tra separatismo e autonomia. L’editore è Armenio di Brolo (Messina). Poi? 334 pagine tra Nino Bixio e Silvio Milazzo passando per Turiddu Giuliano. Pagine per imparare ad amare la Sicilia (o amarla diversamente). O per rafforzare le ragioni per non amarla. Interamente.

giovedì 29 novembre 2012

Mussolini e i gerarchi


Lui e loro. Già. Ma chi è lui e chi sono loro? Lui è Benito Mussolini, ieri duce del fascismo oggi sogno proibito di chi sa di non aver letto. Gli altri sono i reggicoda, i gerarchi, i cardinali che sperano che il papa tiri le cuoia: servitori fedeli in pubblico ma in privato chissà. A farli rincontrare, dopo qualche giornata andata così e così (leggi 25 luglio e successive), il libro di Marco Innocenti, Lui e loro appunto, edito da una casa editrice, Mursia (pp. 322, euro 17), specializzata in biografie e saggi storici sul Ventennio.
Cosa abbia fatto lui lo sappiamo bene. Qualcuno dice che la vera storia del figlio del fabbro – scritta da comunisti e liberali (cioè dai vincitori) – sia stata raccontata da pochi, fedelissimi e tali rimasti, né comunisti né liberali proprio per questo. Qualcun altro che Mussolini abbia condotto alla rovina un paese: non solo dal 1940, non solo dal delitto Matteotti ma fin dal 1922, fin dalla colpevole irresponsabilità delle coeve istituzioni. Altro che rivoluzione italiana. Tradito o traditore? Vittima o carnefice? Da quanti anni ci si pone una domanda – e giù articolesse – in verità sempre meno attuale, sempre meno stimolante?
Il libro possiede il pregio di evitare l’inevitabile. Di raccontarla con parole diverse. Innocenti non crede alle virtù della moraletta: come le milizie – bianche e nere – che si fronteggiano per trasformare un passato che non passa. Alla ricerca delle origini del “grande inganno”. Si deve far storia con la giusta passione: cioè rinunciandovi. In caso contrario è opportuno trasferirsi in uno stadio di calcio (o in un campo di battaglia). E allora? Mussolini fu il fascismo, ma il fascismo non fu solo Mussolini. Accanto a lui una squadra di fratelli minori, tutti più o meno consapevoli che il capo fosse insostituibile, ma che un giorno la commedia dovesse finire (come finì). E coi propri angeli custodi con bandiera al seguito. Una storia più o meno ordinaria dunque. «Ciascuno di loro rappresenta qualcosa, una fetta di fascismo: Ciano, l’azzardo in politica estera, la superficialità, il fascismo mondano; Balbo l’audacia impertinente, il vivere pericolosamente, la modernità, la dimensione internazionale; Grandi, la professionalità diplomatica, i legami con la monarchia e con l’Inghilterra; Bottai, la coscienza critica, la cultura, il sogno della libertà; Starace, il fascismo deteriore, teatrale e buffonesco, l’Italia in camicia nera, l’obbedienza cieca e assoluta; Farinacci, i legami con Berlino, il piccolo fascismo anarcoide e manicheo, edonista e profittatore; Pavolini, l’anima intellettuale del fascismo e l’anima più cupamente violenta, la coerenza fino alla “bella morte”». Il fascismo scomposto nei piccoli fascismi come un’espressione aritmetica, sdraiato sul divano del terapeuta. L’autobiografia di una nazione, senz’altro quella, che dallo psicanalista ci va, ma con scarso piacere.

venerdì 23 novembre 2012

L'uomo che cavalcava la tigre


A scanso di equivoci e chiedendo scusa a Filippo Tommaso Marinetti. Realtà e finzione, condotta della vita – così la chiamavano i filosofi pragmatici – e tostissima simbologia. O in un modo o nell’altro. Per capire chi fosse e cosa volesse dalla vita (per sé, per gli altri ma non per tutti) Julius Evola, barone immaginario e siciliano mancato, si può scegliere un pensiero anziché un altro. Purché si avanzi senza tema d’altrui ferocia.
Ce ne sarebbero altre, di strade, di cui si dirà domani. Battute da dipendenti pubblici e studenti. Ben pagati i primi, immersi nel conformismo incapacitante de “la democrazia è forma di governo da kali yuga” i secondi (e smaniosi di un’occupazione di prestigio). Per il momento rammentiamo la lettera che Stefano Arcella tirò fuori, tempo fa, di un Evola ossequioso verso l’odiato Giovanni Gentile (Fondazione Julius Evola, 2000), che diceva così. Ma proprio così: «Ill. mo Professore, mi perdoni se vengo a Lei per una piccola raccomandazione: vorrei pregarLa di non essere troppo severo nei riguardi di un mio articolo». Eccetera. Anno 1927 e roba da italiano-tipo. Poi, c’è l’Evola da Cappella Sistina mago-barone, supereroe e superfascista (il fascismo fu già quel che fu, figuriamoci una versione super), armigero con penna e pennello. Il “fratellastro” che bombarda la modernità – dal parlamento ai jeans – e ispira poeti e romanzieri. Year after year, bisestili compresi.
Nella pentolaccia degli evolisti: artisti e novellieri possiedono il cuore di Biancaneve, ma altri quelli della strega. Gli evolisti sono come i comunisti, su cento uno è in buona fede. Fra i buoni Gianfranco de Turris, galantuomo, nato nella destra anni Settanta: con una quantità di sostenitori che tallona il debito pubblico. Con lui Alberto Henriet: cinquantenne di Aosta distinto prosatore fantasy. Il primo è prefatore, il secondo autore de L’uomo che cavalcava la tigre. Il viaggio esoterico del barone Julius per i tipi della Tabula Fati. Saggio? non proprio. Romanzo? no di certo. Allora? Allora: viaggio esoterico all’interno dei quadri di Julius Evola, che includono la vita stessa di Julius Evola, che a sua volta completa quella di compagni e conoscenti. È un gioco (naturalmente): cavalieri, alchimisti, visioni e sdoppiamenti. Fino all’intervista impossibile, la circonferenza perfetta: Evola mostrerà se stesso prima di fissare la morte.

La conoscenza suprema


Giandomenico Casalino ci ha abituati ai ragionamenti filosofici. Studioso dal punto di vista della Tradizione di un mondo catturato nel suo darsi intimo e/o segreto. La sua realtà è immediata e complicatissima allo stesso tempo. Fatta di miti, metafore, manifestazioni dell’essere e di cerche: in primo luogo delle Origini – con la maiuscola come la Tradizione – poi, di fianco, della spiritualità indoeuropea. I suoi colleghi di lavoro sono Platone, Plotino, Hegel, Evola e gli ermetici, coi quali dialoga con trasporto.
Non da oggi i suoi studi affascinano chi vuol comprendere il perché dei perché della fenomenologia dei tempi ultimi. Chi si nutre di termini impegnativi come “Uno” e “Assoluto”, pur non abusando dei contenuti. Chi, infine, ama polemizzare sugli antichi genitori di uomini e idee con stile e prosperità di argomenti. Sì perché (qui non stiamo a nasconderlo) il mondo di chi si occupa di studi ed esperienze specifiche che riguardano la tradizione o le tradizioni, e poi: origini, ontologie e deontologie, è attraversato da, e attraversa a sua volta pensieri, pensatoi e pensatori diversi. Anzi opposti, di più: nemici. Ma Casalino ha idee chiare come pochi (va tenuto distinto da chicchessia) e le affida a saggi e interventi sapientemente dosati. «Tutte le Tradizioni sapienziali quindi metafisiche e non religioso-devozionali», dice a Eugenio Barraco che lo intervista per il sito “Ereticamente”, «non sono altro che dei percorsi per “ricordare” (anamnesi platonica) di essere (e di essere sempre stato) solo ed esclusivamente il Se; sono combattimenti per la “costruzione” (Grande Opera) del Se che è lo Spirito ed è l’Idea divina del Mondo; solo se è cancellata la pretesa centralità (cristiana) dell’uomo, solo quando l’uomo non è più tale ma Essere aperto al Mondo, attraversato dalle potenze Divine del Mondo, solo allora Egli sarà l’Intero e cioè Pensiero cosmico in quanto Uomo cosmico, Soggetto universale, dove la singola candela non c’è più (anzi non c’è mai stata) poiché ciò che esiste da sempre è solo il candelabro, composto da innumerevoli candele che sono esso stesso e la sua unica luce».
Il suo ultimo libro edito da Arya (Genova) percorso da tensioni platoniche, è impegnativo fin dal titolo. In linea con una scelta di campo che non conquista il difetto della banalità: La conoscenza suprema, essere la concretezza luminosa dell’idea. Si tratta di un saggio – o raccolta di saggi – edito con lo scopo dichiarato dallo stesso Casalino nel corso dell’intervista su “Ereticamente” di procurare nel lettore un «mutamento di stato» per uccidere tutte le illusioni dell’io. Il punto di partenza – e anche quello d’arrivo e di mezzo – è individuare nella conoscenza non un percorso di semplice esposizione (come si trattasse di un compitino da svolgere a casa o un passatempo per il dopolavoro), ma uno stato: una «modalità ontologica della “propria” natura». Conoscere non è sapere nel suo significato più debole, ammette Casalino, ma essere nel suo contenuto concreto. Non è forse questo il segreto dell’interezza dell’uomo, che si manifesta senza alcun intermediario? Senza imprecisioni o astrattamente?

martedì 13 novembre 2012

La libertà per Luigi Einaudi


Quando decisero di farlo presidente della repubblica, racconta Montanelli, pensò prima di ogni cosa alla salute: «sono claudicante e in piedi ho bisogno di appoggiarmi al bastone con la mano destra. La sinistra sarà occupata a tenere il cappello. Come farò a salutare bandiere e a stringere la mano a generali e ammiragli?». L’Italia avrebbe fatto bella figura con un presidente così? (naturalmente sì). Oggi chiunque  penserebbe ai privilegi e a “entrare nella storia” come una rock star armata di microfono.
Già sessant’anni fa per Luigi Einaudi (1874-1961), molte cose furono diverse dal consueto. Per qualcuno era un “semplice” predestinato a una gran carriera. Lo spiega bene anche Francesco Tomatis che dedica il suo nuovo libro – Verso la città divina, ed. Città Nuova – al più illustre cittadino di Carrù, laureatosi a soli ventun anni e professore a meno di trenta. Prima di tutto: il lavoro. Ministro, governatore della banca d’Italia, giornalista (il libro pesca dal serbatoio dell’Einaudi pubblicista), rettore e imprenditore agricolo all’avanguardia. Antifascista e uomo di penna aduso al culto della praticità: quella che fece grandi i padri della prima repubblica che sognarono a occhi aperti solo fra un summit e l’altro. Liberale, ma per dirla con Giano Accame autore di provvedimenti non «ortodossamente liberali». Fra predicatori d’ogni tipo – comunisti e criptocomunisti – Einaudi tenne comunque la barra dritta verso la meta della libertà. Senza pericolose (ipocrite?) declinazioni.
«La libertà per Einaudi è innanzitutto libertà personale, del singolo uomo, morale, interiore, propria alla singola coscienza individuale della persona». Ma è anche libertà collettiva, di chi vive in comunità lontano dagli schematismi professorali. Infine è anche libertà dello spirito, confronto, pluralità delle opinioni con relativa tutela (e limite) all’interno della legge. Sembra facile vero? Nel dopoguerra si pronunciò anche a favore di un’idea federalista per le sorti dell’Europa. Europa che doveva somigliare a un affresco raffaellesco: «occorre andare al di là di meri rapporti di interesse fra le nazioni, ispirandosi piuttosto a principi spirituali e liberali. “L’avvento di una stabile federazione mondiale è dunque legato al trionfo di ben altri e più alti principii di quelli proprii della mera società economica: al trionfo dei principii della libertà di religione e di pensiero, della libertà di associazione e di stampa, del riconoscimento del diritto di ogni uomo a scegliere la propria vita, a mutare residenza, professione, opinioni politiche e religiose”».
La stretta attualità (l’Europa non è un’opera rinascimentale, ma un quadro espressionista) impone un pensiero e oltre: o queste e altre idee sul destino dell’occidente erano avventate, carta straccia, o le difficoltà attuali restano figlie di numi insolitamente capricciosi. Occorreva ricostruire, ed Einaudi non ebbe tempo per lagnarsi. Fra le righe e non solo la risposta di Tomatis. Anche lui dalla parte del dialogo spirituale e della libertà naturalmente: qui come nei libri precedenti.

Cinquant'anni coi Beatles


Pazzia per pazzia: ascoltiamo prima Richard Wagner poi i Beatles. John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr. Chi più di loro ha influenzato società e cultura? E il clima che vissero e respirarono i loro eredi? L’anno prossimo sarà un anno wagneriano  coi fiocchi, quest’anno accontentiamoci di un anno beatlesiano. Accontentiamoci per modo di dire perché a leggere il bel libro di Andrea Barghi e Maurizio Grasso, Plettri nelle mani di Dio (Solfanelli), pare che i quattro scarafaggi romanticoni anzichenò vadano ancora piuttosto forte.
Due mancini (Paul e Ringo) e due no, due geni (Paul e John – ma gli autori rivalutano eccome l’importanza di Ringo, da sempre considerato anello debole) e due talenti, due morti (John e George) e due vivi, anche se su McCartney girano storielle non molto allegre (sarebbe morto nel novembre del 1966 e sostituito velocemente da un sosia). Eccetera. I Beatles sono un universo a parte, fatto di musica, belle parole («And in the end, the love you take is equal to the love... you make» - Abbey Road), creatività ed estro. Gli autori sottolineano due caratteristiche che hanno reso unici i nostri eroi. I Fab Four non hanno un vero e proprio cavallo di battaglia – neppure Yesterday suonata e cantata per i cinque continenti lo è – dunque il loro successo è tutt’altro che occasionale o fortuito. Revolver, Sgt. Pepper’s…, Abbey Road, cosa può esserci di casuale in una serie di album capolavoro?
Legata a questa, l’idea che i Beatles dal 1962 al 1970 si siano evoluti – di anno in anno diversi da se stessi – insieme ai loro sostenitori. Mai si era visto un complesso cambiare pelle in così poco tempo (difficile che accada in futuro): passare da buon gruppo beat, uno dei tanti, a formazione raffinatissima dallo stile eclettico padrona di suoni, stili e addirittura umori e generi. «Perfezionismo e autoparodia, maturità e gioco: il genio dei Beatles non è mai disgiunto dall’ironia e soprattutto da un profondo bisogno di naturalezza».
A cinquant’anni dal primo 45 giri (ottobre 1962: Love me do, etichetta Parlophone, che era parte della Emi), nulla sembra cambiato. O forse no. Rivalutati perfino dalla chiesa, rivalutati da chi gli impedì di suonare, a quei tempi, i Beatles hanno dovuto pagare un piccolo prezzo: un breve intervallo forse di un decennio – a causa di certa commercializzazione – nel quale si pensò che tutto sommato la musica dei quattro (cinque con George Martin) fosse roba imitabile, superabile senza sforzo. Si sbagliava chi pensava che l’era postbeatlesiana fosse alle porte, cavalcata non si sa bene da quali artisti. Perfino la rimasterizzazione dei loro dischi (oggi in edicola) è stata salutata come un fenomeno epocale. Da fan e critici.
Le celebrazioni per i cinquant’anni di Love me do hanno naturalmente oscurato quelle per i cinquant’anni dei loro grandi rivali i Rolling Stones. «Diversi da tutti» Mick Jagger e compagni, ha scritto Emanuele Trevi sul Corriere del 19 ottobre. E ci può anche stare, perché a nessuno potrà mai venire in mente che George, Paul, Ringo e John possano essere inclusi in una formuletta un po’ grossolana.

lunedì 18 giugno 2012

Valentina svestita di nuovo... e in mostra (Secolo d'Italia, 17 giugno 2012)

La bionda o la mora? Marlene Dietrich o Louise Brooks? Il dubbio non è nostro ma di Georg Wilhelm Pabst  che oltre ottant’anni fa (nel 1928) si trovò a scegliere la protagonista principale del suo “Il vaso di pandora”. Il personaggio era quello di Lulù, fioraia e donna in carriera, un tipetto mica male che, al tempo, aveva già fatto impazzire uomini e donne.
Mettiamola così. Se Pabst adeguandosi all’opinione generale avesse scelto la Dietrich e non la Brooks, cioè la bionda invece della mora, forse, oggi il nome di Valentina non direbbe molto alla maggior parte di noi.
Valentina, la Valentina Rosselli eroina di carta e sullo schermo, fotografa con qualche problema di troppo, protagonista dalla metà esatta dei Sessanta (dal 1965) del nostro fumetto d’autore. La Valentina magicamente partorita dalla mente e dalla mano del milanese Guido Crepax, morto nel 2003. La Valentina, infine, che ispirandosi alla Lulù della Brooks – diva universale del muto – assumerà alla fine dell’adolescenza un’immagine, oggi diremmo un look, così dannatamente seducente. E una personalità da anni Venti: elegante e un po’ ambigua. Mai da comprimaria. Il resto lo faranno i Sessanta con la modernità, i sogni a occhi aperti e lo spirito trasgressivo; con la rivalutazione del corpo ora ben vestito (alla francese e all’italiana) ora completamente nudo. Da amare, da ascoltare o da osservare.
È giusto partire da qui allora. Dalle origini del mito (e dunque dal muto), per festeggiare il settantesimo compleanno di Valentina, “nata” il 25 dicembre del 1942, comparsa per la prima volta a ventitré anni, come semplice non protagonista, come fidanzata di, su “Linus”, nell’episodio di Neutron “La curva di Lesmo”. Ed è giusto partire anche da un participio passato: “sofisticato” (ricercato, complicato), che si sposa all’estro creativo di Crepax. Un ex pubblicitario e illustratore di libri e dischi che aveva talento da vendere, impegnato e contraddittorio, intelligente, colto – ragionava di surrealismo, di op-art, amava il jazz, la moda e la fotografia – e anche un po’ snob.
La notizia è questa: dal 30 maggio al 30 settembre, anche Roma festeggerà il compleanno di Valentina Rosselli da Milano. Perché l’arte fonde ciò che la politica separa (senza successo). E lo farà con una mostra a “Palazzo Incontro” dal titolo: “Valentina Movie”. Un percorso su più livelli e non poche sorprese: un buco della serratura vietato ai -18, fra un Claudio Abbado e un Oreste del Buono. Testimonianze valentiniane anarchiche ed emozionali, così hanno appellato la mostra, volute dalla famiglia, promosse dalla provincia di Roma e curate dall’Archivio Crepax e dal critico Vincenzo Mollica. Un percorso artistico – fra bozzetti, video e tavole originali – collegato all’uscita per i tipi della Fandango di “Valentina come Louise Brooks: il libro nascosto” a cura dello stesso Mollica e di Antonio Crepax, figlio di Guido. Poi, naturalmente, ci saranno le lettere attese da appassionati e curiosi. Quelle che Crepax e la Brooks si scambiarono per raccontare se stessi – la vita privata -  ma soprattutto per parlare di lei: Valentina. Lunghissimo ponte fra due parti dell’Occidente.
Il coinvolgimento della famiglia Crepax nel “prodotto” Valentina, invece, è già noto. La moglie Luisa per lungo tempo fu una sorta di alter ego dell’eroina-fotografa (e della Brooks), stessi capelli e abiti alla moda. E fu proprio la nipotina di Guido a prestare il nome alla protagonista.
Lo rivelò l’autore nel 1969 a “Speciale per voi” di Renzo Arbore. Proprio in quell’occasione, fra i giovani contestatori, Crepax spiegò la “filosofia” alla base delle scelte artistiche. Superamento del fumetto tradizionale, con lo schema classico a strisce e valorizzazione delle tecniche cinematografiche. Valentina, insomma, avrebbe detto più delle sue scarne parole. Ci riuscirà col proprio corpo, con le proprie inquietudini e con le proprie azioni. Da vera sposa dell’avanguardismo.

lunedì 21 maggio 2012

Da John Wayne a Clint Eastwood, se il pistolero si fa eroe omerico (Secolo d'Italia, 20 maggio 2012)

Milleottocento. Anzi seconda parte dell’Ottocento, anno più anno meno. Libertà e progresso sono parole d’ordine in tutto il vecchio Occidente. Compreso il vecchio West, quello dei pistoleri, degli sceriffi e degli indiani. Quello che regala scenari da sogno: cieli azzurri mai visti, deserti come salotti e colori che farebbero invidia a Paul Gauguin. La mano dell’uomo che arriva a stento a sfasciare l’armonia e a seminare la zizzania del profitto è sempre più vicina, ma in barba a Bertolt Brecht ogni agglomerato di case – quattro abitazioni in legno, la banca, l’ufficio dello sceriffo e l’immancabile saloon – ha il proprio eroe a portata di mano. Che con un certo tipo di progresso non ci va proprio a nozze.
Regola numero uno: senso dell’onore e della giustizia. E non è facile in un luogo di frontiera incrociare per la Main Street chi ha il fegato per dare ai furfanti quello che si meritano, siano ladruncoli quasi comuni, trafficanti o speculatori. Per questo la regola numero due del nostro vecchio West è quella che vede nell’eroe sconosciuto, nello straniero senza nome, nel reduce dalla guerra di Secessione, l’uomo adatto per riportare pace e giustizia al di qua del recinto.
Come nel Novecento sarà solo a sprazzi alla fine delle due guerre mondiali, l’etica dell’ex soldato è inaffondabile, bene e male per lui sono rette parallele che si incontrano all’infinito; nessun dubbio su chi o cosa sia maritabile all’uno e cosa all’altro. L’eroe del West non è disposto a scendere a compromessi, anche se non indifferente al danaro detesta gli affaristi, i provocatori, i calcolatori, chi confondendo volutamente progresso e profitto vende a basso prezzo le vite degli altri. L’eroe del West è paladino dei deboli, degli sfortunati, e soprattutto rischia in prima persona. Sovente è nevrotico, burbero, antisociale e testimonia efficacemente il disagio di vivere in un mondo del quale è (sfortunatamente) parte. Ma andrà sempre peggio.
Ecco perché negli ambienti di “destra” questi eroi solitari non sono mai passati di moda, anzi. Se aggiungiamo poi l’istintivo ecologismo che caratterizza l’eroe, che si contrappone alla spietata manipolazione di  uomini e cose da parte del cattivo, la risultate è quella dell’identificazione quasi totale fra l’eroe del West e il giovane che ama (o amava) frequentare ambienti di “destra”. Ambienti nei quali certi valori sono o erano più che apprezzati.
Chi parla di vecchio West naturalmente parla di cinema. La proiezione dei film western al cinema coincide con lo stesso debutto delle tecniche cinematografiche: ai primordi del Novecento poco tempo dopo la conclusione storica della vera conquista del West. Negli anni, sarà l’accoppiata vincente John Ford - John Wayne a catturare le attenzioni del pubblico grazie a pellicole oramai leggendarie come Sentieri selvaggi del 1956 o Ombre rosse del 1939. Wayne prototipo di una certa America patriottica, ostinatamente in attesa del lieto fine, debutta nella seconda metà degli anni Venti e diventa un’istituzione americana dai Sessanta in poi. Ad oggi è l’attore più rappresentativo dell’America conservatrice.
Proprio nel periodo in cui certi valori del Continente Nuovo vanno in crisi - sono lì lì per nascere i temi della “Nuova Hollywood” - il genere si rinnova. Sam Peckinpah e Sergio Leone (entrambi molto amati da una certa area culturale) mostrano una faccia ancora più violenta del West. Il secondo, in particolare, lancia la moda degli ‘spaghetti western’ cioè “all’italiana” all’interno dei quali si fa le ossa un altro mito del cinema e dei giovani amanti del genere West. Clint Eastwood. Ricordiamo i tre film che lo vedono protagonista nel bel mezzo dei Sessanta: Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo. Una lunga cavalcata poi, fino al 1992 de Gli spietati, interpretato e diretto dal giovanottone di San Francisco. Un film importantissimo che colpisce dritto al cuore il mito del cow boy. Con Clint, l’eroe si trasforma in antieroe. Un ciclo si chiude dunque. Nuovo e vecchio mondo hanno già rimescolato le carte.

  

domenica 6 maggio 2012

Capote, l'eretico che seduceva i conformisti (Secolo d'Italia, 6 maggio 2012)


Truman Capote. Se ne riparla ogni tanto. L’anno scorso ci si ricordò di lui per i cinquant’anni di Colazione da Tiffany, pellicola di Blake Edwards (quello della Pantera Rosa), con una Audrey Hepburn da leggenda. Capote era l’autore del romanzo omonimo dal quale il film era stato tratto: la storia di Holly Golightly, una giovane donna sintesi di ogni immaginabile scorrettezza, compresa la bisessualità.

Quando il cinema decise di occuparsi delle paturnie della bella Holly (era il ’61 appena tre anni dopo l’uscita del romanzo), la “vecchia Hollywood” approvò solo in parte i temi del libro, compreso il finale non proprio da fiaba: Holly era pur sempre una prostituta e intratteneva rapporti con la mafia. La Holly di Capote era più un personaggio da gioventù bruciata, da anni Cinquanta, che da commedia d’amore; una donna cinica, non propriamente una Cenerentola, indomabile fino alla fine. Capote gran conoscitore della filosofia del buon finale, sapeva di cosa si ragionasse negli ambienti decisamente “upper”. Quelli che frequentò fino a un certo punto. Ambienti perbenisti (e sovente artificiali) a cui non erano affatto sgraditi messaggi forti, né le verità inconfessabili di questo o quel personaggio. Uomini e donne protagonisti di una società conformista, quella degli anni Sessanta, in ogni modo sedotta dal New Journalism che mescolava “novità” a “novità”, fra verità e finzione, cronaca e letteratura. Unica regola: ogni conformista poteva essere catturato dalla giusta dose di anticonformismo.

Truman Capote era comunque un predestinato. Pochi dubbi. Come lo sarà un altro campione dell’America anni Sessanta, Andy Warhol. L’infanzia è di quelle difficili. Genitori per modo di dire, pochi affetti, fra questi quello di Harper Lee premio Pulitzer con Il buio oltre la siepe. In deroga all’imperante buonismo, disprezza i genitori, è omosessuale, è colto, pettegolo, salottiero, snob e nonostante un fisico così e così perfino affascinante. Che sia un tipo scorretto – che non guarda in faccia nessuno – se ne accorgono tutti a metà degli anni Sessanta. Siamo già oltre Colazione da Tiffany, e le delusioni dovute alla sceneggiatura di George Axelrod, che cambia la trama, e alla protagonista principale (Capote avrebbe voluto Marilyn Monroe), sembrano lontane.

In un paese del Kansas, due fuorilegge fanno strage di una famiglia. Capote si butta a capofitto sulla storia e nel 1966 ne trae un libro senza precedenti nella storia della letteratura stelle-e-strisce. A sangue freddo, romanzo-inchiesta ideato “sul campo” (grazie ai colloqui intimi con gli assassini, in galera) combinazione perfetta tra il distacco dell’autore e un coinvolgimento emotivo che va ben al di là di un semplice lavoro. Ne sono stati tratti due film, l’uno dietro l’altro (2005 e 2006): Truman Capote: A sangue freddo di Bennett Miller e Infamous. Una pessima reputazione di Douglas McGrath. Dopo mezzo secolo, pronti a rendere giustizia allo scrittore di New Orleans. A un piccolo maledetto. Come la sua Holly o come Marilyn. Tanto fa lo stesso.

domenica 1 aprile 2012

Mi chiamo Marchesi, Marcello Marchesi

Cosa lega il film del 1957 Susanna tutta panna per la regia di Steno, la canzoncina del 1972 cantata da Loretta Goggi, Taratapunzié, Asterix e uno qualsiasi degli slogan che hanno fatto la fortuna di Carosello? Un nome e un cognome: quelli di Marcello Marchesi. Scrittore (godibilissimo), sceneggiatore, regista, umorista, traduttore di fumetti, canzonettista e all’occorrenza anche cantante. Un uomo capace di mettere d’accordo Marisa Allasio, attrice torinese “povera ma bella”, Pippo Baudo, i produttori di un famoso Brandy e Beethoven, con la sua romanza per violino e orchestra op. 50. Come a dire: un uomo nato per lo spettacolo. Per il pubblico. Per divertirlo, e trasformare all’occorrenza i fedelissimi in consumatori. Un uomo del e per il Novecento: senza fisime, soprattutto.
Marchesi nasce a Milano cento anni fa, il 4 aprile del 1912, nel periodo finale della Belle Époque. In anni nei quali si comincia a pensare al benessere. La sua generazione è destinata a fare grandi cose, nella vita come nell’arte e nello spettacolo. Si laurea in giurisprudenza ma non fa l’avvocato perché nei Trenta (se si è bravi) è possibile scegliere fra professioni diverse. Quella del giornalista, per esempio. Il periodo è buono. Nascono le riviste che pesano (e che pensano): il Marc’Aurelio (1931-1943) con Gabriele Galantara, Steno e Federico Fellini, e soprattutto il Bertoldo (1936-43), edito da Rizzoli, periodico mai “fuori tempo” diretto da Giovanni Mosca e Vittorio Metz con Guareschi caporedattore e Paul Steinberg – fra i padri della grafica contemporanea – collaboratore. Marchesi si fa le ossa con i Rizzoli, poi collabora all’Eiar (AZ Radioenciclopedia), comincia a scrivere per la rivista (Alta tensione e Controcorrente) e per il cinema. È uno che sa fare tutto: o lo si ama o lo si odia. Ammirarlo – è veloce, diretto, zigzagante – vuol dire comprendere a pieno le sue capacità: altrimenti è giusto passare ad altro.
Chi più moderno di lui, d’altra parte? Re dell’aforisma, del battutone e della battutina. Il quotidiano è il suo “pane quotidiano”. Per lui l’attualità - miseralla o allegrotta - non ha segreti. Dai Trenta fino ai Settanta è tutto un fluire di scenette, per sé e per gli altri, col retrogusto del divertimento. Se lo spettacolo – cinema, teatro o televisione – è attività dell’osservare (e non pugnalata alla schiena), Marchesi dice la sua come e più di tutti. È autore che ama il gioco né duro né sporco, privo di segni di riconoscimento. Per questo i suoi slogan e i suoi sketch hanno durata pressoché illimitata. Per questo l’elite dello spettacolo italiano lo vuole (pretende) al proprio fianco. Dagli attori/artisti: Gino Bramieri, Cochi e Renato, Carlo Dapporto, Wanda Osiris e Alberto Sordi; agli autori: Dino Verde, Enrico Vaime e Maurizio Costanzo.
Il cinema, dunque. Per lui e per chi lo affianca fabbrica dei sogni, ma anche del divertimento, dell’umorismo e della comicità leggera ma veloce. Nel 1939 – quando non c’è molto da ridere – collabora con Mario Mattoli alla sceneggiatura di Imputato alzatevi! con Macario. Il regista vuole creare un ibrido dal matrimonio a tre fra pellicola tradizionale, presa in giro (farsa) e attualità. Chi meglio di Marchesi (e non solo lui: si pensi a Metz, Zavattini, Guareschi e lo stesso Fellini) è capace di soddisfare in pieno questa tendenza? S’inizia e si va avanti con Macario – oggi un po’ dimenticato – e si finisce con Totò. Nei Quaranta e nei Cinquanta Marchesi fa coppia fissa col principe della risata ed è sceneggiatore delle pellicole scacciapensieri più note della cinematografia italiana. Qualche titolo: Fifa e Arena, Totò al giro d’Italia, Tototarzan e Totò sceicco (tutte per la regia di Mattoli); e poi anche di: Totò le Mokò, L’imperatore di Capri e Totò lascia o raddoppia? Tanto per non farsi mancare niente: c’è la sua sigla anche dietro il successo di Walter Chari.
Col Walterone nazionale, d’altra parte, sembra avere un tratto in comune: l’Italianità. Il primo mette d’accordo nord e sud, Marchesi invece è contemporaneamente milanese “de Roma” e romano “de Milano”. É uno dei primi (e più noti) umoristi a trascurare la tradizionale comicità legata alle espressioni e ai modi di dire locali e dialettali.
Dal cinema alla tivù il passo è breve (oggi scriveremmo: dalla tivù al cinema). Marcello Marchesi sembra fatto per la televisione. La bella televisione naturalmente, quella degli anni Cinquanta. La sua comicità è leggera quanto basta, le sue prese in giro sono carezzevoli. Non è volgare, non annoia. Piace a tutti, insomma. I varietà televisivi – anche questi sovente firmati con Metz – sono parte della nostra storia (ah, poterli rivedere!). Ai più giovani i titoli non diranno granché, ma il divertimento, tanto per dire, è affatto garantito. Solo qualcuno: Ti conosco mascherina! del 1955 con Antonella Steni, Lui e lei del 1956 con Domenico Modugno, Il signore di mezza età (1963) con Sandra Mondaini, Lina Volonghi e Marchesi come conduttore, e Quelli della Domenica (1968) con Paolo Villaggio e i suoi personaggi: gli opposti professor Kranz e Giandomenico Fracchia – altro fiore all’occhiello del Nostro – al loro debutto. Gli ingredienti per tenere a battesimo i tempi moderni? Ironia ed eleganza. Ma tivù vuol dire anche pubblicità. E la pubblicità bisogna saperla fare, perché il boom economico trasforma ogni italiano in un potenziale cliente. Con Carosello – mitico contenitore di clip pubblicitarie – Marchesi ha sempre giocato in casa. Autore di ben quattromila slogan brevi, efficaci e curiosi fra i quali: «Basta la parola» e «Il brandy che crea un’atmosfera».
Fra i grandi del secolo che è appena trascorso: critici e addetti ai lavori lo giudicano così. Quasi immortale che la sua scomparsa nell’estate del 1978 sembra quasi uno scherzo. Si trova al mare, a San Giovanni di Sinis, nel golfo di Oristano, cerca di divertire il figlio avuto dalla seconda moglie, ma sbatte la testa e muore improvvisamente. Ha solo sessantasei anni, e ha trascorso l’intera vita a scrivere di noi. «Non ho niente da dire. Ma lo devo dire»: è lo slogan col quale può essere ricordato a un secolo dalla nascita. In tanti, che non sono Marcello Marchesi, lo hanno preso troppo sul serio. Purtroppo.

domenica 25 marzo 2012

Zidane e Materazzi: molto rumore per nulla


«C’è un grande prato verde / Dove nascono speranze / Che si chiamano ragazzi / Quello è il grande prato dell’amore…», cantava Gianni Morandi nel 1967. Qualunque sia il significato della canzone (si parla del gioco del calcio?), difficile trovare un punto d’incontro con quanto accade oggi nei prati verdi più celebri del mondo, in ogni latitudine. Difficile trovare un legame con quanto avvenuto nel lontano (ma non lontanissimo) 9 luglio del 2006. Amore o violenza? La seconda di sicuro.
Adesso a ricordarcelo – per i non sportivi parliamo della finale dei mondiali di Germania, fra Italia e Francia e della celebre testata di Zinedine Zidane a Marco Materazzi al minuto 111: cioè durante i tempi supplementari – c’è una statua dello scultore algerino Adel Abdessemed (algerino proprio come papà e mamma Zidane), raffigurante la testata più celebre degli ultimi decenni, esposta alla galleria David Zwirner di New York. Abdessemed è un artista concettuale, nato a Costantine in Algeria nel 1971, passato a Parigi e poi nella Grande Mela. Le tematiche dei suoi lavori sono fra le più comuni: violenze e soprusi consumati verso i più deboli (e verso gli animali). Le risultanze sono decisamente contemporanee: immagini sacre e profane le une vicine alle altre, e poi naturalmente combinazioni e contaminazioni: rifiuti, animali, oggetti d’uso piuttosto comune e crocefissi. La statua del famoso fallo di Zidane, dai contorni piuttosto tradizionali (e tradizionale è pure il titolo: coup de tête) è parte di una mostra dal titolo decisamente impegnativo: Who’s afraid of the big bad wolf? (Chi ha paura del lupo cattivo?) ma dal significato fin troppo chiaro: la sovranità del dietro le quinte nello sport e nello spettacolo, e dunque nel mondo d’oggi. Quei dietro le quinte, quelle verità nascoste tutt’altro che amorevoli e a volte inutili, che reggono il timone dei nostri pensieri.
Tuttavia, in quella statua c’è molto di più. Visto che a sei anni dalla vittoria della Nazionale ai mondiali tedeschi (sì, perché quei mondiali l’Italia li ha vinti), i ricordi di quelle “notti magiche” sono roba da preistoria o da romanzetto fantasy. Così come le previsioni ottimistiche circa il vantaggio economico e d’immagine che il nostro Paese poteva ottenere con la vittoria del suo quarto mondiale. Troppo vicina, per paradosso: ancora più vicina oggi, la memoria del mondiale di Spagna del 1982, che segnò una svolta in positivo, e nel breve periodo, per l’Italia. L’ennesima, forse ultima puntata, della lunga storia del made in Italy. Perché no? Il nostro Paese poteva salutare la vittoria come un’opportunità calata dal cielo? Proprio come ai tempi di Enzo Bearzot? Chi lo pensava non aveva fatto i conti con la possibilità di una crisi mondiale, né con l’incapacità cronica del nostro Paese di uscire da un’emergenza istituzionale e da una crisi politica.
Così quell’improvvisa caduta di Materazzi, quel movimento plastico, oltre che simbolo della fine di un certo modo di concepire lo sport (da isola felice a specchio dei tempi e pane per i dietrologi) è anche simbolo del crollo di un’epoca. Della fine del sogno. Ben presto la crisi del 2008 avrebbe riportato tutti – italiani e non – coi piedi sulla nuda terra. Non solo lo sport è pane quotidiano, ma impossibile immaginare che un successo ottenuto in un grande prato verde possa trasformarsi in un successo nella vita. Adesso è tutto maledettamente complicato no? Quello che ha come protagonisti la coppia Zidane-Materazzi è un episodio in grado di riassumere tutti questi significati. E molti altri, a giudicare da ciò che fu scritto all’epoca. Innanzitutto si poneva la questione della provenienza dei due calciatori. Della loro infanzia, insomma delle loro origini. Materazzi, è uomo nato al sud e rimasto presto orfano di madre. È un giocatore che predilige il gioco duro e le partite (come s’usa dire) maschie. Zidane non è da meno: dodici espulsioni nella sua carriera, ha iniziato nelle banlieue marsigliesi. Due tipi tosti almeno in campo (Zidane più introverso), idoli delle rispettive tifoserie e comunità. L’uno soprannominato Zizou l’altro Matrix.
Naturalmente qualcuno scomodò anche la questione religiosa (Zidane è musulmano), razziale, ci fu chi disse che quella testata segnava il fallimento di una certa politica dell’integrazione, chi invece chiamava in causa questioni legate al terrorismo (un’insignificante accusa!). Nulla di tutto questo naturalmente. Il semplice insulto di Materazzi a Zidane (al tempo stesso banale e odioso), non era per nulla inquietante; non aveva nulla di complicato, nulla di destabilizzante, era solo un (maleducato) “a soreta”, un “tua sorella è una putt.” o via discorrendo.
Il casus belli, come si ricorderà, una maglia tirata da Materazzi, difensore, a Zidane, attaccante. Poi la replica di Zidane, ironica; la controreplica di Materazzi con l’insulto e la testata di Zidane (espulso per l’ultima volta in carriera, anche perché quella era l’ultima partita ufficiale). Tutto qua. D’altra parte, la verità era emersa a poco a poco e in maniera spezzettata, fino all’estate del 2007, fino a quando Materazzi non si confessava a “Tv sorrisi e canzoni”. Inizialmente si sospettò di insulti alla mamma di Zidane (subito smentiti), nel frattempo vennero pubblicati libretti colmi di facezie e “canzoni” (virgolette necessarie) entrate nella top ten francese. Almeno per i primi mesi, poi, divenne impossibile contare le interviste, le smentite e i pronunciamenti di personalità più o meno autorevoli. E neppure si contarono le scuse o le nuove accuse (naturalmente non tutte vere) dei protagonisti.
Ad oggi su internet esistono interi siti dedicati all’episodio (www.dilloazidane). Con le soluzioni più stravaganti, rese nei dialetti più impensabili. Con le voci più incredibili (c’è perfino quella di Diego Abatantuono). Alcuni siti invece hanno optato per il comune passatempo: il visitatore può trasformarsi in Zidane e colpire tutti i Materazzi che vuole. La pace ufficiale fra Zizou e Matrix, infine, arriverà alla fine del 2010 in un albergo di Milano. Con un abbraccio fra i due definito caloroso dal quotidiano spagnolo “Marca”. Niente guerra, niente crociata. Quando si dice: molto rumore per nulla.

lunedì 19 marzo 2012

L'operaio di Juenger: dominio e tecnica

«Crede in un aldilà?», chiedono gli intervistatori a Ernst Jünger. La risposta è di quelle che non ti aspetti. Perché Jünger, uomo di metafisica, era persona affascinata dai dubbi, oltreché di metodo. «Vorrei poterlo fare. Ma con quali strumenti?». Il suo quasi omonimo, Carl Gustav Jung, avrebbe avuto molto da dire. Ancora: «Neppure la filosofia Le è venuta in soccorso?». Replica: «Il mio giardino mi dà una certezza maggiore di qualsiasi sistema filosofico». Gli intervistatori sono Franco Volpi, scomparso ahimè qualche anno fa, e Antonio Gnoli giornalista di Repubblica. L’intervista, un documento universalmente noto a saggisti e amanti del catalogo Adelphi (I prossimi titani) compilata per i cent’anni dell’autore delle Tempeste d’acciaio e delle Scogliere di marmo. Quanto basta per entrare nel castello incantato del vecchio di Wilflingen. Fra la foresta nera e qualche (triste) ricordo celiniano.
Rammenti il lettore, giovane o distratto, queste poche righe di risposta (le parole dell’amico di Gide e di Schmitt, di Heidegger e di Niekisch) per non cadere nella tentazione dell’intellettuale medio: l’arte di buttarla in filosofia. Offrendo alla legge della parola il vantaggio che occorre per trasformare gli uomini in discorsi e le cose in idee della cosa. In guerra Jünger è stato protagonista in anni nei quali l’Europa si giocava il proprio destino fra le bombe e l’eroismo dei pochi. Cosa c’entra questo con la lettura di un libro – dettato dal proprio ego – o il tedio di una lezione universitaria? Jünger lo si può leggere tranquillamente dopo Marx perché offre la stessa sensazione di uomo schierato. Che spia il futuro e crede di interpretarlo. Un uomo però che ha fatto la sua parte. «Come Marx, Jünger ha simpatia per ciò che è forte e vittorioso», scrive Quirino Principe nella prefazione a L’operaio. Dominio e forma, opera del 1932, probabilmente perché ha dietro di sé non idee ma esperienze fondamentali, sa o crede di sapere da che parte si volgerà la storia.
Der Arbeiter o in italiano L’operaio compie ottant’anni. Fra le opere di Jünger è fra le più note, ma anche fra le meno lette perché (non nascondiamolo) è abbastanza noiosa. Scritta in un periodo fondamentale della storia del secolo scorso, poco prima che il nazionalsocialismo andasse al potere. Non ha alcun legame diretto con le esperienze e le politiche hitleriane. Der Arbeiter è un libro di guerra scritto in tempo di pace (ancora per poco). Guarda al futuro (anche con ingenuità), a quello che sarà il rapporto fra l’uomo, il lavoratore, e la tecnica, ma con continui sguardi al passato: più o meno a quel che è stato a partire dal quindicennio precedente. Non poteva non essere così: una guerra mondiale non si dimentica in un batter d’occhio. Jünger tenta di trasferire lo spirito del combattente, l’uomo di trincea, nello spirito del dominatore civile, delineando la figura di un nuovo tipo d’uomo.
Sanare le ferite della contemporaneità: è questo il suo scopo. Naturalmente non è il solo a rendersi conto che modernità e progresso (col quale ha un rapporto negativo ma complesso) hanno restituito un mondo diverso da vivere e dominare nella sua assolutezza, ma lui al contrario dei catastrofisti d’ogni età e luogo spende il proprio talento per il superamento delle contraddizioni. Cosa accadrà dunque? Grazie al lavoro, dice Jünger, grazie alla forza dominante della nostra epoca, l’umanità sarà in grado di assumere una nuova figura quella, appunto, del lavoratore. Non si tratta, com’è facilmente intuibile, né di un’astrazione né di un dato estrapolabile dalla mera esperienza, ma come ricorda Marcel Decombis autore di uno storico saggio dal titolo L’ideale nuovo e la mobilitazione totale (che col lavoro di Julius Evola – L’operaio nel pensiero di Ernst Jünger – è fra i più citati da una certa area ideale), esso appartiene «ad una sfera superiore della realtà» quale dominatore di ogni altro valore dell’umanità.
Il lavoro per Jünger non ha il significato che generalmente gli viene attribuito dalle dottrine socialiste, né più in generale alcun significato economico, ma è l’espressione di un’essenza, è un valore universale, non un mezzo, non un mestiere, ma un’energia che non appartiene soltanto all’uomo ma è riconoscibile anche nella natura. Un processo eterno e universale e come tale è al di là di ogni morale umana. La durata del lavoro non incontra soste, essa si estende per ventiquattro ore assumendo diversissimi aspetti.
Come definire dunque la figura del lavoratore? Date le premesse, essa non appartiene a una classe e soprattutto non ha legami di continuità con i regimi storici: il lavoratore non è il «quarto stato», né custodisce al proprio interno valori esclusivamente economici (anzi: sono questi i “tipi” da superare). Troppo riduttiva sarebbe parsa a Jünger la visione di un lavoratore-classe sociale, un nuovo prodotto evoluzionistico dal significato economico subentrante alla classe borghese. E allora? Ecco il colpo di scena: Jünger vede nel lavoratore una forma particolare agente secondo leggi proprie che segue una propria missione e possiede una propria libertà, il protagonista della modernità destinato a sostituirsi all’individuo e alla comunità.
Con la spiegazione del ruolo del lavoratore, arriviamo a comprendere in che modo, per Jünger, il tipo sarà protagonista nel futuro. E qui entra in gioco la tecnica. Jünger pensa a una organizzazione planetaria, a un regno dell’operaio che si instaura grazie alle forze a disposizione del lavoro e a una decisiva mobilitazione totale. Alla tecnica – che non è un fine – verrà affidato un compito limitato; diverrà protagonista solo chi avrà la capacità di non «porsi sotto il suo giogo». Queste ultime riflessioni ci aiutano a soppesare la definizione che Jünger dà della tecnica: «la tecnica è il modo in cui la forma dell’operaio mobilita il mondo».
Un doppio nodo legherà, allora, tecnica e dominio della forza: la conquista dello “spazio totale” da parte della tecnica permetterà il dominio, ma solo questo dominio sarà in grado di tenere a bada la tecnica stessa. Tipo e tecnica saranno in definitiva due forze parallele ed eminentemente universali. L’uno legato all’altra come un mitragliere al proprio mitragliatore.

sabato 17 marzo 2012

Quell'ultimo patetico tango

È un film senza amore. Con molto sesso consumato e raccontato. Lui, Marlon Brando, nel ruolo di un ex pugile ed ex giramondo, vedovo e fallito. Lei, Maria Schneider, vent’anni appena, ha viso ingenuo e battuta pronta. L’accoppiata è di quelle che non si dimenticano. L’intreccio è fatto di passione autentica. Fra i due inquilini di uno stesso appartamento.
Vien da pensare a Sigmund Freud o a Wilhelm Reich, al tempo assai di moda; ma anche a Parigi, capitale di un erotismo senza luci e qualche ombra. Una metropoli irriconoscibile, immemore degli antichi splendori. Un luogo in vendita. Un oggetto comune in movimento. Vien da pensare a chi scopre che il sesso sia divertimento (naturalmente) ma anche anticamera della distruzione. Vien da pensare ai giovani del tempo, ai “dreamers”, ai sognatori, come li avrebbe appellati Bernardo Bertolucci in un film di trent’anni dopo.
Lo scheletro di Ultimo tango a Parigi, film scandalo del 1972 diretto da Bertolucci e sceneggiato con Franco Arcalli (C’era una volta in America) è tutto qua. Le sensazioni pure. Ma sono passati quarant’anni e molta acqua sotto i ponti della Senna. Niccolò Amato pubblico ministero che ne ordinò il sequestro (e la successiva distruzione, che rimase quasi lettera morta), oggi non la pensa più come un tempo. «Il concetto del pudore, per quanto riguarda la sfera sessuale, nel corso degli anni si è evoluto in modo radicale», dunque il film-capolavoro oggi la passerebbe liscia. L’accusa oramai celebre “esasperato pansessualismo fine a se stesso” oggi semplicemente non sarebbe più un’accusa: ma un fatto come un altro.
Ma, nei Settanta? A quel tempo (non è soffice nostalgismo ma un fatto, ancora) qualcuno alzò un dito per dire che era bene pensarci un po’. Pensare alle scene di sesso quasi-esplicito e al sesso senza amore rapido, brutale, a volte persino senza scopo. Forse però a guardare Marlon Brando, quarantenne consumato dalla vita e dal suicidio della moglie, misero gestore di un alberghetto a ore; uno yankee misterioso e a tratti malandrino ma tutt’altro che “eroico”, verrebbe in mente un’ideuzza: che i modelli del tempo non fossero né belli, né sani né forti. Qualcuno zoomando sulle immagini che fanno da cornice al dialogo fra Marlon Brando e Massimo Girotti, “rivale” del protagonista e amante della moglie, scoprirebbe le immagini di Albert Camus e Boris Vian. I soli personaggi nobili di una storia piccola piccola, raccontata tuttavia con gran classe. La storia di un uomo brutale ma debole, indecifrabile ma patetico. Patetico come apparirebbe oggi, secondo Amato (che ha ragione da vendere), lo scandalo nato negli anni Settanta per l’uscita del film.

domenica 11 marzo 2012

Lovecraft o Whitman?

«L’Uomo Moderno, io canto», scriveva Walt Whitman nel 1867. Un piccolo manifesto dell’individualismo, una carezza alla persona che ci si poteva permettere a quel tempo e – soprattutto – in quei luoghi. «Canto … la semplice singola persona», esordiva con buona dose d’ottimismo. Nella possibilità, nella certezza di poter cantare l’America. Ancora, a quel tempo. Dopo (abbastanza dopo) venne Ezra Pound a dirci che la democrazia – quella democrazia, intesa come valore – non era futuro ma passato da dimenticare, anzi ostacolo da superare, matassa da «sbrogliare». «L’usurocrazia … si riserva la parola “democracy” per mascherare il controllo che è attualmente nelle mani degli usurocrati», scriveva nel 1940. Da più parti spuntavano inni all’uomo nuovo… in mezzo c’erano state la Grande guerra, la crisi del ’29, Hitler, Mussolini, Stalin e l’inizio della Seconda guerra mondiale. Nel mezzo c’era stata anche quella lunga parentesi di scetticismo che non avrebbe mai abbandonato le sponde dell’Occidente. Perché, secondo Oswald Spengler era proprio quell’Occidente ad essere in crisi.
Tutta colpa di? Di Nietzsche secondo alcuni. Pier Aldo Rovatti ha scritto che dopo Nietzsche, morto nel 1900, è in atto un cambiamento radicale. «Viene meno un’idea di verità, quella che aveva tenuto insieme la filosofia dai greci fino alla modernità». Non proprio roba da nulla. E dunque si dovrà cominciare a fare i conti con qualcosa di nuovo. Dopo vari tentativi e qualche “furto di terminologie” qualcuno appiccica (e riappiccica) i termini di postmoderno o di nichilismo, qualcun altro continua a utilizzare il vecchio termine moderno con accezione ultranegativa. Cambia poco. La depressione «fungo velenoso che spunta dove e quando vuole» (così, poco tempo fa, Guido Ceronetti), s’attacca all’uomo e alle civiltà spengleriane. Come s’ammalano gli uni si ammalano dunque anche le altre.
Facciamo i conti con questo po’ po’ di storia. E scontiamo le sofferenze di un mondo globalizzato che richiama costantemente la nostra attenzione. La Belle epoque è passata di moda e il capitolo di Noi che ricorda la nostra condizione, è quello abbastanza miserello del crollo dell’impero. I “barbari” questa volta sono qui, a due passi da casa, a contatto di gomito: nessun Capitano Drogo pensi di vivere nel deserto dei Tartari, al di qua di una linea che ci divide da un altrettanto misterioso nemico: quella linea (e forse perfino quel nemico) non esistono più. Alzi la mano, d’altra parte, chi trova in tasca l’alternativa alla modernità: libercoli o articoli a parte (senza basi concrete o nostalgici dei “bei” tempi passati), l’orizzonte è piatto come il mare d’estate e la mancanza di soluzioni alle crisi, certe e “definitive”, ci convince, per dirla con lo storico Giuseppe Galasso, che «la modernità non ha alternative nel suo tempo».
«C’era una volta il mondo premoderno», scriveva il 16 settembre scorso Galasso, «fatto di forti certezze di antica sedimentazione quanto a valori morali e comunitari, a relazioni umane e sociali, a scansioni del tempo e delle stagioni, a pratiche produttive e mercantili, a senso della vita e della morte, e a tanti altri fisici e metafisici connotati della realtà e della vita. Eccoci, invece, col moderno, in un mondo dai connotati opposti: relativismo, incertezze, insicurezze e simile compagnia cantante di un vissuto oscillante per lo più tra alienazione e angoscia, ma anche tra altri dilemmi non meno laceranti, senza regole condivise nell’atteggiarsi e comportarsi». Discorso vecchio come il cucco (Galasso lo sa bene), che lascia spazio alla facile ironia: gli antimoderni – parliamo degli opinion leader naturalmente, gli altri sono solo scolari disattenti – disegnano il nemico in maniera da far splendere i pregi di un mondo alternativo (che però resta indeterminato), un Eden botticelliano dove armonia e bellezza si danno ininterrottamente la mano. In questo mondo e in questo modo, le ragioni per le quali è nato il moderno (le libertà, in primo luogo) vengono esaminate come macchie incancellabili o come terribili malanni (fa lo stesso). È un discorso che va avanti da decenni e che un secolo fa, com’è noto, trovò anche “legittimazione” politica. Com’è che la malattia del totalitarismo e le dittature si impadronirono dell’Europa è però altrettanto noto, a tutti…
Eppure il problema esiste, e non lo si può nascondere. Nonostante gli antimoderni siano sovente dei pessimi avvocati delle loro (nobili) cause. Per riprendere Galasso, naturalmente a un certo punto, la modernità «era stata posta in dubbio e guardata con crescente diffidenza, fino ad apparire tanto equivoca e dannosa da essere spesso condannata e ripudiata». Qui il discorso torna ad estendersi. «La crisi dell’dea di progresso incubò e partorì la crisi dell’idea e del valore della storia … ben presto cominciò il cammino inverso: il mondo va avanti e peggiora … Il progresso tecnico e scientifico appare letale e inaccettabile per poco che ci si allontani dalla naturalità non solo dell’uomo, ma per tutta la realtà». Nodi eternamente al pettine delle società contemporanee. Non si tratta più della tipica fiducia illuministica nel progresso dell’uomo e della società insieme, ma di qualcosa di diverso che, tuttavia, è parte integrante della stessa modernità. Perché se è giusto osservare che l’idea di progresso è in crisi, è altrettanto giusto e onesto osservare che nessun’altra formula è mai riuscita a scalzare i fondamenti illuministi. La maggior parte delle teorie cicliche rimane, tuttora, confinata nel filosofismo, nella metafisica e nella sparata bella e buona e, tanto per citare il pragmatismo americano, nessuna “verità” alternativa si è imposta, a posteriori, sulle altre “verità”, chiamate a rispondere di non pochi misfatti. Insomma, crisi del progresso, crisi della modernità ma entro i confini (peraltro sempre più incerti) della stessa modernità e dello stesso progresso, che pare non se ne vogliano più andare via…
Da questo punto di vista, dubbi e insicurezze sull’effettiva utilità o danno di qualsiasi innovazione non interessano affatto il progresso, ma sono questioni che riguardano dall’interno il progresso stesso. Sono cioè opzioni diverse all’interno di una stessa “filosofia”. Non si tratta di scegliere fra vita e morte del progresso, ma su forme alternative dello stesso. Progresso consapevole dei rapporti costi/benefici, in primo luogo e forme di progresso non esclusivamente tecnologico, in secondo. Il rispetto per l’ambiente e per l’uomo rimangono così due capitoli fondamentali nel grande libro del progresso. Dopo il disastro atomico di Fukushima, in Giappone (11 marzo 2011), per esempio, gran parte dei Paesi industrializzati – in Italia, si è svolto un apposito referendum – si son chiesti se fosse opportuno coltivare idee e prassi relative al nucleare. La scelta, attualmente, sembra premiare in Germania e in Italia (dove però la popolazione è come al solito spaccata in due), un certo scetticismo, ma non in Francia e soprattutto negli Stati Uniti. Naturalmente, la scommessa sul futuro sarà anche quella sugli investimenti per forme di energia alternativa (che comporteranno a loro volta costi, scelte e divisioni politiche), e certamente non su una fase di miope deindustrializzazione.
Ma, mutatis mutandis, si ripresenta la questione alla quale si interessò Pier Paolo Pasolini circa lo «sviluppo» e il «progresso». Il progresso è per i poveri, per i lavoratori o (aggiungiamo) per chi vive situazioni di svantaggio o nella precarietà; lo sviluppo per chi ha interessi economici cioè per la borghesia o per chi gestisce il potere. Categorie che si potrebbero riutilizzare per porre in chiaro una questione. Il progresso è un concetto vasto che riguarda anche il benessere e la qualità della vita, lo sviluppo può essere abbinato per la maggiore agli interessi di un certo numero di affaristi o investitori. Che guardano esclusivamente al profitto o ai vantaggi economici, relegando in secondo piano tutto il resto. La questione attualissima del cantiere della Tav, può essere naturalmente collocata anche all’interno di questo schema. Profitto versus utilità. Sviluppo versus sicurezza. E così via.
Diverso commento merita, invece, una tendenza anch’essa di contrasto alla modernità (e dunque tipicamente moderna) che poco o nulla a che a fare col progresso e che anzi quel progresso cerca di negarlo in toto. Si tratta di una sorta di sindrome dell’accerchiamento, di un’attrazione puramente irrazionale per le angosce, per le catastrofi prossime venture; di un pensiero ultranegativo che si attacca come una sorta di virus a qualunque cosa abbia la sventura di esistere. Ed è bene non confondere dei “semplici” negatori di verità o degli scettici dalla prosa affascinante con chi si aggrappa all’immaginazione – seppur con notevole originalità – per tentare di guarire da una realtà che lo ha inesorabilmente sconfitto. Né René Guénon, né Emil Cioran che si leggono ancora oggi con estremo piacere, ma Howard Phillips Lovecraft può essere considerato un esponente tipico di questa tendenza, colui che per citare Gianni Pilo e Sebastiano Fusco «metamorfosizza le sue fobie facendone altrettante oscene divinità di un pantheon dell’orrore e dell’assurdo, entità grottesche e ripugnanti, esalazioni miasmatiche di un Altrove nel quale fermentano tutte le abominazioni». Un autore che per dirla ancora con Michel Houellebecq vive una vita «fuori dalla realtà», ed è addirittura un «masochista»; un autore che viene sovente fatto oggetto di uno strano culto come se dalla lettura dei suoi libri sbucasse fuori – come desiderata illuminazione – chissà quale mirabolante certezza.
Se declinata in codesta maniera, l’opposizione alla realtà perfino nelle forme più ribelli, si trasforma in un incubo che prelude a una caccia al nemico – sovente, per fortuna, immaginario – senza possibilità di tregua, né d’altro canto di vittoria. Lovecraft ha detto che la modernità può essere attesa di distruzione, senza ombra di luce, Whitman invece ci pone a contatto con la luce: «Io sono dei giovani e dei vecchi, degli stolti e dei saggi, / Incurante degli altri, riguardoso di tutti, / Materno quanto paterno, bambino quanto adulto, / Imbottito di volgarità, ripieno di delicatezza, / Uno della Nazione di molte nazioni, delle più piccole e delle più grandi». Spetta a noi decidere a chi prestar fede. Esiste un’epica della modernità, ed esiste un’epica dell’antimodernità. Scegliamo solo tonalità e colore.


domenica 4 marzo 2012

La famiglia italiana al cinema

Promossa dal comune di Milano in collaborazione con la Fondazione Milano – Famiglia 2012, dal 2 marzo al 1° aprile si tiene a Palazzo Reale la mostra fotografica “Famiglia all’italiana”. Mostra realizzata dalla Fondazione Ente dello spettacolo e dal Centro sperimentale di cinematografia nazionale. Oltre sessanta fotografie per raccontare l’evoluzione (o l’involuzione) della famiglia italiana attraverso l’occhio spietato del cinema. A cominciare dagli anni Dieci, cioè da cento anni fa, fino ai giorni nostri. Una bella scommessa e un bel rischio a giudicare dalla spietatezza con la quale la settima arte ha disegnato i contorni della nostra esistenza, dentro e fuori casa, dalle piazze ruvide e vocianti alle stanze da letto rilassanti e silenziose.
La mostra prelude al VII incontro mondiale delle famiglie (Milano, 30 maggio 3 giugno 2012) ma non si fermerà alla sola città di Milano, più in là infatti toccherà anche le sponde della Capitale, città che si è prestata come poche al racconto di un’italianità fatta di pochi pregi e molti difetti.
La famiglia è il luogo nel quale tutti i nodi vengono al pettine. E quel che accade al suo interno è riflesso non deformato di quello che si suol chiamare il più vasto contesto sociale. Non per niente il Sessantotto è prima di tutto una questione familiare (con le ribellioni contro i padri), non per niente il motto che richiama la dinamica delle relazioni uomo-donna, “il privato è pubblico”, riguarda proprio le relazioni all’interno della famiglia; non per niente, per guardare altrove, agli inizi del secolo i primi grandi ribelli (negli anni Dieci) tendono a prendere le distanze dalle eredità familiari, non per niente infine le biografie dei grandi personaggi del nostro tempo (si pensi a John Lennon) partono da contesti familiari decisamente fuori dall’ordinario.
Si parte dal cinema muto. Non una porzione trascurabile né minore, come sa chi ha seguito la recente notte degli Oscar con la vittoria di The Artist, e si parte dalla diva del tempo Francesca Bertini. Personaggio ingiustamente dimenticato. Basta sfogliare una storia del cinema (la londinese The Movie), per imbattersi in periodi di questo tipo: «Negli anni della grande guerra basta lo striscione ‘stasera Bertini’ senza nemmeno citare il titolo del film, perché immense folle riempiano i cinema; il suo mito si propaga anche all’estero…». Bertini guadagna mille lire al giorno nell’era delle mille lire al mese, ed è protagonista assoluta (a un tempo attrice e regista insieme a Gustavo Serena) di Assunta Spina (1915), drammone napoletano dalla trama terribile tratto dall’opera teatrale di Salvatore Di Giacomo. “Manifesto” della sottomissione della donna ovunque essa sia. Nel film, Assunta fa di tutto per salvare il proprio uomo violento e per nulla raccomandabile, assumendosi la paternità di un omicidio. Quasi la trama di un’opera pucciniana (le date coincidono), con la donna incatenata a un destino o di miseria o di morte. Non troppo diverso l’intreccio del capolavoro di Visconti, Ossessione (1942) con Clara Calamai e Massimo Girotti, ispirato al Postino suona sempre due volte di Cain. Quasi trent’anni sono passati (dal realismo al neo-realismo), ma non ci si è spostati molto in là dall’idea di una donna-anello-debole insoddisfatta se non infelice, la cui sorte è inevitabilmente legata ai costumi o al contegno di un uomo. E la morte? La morte arriva come sgradita “ricompensa” per aver tentato di forzare la mano del destino. Amore, passione (infelice) e infine morte: impossibile allontanarsi da questo trinomio. Ogni cosa sembra girare attorno al possesso e al desiderio sessuale.
Interessante notare come negli anni Sessanta, il processo di imborghesimento della vita sociale porti a un rasserenamento nei rapporti familiari. Amori,tradimenti inevitabili e infatuazioni valgono adesso quanto un gioco di ruolo. Famiglia e rapporti (intimi) passano quasi in secondo piano rispetto alle nuove esigenze: arricchimento e scalata sociale. In una società aperta apparire è già un primo traguardo. La commedia all’Italiana fa tutto il resto, trasformando in risata a denti stretti le tragedie apparenti. Si ripassino I Mostri di Dino Risi (1963), appuntamento con un’Italia straordinariamente diversa. Distratta, moderata solo in apparenza e farsesca. Punto di non ritorno è però Divorzio all’Italiana (1961 - dopo esser passati per la rivoluzionaria e anticipatrice Dolce vita simbolo di un’Italia nuova). Film di Pietro Germi, sul barbaro delitto d’onore, sul divorzio (appunto) all’italiana e su una surreale istigazione all’adulterio. Ma la donna-anello-debole è già pronta ad assumere un ruolo diverso. La doppia valenza (quasi tradizionale) di moglie o amante non viene meno (ce la siamo trascinata fino all’altro ieri), ma la donna sembra già padrona del proprio destino, e ciò apre a prospettive nuove, inconsuete.
Le commedie sexy degli anni Settanta-Ottanta sono un inno alla nuova libertà sessuale, ennesimo capitolo di un rapporto, quello coniugale, oramai in crisi e di una libertà nei costumi che, per altro verso, sarà caratteristica imprescindibile dei nuovi (nuovi) ricchi degli anni Ottanta. La categoria sociale alla quale sono state dedicate pagine e pagine di analisi, oltreché un sottogenere cinematografico come i “cinepanettoni”. Nei film di Natale come in quelli agostani, la famiglia è formata da un papà sovente ricco, con amante, una moglie dedita esclusivamente al divertimento, e uno o più figli adolescenti, cresciuti fra i lussi e l’ignoranza. I legami emotivi all’interno della famiglia sono praticamente ridotti a zero. O ridotti a transito di superficie. Messaggio poco edificante: il danaro è protagonista, o mezzo o fine. Non importa.
Fra i pochi registi che non cedono alla morte della famiglia, grazie anche al suo delicato nostalgismo e alla fede, c’è un nome importante: Pupi Avati. Considerato fra i registi meno alla moda nel nostro Paese, malgrado si tratti di un gran personaggio. Chissà perché… Negli anni più vicini a noi, infine, dai Novanta in poi, all’interno della cinematografica italiana sono entrati nuovi temi legati alle nevrosi (da Verdone a Gabriele Muccino) e all’omosessualità (Ferzan Özpetek). Nel 2005, Cristina Comencini ha portato sullo schermo il tema dell’incesto con La bestia nel cuore. L’immagine della famiglia in senso tradizionale si è così sbriciolata. Al suo posto una sorta di precariato esistenziale, sposo ideale dell’estinzione della progettualità, e come è stato detto della morte del futuro. Specchio fedele di un’esistenza ridotta al giorno per giorno. Al cinema come nella vita.