domenica 22 gennaio 2012

FantaSud

Credo che Benvenuti al Sud di Luca Miniero, prequel di Benvenuti al Nord in questi giorni nelle sale, film del 2010 sul nostro Sud bello, caloroso e affascinante, abbia un grosso difetto. È un film non-film, è un film non-recitato con due non-attori come protagonisti: Claudio Bisio e Alessandro Siani. Ha i pregi di un lungo spettacolo di cabaret – battute pronte e ritmi giusti – ma i difetti di una storia raccontata per il gusto di divertire, che non lascia alcun retrogusto: insomma che alla fin fine non significa niente. D’altra parte anche la storiella del dirigente lombardo che teme il trasferimento al Sud ma che poi se ne innamora è vecchia come il cucco (al Sud non mancano gli emigranti padani innamorati del sole, del mare, degli uomini o delle donne meridionali), ed è tutt’altro che un messaggio controcorrente, come certe reclame un po’ furbetta lascerebbe pensare. Venire al Sud e trovarsi bene non è affatto una novità né un tema rivoluzionario o peggio un omaggio all’assurdo, per cui quel che ripete Siani nel film del 2010 e per ben due volte: «quando si viene al sud si piange due volte, quando si arriva e quando si parte», è sostanzialmente vero.
La questione è tutta un’altra. Perché essere trasferiti al Sud e trovarsi bene è una cosa, atteggiarsi a osservatori della vita quotidiana del Meridione è un’altra. E qui naturalmente non bastano i film, non bastano i libri e non bastano i proclami dei politici (del Sud), perché a misurarsi con la realtà non sono gli sciocchi coi loro pregiudizi ma (tutti) gli italiani: quelli che vivono da Roma o da Napoli in giù. Ed anzi, assurdo per assurdo, perché il teatro dell’assurdo è un divulgatore di verità scomode, un lavoro come quello di Miniero lontano anni luce da qualsiasi realtà, anche semplicemente sociologica, è più negativo che positivo. Per il Sud intendo dire. Perché è uno spot pubblicitario bello e buono, che tanto piace a chi è ipocritamente convinto che il Sud sia solo spettacolo, verde, sole, mare e bella gente (e c’è chi li attende questi spot!). Uno spot che alimenta la solita vecchia ideologia per cui al Sud, tutto sommato, le cose non vanno poi tanto male. O se vanno male: pazienza. O che (peggio) le differenze fra il Nord e il Sud siano opera di cause esterne e che nulla hanno a che vedere con la gente del Meridione.
È un cane che si morde la coda. Una quasi freudiana coazione a ripetere che funziona così: più si parla male del Sud (e lo si critica per il modo vergognoso col quale dilapida le risorse, non le sfrutta, pratica la politica della scorciatoia, non riesce a darsi un governo credibile) più al Sud si reagisce, a volte con toni deliranti, utilizzando i vecchi temi. Quelli della grandezza e della bellezza dei luoghi – che peraltro nessuno disconosce – e della genialità dei meridionali tutta cultura, generosità e poesia. Così facendo naturalmente si forniscono tante belle armi a chi (al Sud) vuol sentirsi ripetere quel che gli conviene, armi per contrastare il complesso delle critiche: sia quelle giuste che quelle ingiuste. Ma non finisce qui. Se le battaglie si svolgessero sul piano di una struttura civile (pensiamo alla grandezza di Leonardo Sciascia, per esempio) ci guadagneremmo tutti. Purtroppo ogni cosa si svolge a livello di sovrastruttura ideologica, di capriccio letterario o di esercitazione di “bella” scrittura: per cui mai nessuna chiacchiera o libro riusciranno a incidere su una realtà immobile e spesso penosa.
In questa modo si spiega anche il successo sproporzionato di Andrea Camilleri, scrittore soprattutto per turisti, la cui Sicilia nessun siciliano ha mai incontrato (né mai incontrerà), o si comprendono agevolmente le parole di Pietrangelo Buttafuoco sulla Sicilia; parole lontane anni luce da una realtà triste e di pura decadenza. Realtà generalizzata ovviamente e non come scriveva Antonio Roccuzzo (Mentre l’orchestrina suonava “Gelosia”, Mondadori) limitata a quattro amici che la cultura la consumano o di cultura ci campano.      
Basta? Per niente. Se messe una sull’altra le ricette degli amanti del Sud, andrebbero a formare dei pasticci inenarrabili. Secondo il governatore Raffaele Lombardo, succeduto a Totò Cuffaro ospite delle patrie galere, gran parte delle colpe dell’arretratezza del Sud e delle difficoltà dei siciliani sarebbero di Giuseppe Garibaldi: dell’annessione al Piemonte, dei torti ricevuti, eccetera eccetera. Ovvero di fatti e fattacci avvenuti centocinquant’anni fa. Quando, tanto per dire: la Germania non era un Paese unito (e dopo ne avrebbe passate di cotte e di crude), l’India era sotto il controllo britannico e la Cina usciva con le ossa rotte dalle “guerre dell’oppio”. Ora, secondo Buttafuoco questi due ultimi Paesi che rappresentano il presente e il futuro del Pianeta (diciamo, però, non proprio due campioni di civiltà nelle questioni interne), dovrebbero costituire un modello per la Sicilia del futuro. Sicilia che a sua volta (non si sa però come, quando o a che ora) dovrebbe guardare a quel che sta avvenendo in Asia e contemporaneamente divenire il centro economico e commerciale del Mediterraneo. Insomma complicatuccio. E forse più che un film di Miniero, occorrerebbero gli studios della Disney per fabbricare una storiella così carina.
Pare che invece, tanto per dirne un’altra, le cose in Sicilia vadano in un altro modo: come ha scritto Gian Antonio Stella sul Corriere del 5 gennaio. La retribuzione media di un consigliere siciliano (mandato all’Assemblea regionale dell’Isola coi voti dei siciliani, naturalmente) è di undici volte superiore al reddito medio dei suoi concittadini. Egli è più ricco dei governatori del Maine, dell’Oregon, dell’Arkansas e del Colorado «messi insieme»: altro che crisi. Il ritornello di una canzoncina siciliana di qualche anno fa recitava: di Mungibeddu tutti figghi semu, s’avemu ‘n-pezzu di pani nu spartemu… (siamo tutti figli dell’Etna, se abbiamo un pezzo di pane lo dividiamo…). Magari, chissà, visto che a noi riesce difficile ce lo spiegheranno i cinesi come fare.

domenica 15 gennaio 2012

Bel suol d'amore?

Corsi e ricorsi? O al contrario: nemesi storica? Difficile dirlo e difficile come sempre mettere assieme un prima e un dopo per seguire un filo logico nella storia delle relazioni umane. Ancora più difficile se si tratta di relazioni internazionali (cioè fra Stati), quasi impossibile se fra gli Stati c’è pure l’Italia.
L’Italia e la Libia: la cosiddetta quarta sponda. Una relazione faticosa, complicata, la cui tappa più recente è il coinvolgimento italiano nella caduta di Gheddafi. Prima però, in un convulso inizio millennio il nostro Paese aveva spalancato le braccia al dittatore, nella speranza di trovare un “alleato” dall’altra parte del Mediterraneo. O meglio: un Paese amico. Un Paese che in primo luogo s’adattasse a limitare il problema dell’immigrazione clandestina. Dietro lauto compenso naturalmente.
Si perché diciamola tutta: l’Italia e la Libia nel corso degli anni sono state come gatto e topo (come Tom e Jerry), pronte a darsele di santa ragione, ma quasi del tutto necessarie l’una all’altra. Come scrisse Sergio Romano qualche tempo fa sul Corriere (28 agosto 2009), i due paesi, dopo il colpo di stato contro re Idris e il nipote Hasan erano stati nemici solo in apparenza – nemici soprattutto per Gheddafi – ma in realtà i rapporti d’affari non si erano mai interrotti: «Il petrolio, scoperto fin dagli anni Trenta, diventa la base di un accordo con L’Eni che continua, fra alti e bassi, sino ai nostri giorni. Il diagramma dei rapporti italo-libici sembra quello di un sismografo, ma questo non impedisce all’Italia di essere il maggiore cliente e il maggior Paese fornitore. I coloni cacciati nel 1970 non possono tornare neppure per deporre un mazzo di fiori sulle tombe dei loro morti, ma si forma in Libia, nel frattempo, una nuova colonia italiana composta da tecnici, professionisti, rappresentanti di commercio, dirigenti d’impresa». Nemici politici insomma, che andavano a braccetto o quasi per tutto il resto. L’ambiguità era al fondo delle relazioni fra i due Paesi, e ambigui (molto ambigui) erano i rapporti fra i rappresentanti delle nostre istituzioni e il colonnello. Al quale durante le visite in Italia nel 2009 e nel 2010 era stato lasciato fin troppo spazio per le sue conferenze o “lezioni” a sfondo religioso.
Nulla però al confronto di quanto era accaduto un secolo prima (e dunque un secolo fa), quando l’Italia aveva deciso di avventurarsi in Libia, sfruttando le contingenze internazionali e cavalcando la tigre di un nazionalismo per nulla esitante. E già a quel tempo la cura delle relazioni internazionali da parte del nostro Paese destava qualche perplessità, soprattutto in relazione a certi slanci provenienti dai settori “ideologizzati” devoti a una improbabile politica di potenza. L’imperialismo italiano alla fine del XIX secolo trovava le sue ragioni di principio in alcuni “ideali”: la mazziniana missione civilizzatrice, la pesantissima eredità imperiale romana e una visione romantica della guerra che precedette lo scoppio della Prima guerra mondiale. Ma questi “ideali” – a dir poco velleitari – cozzeranno immediatamente con una ben diversa realtà. Con gli insuccessi militari (Adua, nel 1896) e con le debolezze di un Paese non ancora industrializzato. Perfino la collocazione internazionale dell’Italia, Stato giovanissimo, rappresentava un problema non da poco. Così il XX secolo si apre con un mutamento di rotta: la Francia - l’avversaria di ieri - è oggetto di interesse da parte della nostra diplomazia. L’accordo tra i due Paesi (1902) ha come oggetto la questione dell’Africa settentrionale. L’Italia ottiene il riconoscimento della libertà d’azione sulla Tripolitania e sulla Cirenaica (governate dalla Turchia), e la Francia diritti di priorità sul Marocco. Ma a spingere l’Italia a intervenire militarmente sarà la situazione politico-sociale. Adesso fra gli altri, a sostenere l’idea di grande potenza italiana sono gli intellettuali. Gabriele D’Annunzio, Luigi Federzoni, Alfredo Oriani, Giovanni Pascoli (che conia la locuzione Italia proletaria), Enrico Corradini e Giovanni Papini. Non di secondo piano l’appoggio di F. T. Marinetti e del gruppo futurista. Giolitti invece è poco convinto dell’opportunità di intraprendere un’azione militare contro l’impero ottomano: tuttavia il primo ministro per assecondare le spinte nazionalistiche deciderà di assumersi personalmente la responsabilità dell’iniziativa.
Il 3 ottobre del 1911 inizia il bombardamento navale su Tripoli, seguito dall’occupazione della città. Il 12 un corpo di spedizione di trentacinquemila uomini, comandati da Carlo Caneva e dotato di aeroplani, approda pomposamente sulle coste libiche ed entro dieci giorni occupa le principali località costiere della Tripolitania e della Cirenaica. Sembra tutto troppo facile. Il 23 una controffensiva turco-araba nel villaggio di Sciara Sciat, coglie di sorpresa le truppe occupanti e causa la morte di quattrocento bersaglieri. Nasce in questa circostanza la storia del tradimento arabo che ha come tragico epilogo una caccia all’uomo, una rappresaglia che colpisce i civili e si conclude con la deportazione in massa, verso inospitali isole italiane, di un indefinibile numero di “ribelli”. È un evento che servirà ad instillare nella popolazione araba un odio mortale verso l’italiano.
Nell’aprile del 1912, come se nulla fosse, il teatro di guerra si allarga. Vittorio Emanuele III ottiene il consenso degli alleati tedeschi e austriaci affinché l’Italia, per spezzare il gigante turco, attacchi anche le isole dell’Egeo. Finalmente però il 18 ottobre viene firmato il trattato di pace: il trattato di Losanna o di Ouchy. Il patto non prevederà il passaggio ufficiale di un territorio dalla Turchia all’Italia, ma solo la concessione dell’autonomia alla Libia e la rinuncia da parte dell’impero ad amministrarla e ad occuparla militarmente. Nonostante la pace ufficiale, infatti, la resistenza araba continuerà incessante e cruenta. L’Italia non riuscirà che a controllare le zone costiere della Libia e l’esercito tricolore continuerà a combattere una guerra caratterizzata da gravissime perdite.
Accadeva nel 1912 e dopo dieci anni sarà il turno di Mussolini. Adesso viviamo nel 2012 per fortuna.

sabato 14 gennaio 2012

Evola, Scheiwiller e gli anni della crisi: due parole su un saggio di Emanuela Costantini e Vittorio Le Pera (in: Carlo Pulsoni – a cura di – "Vanni Scheiwiller editore europeo", Volumnia 2011)

Il saggio di Emanuela Costantini e Vittorio Le Pera, Evola e Scheiwiller – diviso in due parti: 1. Il rapporto editoriale Evola e Scheiwiller; 2. Un tentativo di contestualizzare Cavalcare la tigre – mi offre lo spunto per buttare giù due righe, e non lo faccio da tempo, sul “maestro della tradizione”. Innanzitutto devo un grazie ai due ricercatori che hanno citato le mie ricerche svolte nel periodo del dottorato all’Università di Catania. Ricerche che portai avanti grazie all’aiuto (esterno) di Gianfranco de Turris. Fummo io e de Turris – e non i professori – a stabilire un percorso per il ritrovamento di alcuni materiali evoliani e in special modo di alcuni articoli in parte mai ripubblicati. A dir poco singolare poi che nell’A.D. 2000, o su di lì, i suddetti materiali fossero rinvenuti da un abitante della lontana Sicilia (cioè dal sottoscritto) piuttosto che da un cittadino del Lazio “esoterico” o della Roma caput mundi. E mi riferisco al reperimento degli articoli pubblicati sui quotidiani e conservati presso la biblioteca nazionale. A de Turris confessai anche il desiderio di visitare il tribunale per dare un’occhiata alle carte del processo ai Far. Credo, ci trovassimo dalle parti della libreria “Europa”. «Il tribunale non è lontano da qui», replicò.
Recatomi a piazzale Clodio, riuscii a fotocopiare parte del materiale relativo al processo: I grado e appello, grazie alla disponibilità dei lavoratori dell’archivio, per il verificarsi di una serie di “italiche” coincidenze; e dopo due o tre autorizzazioni e un paio di colloqui – uno con l’allora sconosciuto autore di Romanzo Criminale, il magistrato De Cataldo.
Le citazioni degli autori di Evola e Scheiwiller e la convinzione che essi abbiano indagato un periodo importante della biografia evoliana, il periodo relativo alla compilazione di Orientamenti, che per me è e resta un programmino “politico” inutilmente tramandato per più generazioni  - inutilmente perché  c’è chi ne pretende lo “studio” pensando (ipocritamente) che realizzazione degli undici punti sia possibile… - mi inducono a pensare, che non il lavoro, non i viaggi, non le interminabili sedute di digitazione dei testi, non la lettura di documenti non di rado incomprensibili, non il tempo trascorso a cogitare su questo o quel brano sia stato buttato al vento. E ringrazio i due ricercatori anche per aver letto i miei saggi pubblicati non troppi anni fa, sul prestigioso periodico di studi storici, Nuova storia contemporanea e per buona parte ricavati dalle mie avventure romane. Il saggio sul processo ai Far (I, II grado e cassazione), le cui conclusioni restano ignote ai più (Evola venne “graziato” da una amnistia), e restano ignote a chi ama ripetere la formuletta, un po’ vuota e falsa, dell’Evola assolto con formula piena. E il saggio sul Msi ai tempi di De Marsanich che ho pubblicato anche grazie al materiale appartenuto a uno dei discendenti della prestigiosa famiglia siciliana dei Majorana, per la precisione all’amico Valente Majorana, figlio del cugino di Ettore, il grande scienziato scomparso nel 1938 ma costantemente sulle pagine dei giornali nazionali. Anche in quest’ultimo lavoro sono riuscito a inserire dei passaggi di una certa importanza, relativi ai primi anni Cinquanta, e due testimonianze: una di Primo Siena sul significato del termine “figli del sole”, e una praticamente sconosciuta di Clemente, Lello, Graziani, seguace ultraortodosso, almeno per i primi tempi, di Julius Evola.   
Ancora qualche parola sul saggio su Evola e Scheiwiller. Credo che la tesi sostenuta fin dagli inizi da de Turris – e poi dal sottoscritto – circa la diversità di Cavalcare la tigre rispetto al resto della pubblicistica evoliana del tempo, qui venga esaltata. Lo studio di Costantini e Le Pera indaga, per quanto possibile, anche gli stati d’animo del filosofo, i suoi propositi, i suoi interessi; e quel che è stato scritto in precedenza – quel che ho scritto in precedenza – trova conferma. I Cinquanta, per Evola e dal punto di vista dell'umore generale, furono gli anni di una grave crisi. Cavalcare la tigre – pubblicato nel 1961 ma pronto già da dieci anni – risente di quest'umore e risente della morte dei miti e delle speranze per una rinascita tradizionale del mondo. Credo peraltro che la primissima origine del libro si trovi già nell’incidente viennese (1945), nelle conseguenze dirette e nelle sue premesse. In quell’occasione – nel cuore di Vienna – Evola si attendeva una risposta dal cielo - vita o morte? - che in realtà non venne. Anzi, la risposta fu una strana morte; una morte parziale quale poteva essere la paralisi assoluta agli arti inferiori, la morte – quasi beffarda – di metà del corpo. Sono convinto d'altra parte, che Evola non si riprenderà da quel trauma In seguito avrà la fortuna di rincontrare i vecchi amici – Scaligero che farà da “pontifex” fra lui e i giovani missini – un pubblico di fedeli lettori, qualche ammiratore e pochi editori – editori di un certo peso – in grado di scommettere sulle sue qualità di scrittore. Per il resto però saranno soltanto delusioni. Nei Sessanta, Vanni Scheiwiller che pubblicherà Cavalcare la tigre, uomo dalla mentalità aperta e liberale nello spirito, sarà uno di quegli editori. Un editore, ma in fondo anche un ammiratore. Alla morte del filosofo sul Corriere della sera l’unico commovente necrologio in ricordo del “maestro della tradizione” sarò firmato proprio dagli Scheiwiller.

domenica 8 gennaio 2012

Accadde ad Alba


La Cavalleria rusticana? Nessuno penserebbe mai di ambientarla in Piemonte. Quale piemontese avrebbe urlato: “hanno ammazzato cumpari Turiddu” – rendendosi involontariamente comico – non sentendosi affatto comico, in una pubblica piazza e il giorno di Pasqua? Le tragicommedie lasciamole ai siciliani, che da semplici sergenti si fanno generali; la storia, quella vera fatta di sangue e pallottole, come in America, si è fatta altrove: lo sanno i siciliani (e non l’hanno mai digerita) e lo sa chi siciliano non è, come Aldo Cazzullo giornalista fra i più noti e autore di un romanzo La mia anima è ovunque tu sia (Mondadori, 2011). Un storia singolare dove per dirla con Hillman si muore a orari non prestabiliti. Centotrenta pagine e quarantacinque capitoli dove vittime e carnefici se non hanno rispetto dei corpi altrui hanno quello per il silenzio. E non è omertà, ma modestia. Capito?
Nel romanzo c’è la resistenza. Coi comunisti e gli autonomi assetati di sangue quanto i fascisti (che qui sono i cattivi, ma non lo sarebbero al Sud). C’è il racconto, fra verità e finzione degli ultimi giorni di Beppe Fenoglio e c’è il 2011 non meno barbaro degli anni che lo precedettero. Si muore dunque, per colpa della storia di un tesoro in mano agli eserciti occupanti, al tempo dell’ultima guerra, e di spartizioni fra vincitori. Fra i cattolici e i comunisti. E poi c’è una storia d’amore, anzi ci sono più storie d’amore compresi i tradimenti. Ma c’è decoro, misura. Perché puoi odiare (morire e uccidere) in tanti modi, anche con eleganza. Sì, nel romanzo c’è soprattutto quella. Merito della protagonista. Che non è la bella Virginia, anello debole di una catena di sangue, né la strana ed emancipata Sylvie (il tipo di donna che al Sud credono prevalga al Nord e che al Nord credono prevalga più a Nord), ma è una città: Alba. Una bella addormentata dove tutti hanno orecchie, però. Alba è ricca grazie al tesoro di cui parla Cazzullo (forse): all’oro, al danaro e ai preziosi della Quarta Armata. Ma più di tutto Alba è una formica. Come andò predicando John Locke: quel che ha se l’è guadagnato e armi alla mano se l’è tenuto stretto.
Chi scrive è (ancora) cittadino albese. E non può essere imparziale. Non parlo di Cazzullo ma del sottoscritto. In passato abitai ad Alba e quel paese è rimasto un ottetto, una composizione per otto strumenti. L’uno separato dall’altro. Non c’è resistenza per me, né guerra e non ci sono né i fascisti né il fascismo. Incivili i primi violento il secondo. La cultura albese e langarola è un concerto di serenità diverse: musica, mostre e letteratura. Dallo straniero sconosciuto a Cesare Pavese. Senza dimenticare il braidese Arpino. Alba cattura col fascino della nostalgia, col senso del limite. Del passo corto. Ha il dono della giusta proporzione da ogni punto di vista. È opportunista, e se occorre timida o spietata. Ma con garbo. In Langa non c’è il fascino smanioso del “grande evento”, dell’esibizione a ogni costo. Il mio ottetto si muove fra le onde di un’umana curiosità (per ciò che non fosse morta Sicilia), coi contrappunti di un flirt fra le nevi dicembrine, delle passeggiate, come in salotto, su via Maestra, verso piazza Trento e Trieste, su Corso Italia e Corso Langhe (fino alla Moretta), delle parole dinanzi al busto di Pertinace, l’imperatore romano che successe a Commodo. Poi: delle dispute un po’ inutili su Alba “paese” o “città” (ma non dite mai che è un paese!), infine di un ritorno a un passato mai passato. Il romanzo di Cazzullo, soggetto adatto per una fiction televisiva, è sapido. Odora di luoghi reali e non artefatti, odora di sofferenze e di ragioni. Perfino di affetti. Odora di presente. Un presente di anime. Discrete anche quando recitano. Certe anche quando si contraddicono. Vere anche quando scopri essere finte.


sabato 7 gennaio 2012

Sherlock Holmes è vivo e lotta insieme a noi

«Scherzosamente, riferito a cosa o impresa eccentrica, sorprendente, o compiuta con ostentata braveria». È la definizione data dal vocabolario Treccani per americanata. Detta così, in Italia tre quarti delle cose fatte o semplicemente dette sono, oggi, americanate. Il belpaese dunque, non è la terra dei santi, dei poeti e dei navigatori: ma dei tipi alla Alberto Sordi, cioè degli inguaribili, di quelli così e così alla Renato Carosone e di quelli che, a parole, all’americanismo intendono opporre qualcos’altro. Treccani alla mano: è più americano oggi il cinema italiano, quello ad uso e consumo familiare, ridottosi a parata di battutisti, a commediola strampalata con finale deficiente, o il cinema d’azione che concede allo spettatore un quarto d’ora di seria riflessione? La risposta è scontata.
Prendiamo Sherlock Holmes. Non quello di Conan Doyle, o almeno non solo, ma quello di Guy Ritchie, cioè quello cinematografico. La prima puntata esce a Natale del 2009, la seconda invece è nelle sale italiane in questi giorni (Gioco di ombre). Per carità: morti apparenti e false risuscitazioni, sfide lanciate al mondo e scene mozzafiato. Ma la questione dei riti e delle sette, ahimè è fin troppo vera, compresi i sacrifici umani e comprese le sfide al mondo moderno (e a quale sennò?) lanciate da tipi a dir poco irresponsabili. Nella pellicola del 2009, il cattivissimo Lord Blackwood ci lascia le penne, ma di nuovi Aleister Crowley, il “mago” che insieme al conte Dracula, ne ha ispirato la figura, credo che in giro ce ne siano parecchi. Con qualche convinzione di troppo: da non distillare dentro le mura di casa ma da diffondere qua e là a vantaggio degli allocchi. Non più o non solo americanate, i lavori di Ritchie, soprattutto il primo, ritraggono una realtà seria anche se dalle forme esagerate: la realtà dello spiritismo, la nascita di sette più o meno segrete (e più o meno violente), le velleità degli adepti. La piaga della magia nera. Eccetera. In poche parole: la storia di quelli che vorrebbero cambiare (leggi: dominare) il mondo, imponendo loro regole con poche carezze e qualche scudisciata. Da furfanti, insomma.
Il film dell’ex marito di Madonna, più che ai lavori di Conan Doyle si ispira al fumetto del produttore, ex Warner Bros, Lionel Wigram. E la differenza con gli Sherlock Holmes classici - l’interprete principale era l’indimenticabile Basil Rathbone - c’è, eccome. Composto e inglese il dottor Watson di Jude Law, sopra le righe, deduttivo oltre natura (quasi un superman dell’intelligenza) e scavezzacollo l’Holmes di Robert Downey Jr., già Iron Man cinematografico. Un positivo e un negativo, che si compensano seconde vecchie regole di relazione fra umani (e non). Come Ellery e Richard Queen, Nero Wolfe e Archie Goodwin, Poirot e Hastings, Dylan Dog e Groucho Marx, e come… Topolino e Pippo. In Gioco di ombre, protagonista il professor Moriarty acerrimo nemico di Holmes, i nuovi sceneggiatori ridimensionano alcune singolarità del primo episodio. Un ritorno alla “tradizione” che non guasta (e che piace al pubblico), come ha scritto Paolo Mereghetti sul Corriere della sera del 14 dicembre. Tradizione che naturalmente non risuscita (anche) il vecchio cinema, ma si tinge di comune rispetto per un personaggio (Holmes) mai vecchio. Che non stanca affatto, neanche se lo riadattasse  Benigni. Il regista Benigni. Holmes è di per sé modernissimo e lo è a prescindere dagli effetti speciali, dai ritmi e dal dinamismo futurista del quarantenne Ritchie.
Modernissimo è il metodo scientifico, seguito dalle indagini sul campo. Modernissima è la cultura “a macchie di leopardo” del protagonista. Ma altrettanto moderna, più europea che americana, checché ne dicano i pontefici dell’occulto è la mania di Conan Doyle per lo spiritismo che si rileva in entrambe le pellicole. Particolare poco noto del carattere di Sir Arthur è difatti il gusto non tanto per il poliziesco, quanto per il romanzo d’avventura, il soprannaturale, l’orrore, il mistero, la fantascienza e appunto lo spiritismo. Argomento scelto per un saggio datato 1926 (Storia dello spiritismo) che procurò all’audace medico di Edimburgo un gran quantità di critiche provenienti dalla sponda dei dubbiosi. A quel tempo in pochi riuscirono a capire perché lo scienziato che aveva prestato a Holmes tutta la propria disposizione alla logica, avesse deciso di dedicarsi a un esercizio così poco logico come lo spiritismo. Un mistero che non riguardava il solo Doyle naturalmente, che non era certo il primo e non sarà certo l’ultimo a cadere in simili contraddizioni.
Il cieco amore di Doyle verso lo spiritismo fu anche causa della fine di una singolare amicizia: fra lo scrittore educato dai gesuiti e Harry Houdini, il grande illusionista più che avverso alle attività dei medium. A testimoniare l’importanza assunta dalla ricerca spiritual-spiritista, Doyle ebbe anche diversi contatti con la Golden Dawn, il misterioso ordine occultista londinese di fine Ottocento di cui fu parte anche Aleister Crowley. E qui, dunque, il cerchio dovrebbe chiudersi.
I nostri cine-panettoni sono ormai giunti a fine corsa. Ammesso che abbiamo mai posseduto un qualche merito - porre in risalto vizi e difetti dell’italiano-medio come da popolare commedia all’italiana - oggi appaiono del tutto insignificanti. Mal recitati, sceneggiati alla meno peggio (salvo qualche eccezione) inutilmente volgari e prevedibili. Una vetrina via via meno luminosa per corpi femminili finti e/o palestrati. Più americani del fumetto americano, più americani del Wrestling, più americani di tutte le finzioni d’oltreoceano. Il tripudio del nulla! Per non andare troppo indietro si pensi all’Io & Marilyn del regista da cabaret Leonardo Pieraccioni (2009). Perfino Marilyn la californiana si permetteva, allora, di filosofeggiare dinanzi a compagni di viaggio del tutto privi d’interesse. Per non parlare del muto estetismo della protagonista del film dell’ex “fratello d’Italia”, nelle sale in questo Natale 2011, Finalmente la felicità. Per questo, è conveniente tacere.
Poste a fianco di sì tanta “arte” perfino le questioni personali di Holmes diventano problemi degni del dottor Freud. L’amore nascosto dell’investigatore di Baker Street 221B per Irene Adler (nei due film interpretata dalla bellissima musa di Woody Allen, Rachel McAdams), la sua celebre misoginia, di gran moda per buona parte del Novecento, e l’attrazione per l’unica donna che riesca a tenergli testa: nascondono un universo di pensieri, impulsi, sentimenti e chi più ne ha più ne metta. Idonei, questi sì, a lasciar sbizzarrire le menti più atletiche.

martedì 3 gennaio 2012

"Il liberalismo" (Solfanelli editore - 2012)

Una corrente politica e di pensiero che si pone, alla prova dei fatti, come punto di non-ritorno, una meta conquistata tappa dopo tappa: l'orizzonte di una liberazione del genere umano.
L'acquisizione del concetto nuovo di libertà presuppone l'abbandono lento ma categorico di qualsiasi vincolo comunitario e/o trascendente. Ma l'individuo soggetto pensante e libero attore, l'individuo in nome e per conto del quale il liberalismo si è battuto, non ha ancora vinto alcuna scommessa. Poteva farlo?

domenica 1 gennaio 2012

È arrivato un 2012 carico di...

Cosa ci riserverà il prossimo 2012? Mario Monti è ottimista, il paese reale, come si diceva una volta, un po’ meno. Sì, d’accordo, c’è stata la parentesi Fiorello: ma l’Italia è così esageratamente scanzonata? O non è forse depressa, triste e lenta (citazione da loggionista, più che celentanesca) come il Don Giovanni della Scala di Milano? Lo chiedessimo alla triplice che inanella uno sciopero dietro l’altro, la risposta sarebbe ovvia. Idem per la massa degli sportivi italiani, dopo le inchieste sul calcio scommesse e le retate, a proposito di reti, della polizia.
La crisi è la crisi, l’Europa è artificiale e litigiosa, e la politica-zombi si è momentaneamente eclissata. Per capirci qualcosa, oggi, più che i saggi di Norberto Bobbio servirebbe il teatro-canzone di Giorgio Gaber. Ecco qua: per dirla con Christopher Hitchens nessuna certezza sotto il sole. Perfino il tradizionale cine-panettone sta cambiando pelle: agli italiani resta il festival di Sanremo, e poi naturalmente l’inossidabile Benigni e il rito popolare delle chiacchierata al bar. Qui una volta erano Nietzsche e Marx a darsi la mano, adesso sarebbe ora lo facessero Clint Eastwood e Woody Allen.
Woody però non è nato ottimista, e probabilmente non ci morirà. È nostalgico della bellezza, ma non del tempo che fu né di un passato inventato a uso babbei. Nostalgia della bellezza, cioè: viviamo nel presente e cerchiamo di arricchirlo col passato. Nessun dubbio che i tempi moderni siano migliori di quelli andati, anche se cento anni fa c’erano Gertrude Stein e Ernest Hemingway e oggi la Santanché e Scilipoti. Il passato ci aiuta eccome, ci aiuta a capire, foraggia il pensiero critico. Il passato è la storia che ci ha condotti al presente. Alle forme attuali del pensare e dell’agire: consola, nutre i sogni a occhi aperti, ma è bene lasciarlo dov’è. La realtà è sotto i piedi o davanti agli occhi. Non c’è alcun mondo lontanissimo, nello spazio e nel tempo, in grado di sradicare il reale.
Forse anche Giovanni Pascoli, che col presente non ci andava a nozze, può aiutarci a capire. Con l’attualità bisogna fare i conti, no? Un’attualità che attende al varco la nostra pronuncia. Magari possiamo “drogarlo” il presente, cercando l’infinitamente piccolo nell’infinitamente grande (come era per certi autori Beat), e con un’ansia che è metà smarrimento e metà (per fortuna) emozione. Di Pascoli, che dinanzi all’avventura italiana in Libia se ne uscì con toni imbarazzanti “la grande proletaria si è mossa”, si parlerà nel 2012. A un secolo dalla morte. In tempi di crisi e di incertezze, cesellò Salvatore Guglielmino, nell’inaffondabile Guida al Novecento, un “nido”, un podere, e l’affetto dei cari non sono affatto da buttar via. Pascoli ci aiuta a convivere col malessere dentro e fuori di noi, dandoci lezioni di modestia. A volte non guasta. Ma le occasioni per riflettere non mancheranno, nel 2012. Ricordando Giulio Einaudi, per esempio, l’editore di Dogliani, nato il 2 gennaio, e attorniato da intellettuali non proprio di seconda scelta, Cesare Pavese, Elio Vittorini e Italo Calvino.
Einaudi pubblica le pietre miliari del Novecento, compreso Antonio Gramsci scomparso nel 1937 (settantacinque anni l’anno prossimo) che seppe affrontare il rapporto fra politica, cultura e società in termini nuovi, perché nuove erano le coordinate della società di massa. Gramsci è un faro anche per i nostri tempi, perché è l’antidoto contro le mistificazioni, le finzioni e i falsi obbiettivi. Ma il 2012 sarà l’hanno di Chuck Palahniuk, auguri anticipati, e Elsa Morante, di Carlo Muscetta, traduttore di Baudelaire, e Fedele D’Amico; dell’adelphiano Guido Morselli e Neri Pozza, di Davide Lajolo e Marcello Marchesi, sceneggiatore dei film di Totò e molto altro ancora. Un occhio di riguardo, nell’“anno che sta arrivando”, lo meriterà anche Albero Giovannini che nel dopoguerra col suo Rosso e nero scandalizza i benpensanti, maritando la non maritabile destra alla sinistra. Nei primi anni Ottanta è stato direttore di questo giornale. Assurdo per assurdo (c’è chi pensa che destra e sinistra non si debbano parlare, ma non si è accorto che tutto è cambiato), ci va di ricordare che il 2012 sarà l’anno di Eugéne Ionesco, il drammaturgo che ha visto in Dio il traguardo finale di un percorso a ostacoli, del nietzscheano Georges Bataille e del modernista Faulkner. Ma non dimentichiamo papà Dickens – e le sue tematiche sociali – con le Avventure di Oliver Twist e il Canto di Natale. E poi così, en passant, sarà anche l’anno di Isaac Asimov e Bram Stoker.  
Come nostalgici della bellezza non possiamo non ricordare artisti come Severino Gazzelloni, e i direttori d’orchestra Bruno Walter, già assistente di Mahler e Sergiu Celibidache, che non ha lasciato alcuna registrazione ufficiale perché convinto che la musica non potesse essere intrappolata. Se ne parlerà sicuramente, nel 2012. In apertura d’anno, il tradizionale concerto al Musikverein di Vienna sarà diretto dal lettone Mariss Jansons. La Scala inaugurerà invece, per Sant’Ambrogio, col Lohengrin di Wagner. A proposto di miti, fiabe e quant’altro: il nuovo film di Tarsem Singh è atteso proprio per il 2012 (non si dimentichi però l’imbarazzante Immortals), ennesimo fantasy che strizza l’occhio al pubblico giovane pronto a cavalcare l’onda di un irrazionalismo oramai ebete. Questa volta disturberà perfino la signorina Biancaneve, con l’ex pretty woman Julia Roberts nei panni della strega cattiva.
Di arte vera, per fortuna, nel 2012 ce ne sarà tanta. I nostri musei celebreranno Vermeer e Kandinsky (a Rimini), la parentesi del Divisionismo (a Rovigo), il Settecento (a Verona), il Simbolismo (a Padova), Cézanne (a Milano), Van Gogh e Gauguin (a Genova), l’immancabile Picasso (a Pisa), l’Espressionismo (a Udine) e Mondrian (a Roma) Per tutti i gusti, insomma. Sulla stessa lunghezza d’onda la voce d’angelo di Renata Tebaldi, il fascino e l’intelligenza di Barbra Streisand, prossima settantenne e l’eleganza di Gene Kelly. Il 2012 sarà anche il loro anno. Nei gironi alti dell’arte contemporanea naturalmente anche Botero (ottantenne), John Cage che mise in musica il silenzio (4’ 33”), John Buscema (sì proprio lui: il fumettista della Marvel), Jackson Pollock, Sebastian Matta e Giò Pomodoro. Ma non ci azzarderemo a dimenticare Carmelo Bene, il monellaccio. Quindi, le protagoniste di un anno che non trascurerà l’avvenenza: Liz Taylor (nata nel ‘32), Marilyn Monroe (morta nel ‘62), Marlene Dietrich e Marisa Mell (morte nel ‘92). Insieme a loro gli assi della cinematografia mondiale, l’alfa e l’omega della settima arte, che splendettero per diversa genialità: Billy Wilder e il nostro Michelangelo Antonioni. Attesissimi.
Tanto per far capire che la scienza non è un male: nel 2012 cifra tonda per Guglielmo Marconi, papà di un Novecento nel segno delle scoperte e delle invenzioni, per Charles Darwin – centotrent’anni dalla morte e l’occasione per ripassarlo un po’ – e per il londinese Alan Turing – cent’anni dalla nascita – il più noto decrittatore del secolo scorso, attivo nella seconda guerra mondiale e morto suicida dopo essere stato castrato chimicamente. Una vicenda drammatica, la sua. A metà fra scienza, tecnica ed eccesso di fiducia nel progresso c’è anche la tristissima ricorrenza dell’affondamento del Titanic, il gigante dai piedi d’argilla destinato a stupire il mondo nelle ultime ore della Belle Époque.
Di tutt’altro tipo quattro ricorrenze che riguarderanno direttamente il nostro paese. Perché nessuno dimentichi che l’Italia è e resta il paese delle stragi, della violenza e dei misteri, non solo di quelli delicatamente poetici. Nel 2012 saranno vent’anni dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio, nelle quali morirono Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, i due magistrati siciliani simbolo della lotta alla mafia, e le loro scorte. Ma anche i cinquant’anni dalla morte di Enrico Mattei, il manager e politico che sfidò le sette sorelle, le potentissime compagnie del petrolio. Nel 2002, invece, veniva ammazzato dalla nuove Brigate rosse il giuslavorista e consulente del governo Marco Biagi. Mafia, terrorismo e affaracci vari: tre capitoli del dopoguerra da non trascurare. Tanto tempo è passato ma le luci e le ombre si confondono ancora: è la certezza triste, per dirla con Jorge Luis Borges che «perduri qualcosa in noi: immobile». Spietato. Tutti in attesa, però, del 17 febbraio 2012. Vent’anni esatti dall’inizio di Tangentopoli con l’arresto di Mario Chiesa, direttore del Pio Albergo Trivulzio di Milano. Anche di quest’ultimo naturalmente, ne avremmo fatto a meno.
A proposito di Chiesa, ma di un altro tipo di Chiesa. Nel 2012 saranno passati cent’anni dalla nascita di papa Luciani e ne saranno trascorsi venti dalla riabilitazione di Galileo Galilei da parte del mondo cattolico. Ciò, mentre si attendono notizie sulla cosiddetta «particella di Dio». Staremo a vedere.
Infine due super-scommesse, che nulla hanno di sportivo, ma sono incerte come l’esito di una finale o di un intero campionato. Le presidenziali americane con le incognite (due sue due) repubblicana e democratica. Con Obama sempre più giù e con l’arma segreta cioè l’ex first lady Hillary Clinton (così scriveva Franco Venturini su Io Donna), sempre più su: una decina di gradini sopra il capo. La seconda scommessa invece è la primavera araba. Qui si consuma lo stesso paradosso americano del 2008: un presidente che buca il video, ma deludente alla prova dei fatti; una serie di movimenti che cambia le leadership nei paesi dell’Africa mediterranea – anche in modo drammatico, come in Libia – ma che offre poco o nulla rispetto alle premesse. Soltanto violenze e generiche richieste d’aiuto.
Insomma, nessuna certezza. O meglio nessuna certezza tranne una: quella della fine del mondo secondo il calendario Maya. Il 21 dicembre del 2012. Tagliamo corto: d’accordissimo con Piergiorgio Odifreddi, la «solita bufala mediatica» per «solleticare gli interessi della gente per i segreti e per i misteri». Ancora misteri dunque, come le profezie di Nostradamus, fiumiciattolo in un oceano di ridicolaggini. Meglio prenderla a ridere come la coppia di attori comici Ficarra e Picone: se davvero il mondo finirà sarà «l’ultima occasione per comportarsi male, per fare quello che non abbiamo mai fatto, per odiare definitivamente».
In ogni modo, a mo’ di conclusione un augurio speciale lo vorremmo fare. Un augurio sentito, a un cane sciolto che da anni fa compagnia al nostro quotidiano. A Bob Dylan, giovanissimo settantenne. Che il 2012 sia finalmente l’anno del Nobel per la letteratura. Come a dire: un po’ la vittoria di tanti fra noi. Difficile da spiegare, facile da capire. Come un qualsiasi gesto, di chi si prepara al prossimo anno.