domenica 8 gennaio 2012

Accadde ad Alba


La Cavalleria rusticana? Nessuno penserebbe mai di ambientarla in Piemonte. Quale piemontese avrebbe urlato: “hanno ammazzato cumpari Turiddu” – rendendosi involontariamente comico – non sentendosi affatto comico, in una pubblica piazza e il giorno di Pasqua? Le tragicommedie lasciamole ai siciliani, che da semplici sergenti si fanno generali; la storia, quella vera fatta di sangue e pallottole, come in America, si è fatta altrove: lo sanno i siciliani (e non l’hanno mai digerita) e lo sa chi siciliano non è, come Aldo Cazzullo giornalista fra i più noti e autore di un romanzo La mia anima è ovunque tu sia (Mondadori, 2011). Un storia singolare dove per dirla con Hillman si muore a orari non prestabiliti. Centotrenta pagine e quarantacinque capitoli dove vittime e carnefici se non hanno rispetto dei corpi altrui hanno quello per il silenzio. E non è omertà, ma modestia. Capito?
Nel romanzo c’è la resistenza. Coi comunisti e gli autonomi assetati di sangue quanto i fascisti (che qui sono i cattivi, ma non lo sarebbero al Sud). C’è il racconto, fra verità e finzione degli ultimi giorni di Beppe Fenoglio e c’è il 2011 non meno barbaro degli anni che lo precedettero. Si muore dunque, per colpa della storia di un tesoro in mano agli eserciti occupanti, al tempo dell’ultima guerra, e di spartizioni fra vincitori. Fra i cattolici e i comunisti. E poi c’è una storia d’amore, anzi ci sono più storie d’amore compresi i tradimenti. Ma c’è decoro, misura. Perché puoi odiare (morire e uccidere) in tanti modi, anche con eleganza. Sì, nel romanzo c’è soprattutto quella. Merito della protagonista. Che non è la bella Virginia, anello debole di una catena di sangue, né la strana ed emancipata Sylvie (il tipo di donna che al Sud credono prevalga al Nord e che al Nord credono prevalga più a Nord), ma è una città: Alba. Una bella addormentata dove tutti hanno orecchie, però. Alba è ricca grazie al tesoro di cui parla Cazzullo (forse): all’oro, al danaro e ai preziosi della Quarta Armata. Ma più di tutto Alba è una formica. Come andò predicando John Locke: quel che ha se l’è guadagnato e armi alla mano se l’è tenuto stretto.
Chi scrive è (ancora) cittadino albese. E non può essere imparziale. Non parlo di Cazzullo ma del sottoscritto. In passato abitai ad Alba e quel paese è rimasto un ottetto, una composizione per otto strumenti. L’uno separato dall’altro. Non c’è resistenza per me, né guerra e non ci sono né i fascisti né il fascismo. Incivili i primi violento il secondo. La cultura albese e langarola è un concerto di serenità diverse: musica, mostre e letteratura. Dallo straniero sconosciuto a Cesare Pavese. Senza dimenticare il braidese Arpino. Alba cattura col fascino della nostalgia, col senso del limite. Del passo corto. Ha il dono della giusta proporzione da ogni punto di vista. È opportunista, e se occorre timida o spietata. Ma con garbo. In Langa non c’è il fascino smanioso del “grande evento”, dell’esibizione a ogni costo. Il mio ottetto si muove fra le onde di un’umana curiosità (per ciò che non fosse morta Sicilia), coi contrappunti di un flirt fra le nevi dicembrine, delle passeggiate, come in salotto, su via Maestra, verso piazza Trento e Trieste, su Corso Italia e Corso Langhe (fino alla Moretta), delle parole dinanzi al busto di Pertinace, l’imperatore romano che successe a Commodo. Poi: delle dispute un po’ inutili su Alba “paese” o “città” (ma non dite mai che è un paese!), infine di un ritorno a un passato mai passato. Il romanzo di Cazzullo, soggetto adatto per una fiction televisiva, è sapido. Odora di luoghi reali e non artefatti, odora di sofferenze e di ragioni. Perfino di affetti. Odora di presente. Un presente di anime. Discrete anche quando recitano. Certe anche quando si contraddicono. Vere anche quando scopri essere finte.


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