domenica 15 gennaio 2012

Bel suol d'amore?

Corsi e ricorsi? O al contrario: nemesi storica? Difficile dirlo e difficile come sempre mettere assieme un prima e un dopo per seguire un filo logico nella storia delle relazioni umane. Ancora più difficile se si tratta di relazioni internazionali (cioè fra Stati), quasi impossibile se fra gli Stati c’è pure l’Italia.
L’Italia e la Libia: la cosiddetta quarta sponda. Una relazione faticosa, complicata, la cui tappa più recente è il coinvolgimento italiano nella caduta di Gheddafi. Prima però, in un convulso inizio millennio il nostro Paese aveva spalancato le braccia al dittatore, nella speranza di trovare un “alleato” dall’altra parte del Mediterraneo. O meglio: un Paese amico. Un Paese che in primo luogo s’adattasse a limitare il problema dell’immigrazione clandestina. Dietro lauto compenso naturalmente.
Si perché diciamola tutta: l’Italia e la Libia nel corso degli anni sono state come gatto e topo (come Tom e Jerry), pronte a darsele di santa ragione, ma quasi del tutto necessarie l’una all’altra. Come scrisse Sergio Romano qualche tempo fa sul Corriere (28 agosto 2009), i due paesi, dopo il colpo di stato contro re Idris e il nipote Hasan erano stati nemici solo in apparenza – nemici soprattutto per Gheddafi – ma in realtà i rapporti d’affari non si erano mai interrotti: «Il petrolio, scoperto fin dagli anni Trenta, diventa la base di un accordo con L’Eni che continua, fra alti e bassi, sino ai nostri giorni. Il diagramma dei rapporti italo-libici sembra quello di un sismografo, ma questo non impedisce all’Italia di essere il maggiore cliente e il maggior Paese fornitore. I coloni cacciati nel 1970 non possono tornare neppure per deporre un mazzo di fiori sulle tombe dei loro morti, ma si forma in Libia, nel frattempo, una nuova colonia italiana composta da tecnici, professionisti, rappresentanti di commercio, dirigenti d’impresa». Nemici politici insomma, che andavano a braccetto o quasi per tutto il resto. L’ambiguità era al fondo delle relazioni fra i due Paesi, e ambigui (molto ambigui) erano i rapporti fra i rappresentanti delle nostre istituzioni e il colonnello. Al quale durante le visite in Italia nel 2009 e nel 2010 era stato lasciato fin troppo spazio per le sue conferenze o “lezioni” a sfondo religioso.
Nulla però al confronto di quanto era accaduto un secolo prima (e dunque un secolo fa), quando l’Italia aveva deciso di avventurarsi in Libia, sfruttando le contingenze internazionali e cavalcando la tigre di un nazionalismo per nulla esitante. E già a quel tempo la cura delle relazioni internazionali da parte del nostro Paese destava qualche perplessità, soprattutto in relazione a certi slanci provenienti dai settori “ideologizzati” devoti a una improbabile politica di potenza. L’imperialismo italiano alla fine del XIX secolo trovava le sue ragioni di principio in alcuni “ideali”: la mazziniana missione civilizzatrice, la pesantissima eredità imperiale romana e una visione romantica della guerra che precedette lo scoppio della Prima guerra mondiale. Ma questi “ideali” – a dir poco velleitari – cozzeranno immediatamente con una ben diversa realtà. Con gli insuccessi militari (Adua, nel 1896) e con le debolezze di un Paese non ancora industrializzato. Perfino la collocazione internazionale dell’Italia, Stato giovanissimo, rappresentava un problema non da poco. Così il XX secolo si apre con un mutamento di rotta: la Francia - l’avversaria di ieri - è oggetto di interesse da parte della nostra diplomazia. L’accordo tra i due Paesi (1902) ha come oggetto la questione dell’Africa settentrionale. L’Italia ottiene il riconoscimento della libertà d’azione sulla Tripolitania e sulla Cirenaica (governate dalla Turchia), e la Francia diritti di priorità sul Marocco. Ma a spingere l’Italia a intervenire militarmente sarà la situazione politico-sociale. Adesso fra gli altri, a sostenere l’idea di grande potenza italiana sono gli intellettuali. Gabriele D’Annunzio, Luigi Federzoni, Alfredo Oriani, Giovanni Pascoli (che conia la locuzione Italia proletaria), Enrico Corradini e Giovanni Papini. Non di secondo piano l’appoggio di F. T. Marinetti e del gruppo futurista. Giolitti invece è poco convinto dell’opportunità di intraprendere un’azione militare contro l’impero ottomano: tuttavia il primo ministro per assecondare le spinte nazionalistiche deciderà di assumersi personalmente la responsabilità dell’iniziativa.
Il 3 ottobre del 1911 inizia il bombardamento navale su Tripoli, seguito dall’occupazione della città. Il 12 un corpo di spedizione di trentacinquemila uomini, comandati da Carlo Caneva e dotato di aeroplani, approda pomposamente sulle coste libiche ed entro dieci giorni occupa le principali località costiere della Tripolitania e della Cirenaica. Sembra tutto troppo facile. Il 23 una controffensiva turco-araba nel villaggio di Sciara Sciat, coglie di sorpresa le truppe occupanti e causa la morte di quattrocento bersaglieri. Nasce in questa circostanza la storia del tradimento arabo che ha come tragico epilogo una caccia all’uomo, una rappresaglia che colpisce i civili e si conclude con la deportazione in massa, verso inospitali isole italiane, di un indefinibile numero di “ribelli”. È un evento che servirà ad instillare nella popolazione araba un odio mortale verso l’italiano.
Nell’aprile del 1912, come se nulla fosse, il teatro di guerra si allarga. Vittorio Emanuele III ottiene il consenso degli alleati tedeschi e austriaci affinché l’Italia, per spezzare il gigante turco, attacchi anche le isole dell’Egeo. Finalmente però il 18 ottobre viene firmato il trattato di pace: il trattato di Losanna o di Ouchy. Il patto non prevederà il passaggio ufficiale di un territorio dalla Turchia all’Italia, ma solo la concessione dell’autonomia alla Libia e la rinuncia da parte dell’impero ad amministrarla e ad occuparla militarmente. Nonostante la pace ufficiale, infatti, la resistenza araba continuerà incessante e cruenta. L’Italia non riuscirà che a controllare le zone costiere della Libia e l’esercito tricolore continuerà a combattere una guerra caratterizzata da gravissime perdite.
Accadeva nel 1912 e dopo dieci anni sarà il turno di Mussolini. Adesso viviamo nel 2012 per fortuna.

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