domenica 22 gennaio 2012

FantaSud

Credo che Benvenuti al Sud di Luca Miniero, prequel di Benvenuti al Nord in questi giorni nelle sale, film del 2010 sul nostro Sud bello, caloroso e affascinante, abbia un grosso difetto. È un film non-film, è un film non-recitato con due non-attori come protagonisti: Claudio Bisio e Alessandro Siani. Ha i pregi di un lungo spettacolo di cabaret – battute pronte e ritmi giusti – ma i difetti di una storia raccontata per il gusto di divertire, che non lascia alcun retrogusto: insomma che alla fin fine non significa niente. D’altra parte anche la storiella del dirigente lombardo che teme il trasferimento al Sud ma che poi se ne innamora è vecchia come il cucco (al Sud non mancano gli emigranti padani innamorati del sole, del mare, degli uomini o delle donne meridionali), ed è tutt’altro che un messaggio controcorrente, come certe reclame un po’ furbetta lascerebbe pensare. Venire al Sud e trovarsi bene non è affatto una novità né un tema rivoluzionario o peggio un omaggio all’assurdo, per cui quel che ripete Siani nel film del 2010 e per ben due volte: «quando si viene al sud si piange due volte, quando si arriva e quando si parte», è sostanzialmente vero.
La questione è tutta un’altra. Perché essere trasferiti al Sud e trovarsi bene è una cosa, atteggiarsi a osservatori della vita quotidiana del Meridione è un’altra. E qui naturalmente non bastano i film, non bastano i libri e non bastano i proclami dei politici (del Sud), perché a misurarsi con la realtà non sono gli sciocchi coi loro pregiudizi ma (tutti) gli italiani: quelli che vivono da Roma o da Napoli in giù. Ed anzi, assurdo per assurdo, perché il teatro dell’assurdo è un divulgatore di verità scomode, un lavoro come quello di Miniero lontano anni luce da qualsiasi realtà, anche semplicemente sociologica, è più negativo che positivo. Per il Sud intendo dire. Perché è uno spot pubblicitario bello e buono, che tanto piace a chi è ipocritamente convinto che il Sud sia solo spettacolo, verde, sole, mare e bella gente (e c’è chi li attende questi spot!). Uno spot che alimenta la solita vecchia ideologia per cui al Sud, tutto sommato, le cose non vanno poi tanto male. O se vanno male: pazienza. O che (peggio) le differenze fra il Nord e il Sud siano opera di cause esterne e che nulla hanno a che vedere con la gente del Meridione.
È un cane che si morde la coda. Una quasi freudiana coazione a ripetere che funziona così: più si parla male del Sud (e lo si critica per il modo vergognoso col quale dilapida le risorse, non le sfrutta, pratica la politica della scorciatoia, non riesce a darsi un governo credibile) più al Sud si reagisce, a volte con toni deliranti, utilizzando i vecchi temi. Quelli della grandezza e della bellezza dei luoghi – che peraltro nessuno disconosce – e della genialità dei meridionali tutta cultura, generosità e poesia. Così facendo naturalmente si forniscono tante belle armi a chi (al Sud) vuol sentirsi ripetere quel che gli conviene, armi per contrastare il complesso delle critiche: sia quelle giuste che quelle ingiuste. Ma non finisce qui. Se le battaglie si svolgessero sul piano di una struttura civile (pensiamo alla grandezza di Leonardo Sciascia, per esempio) ci guadagneremmo tutti. Purtroppo ogni cosa si svolge a livello di sovrastruttura ideologica, di capriccio letterario o di esercitazione di “bella” scrittura: per cui mai nessuna chiacchiera o libro riusciranno a incidere su una realtà immobile e spesso penosa.
In questa modo si spiega anche il successo sproporzionato di Andrea Camilleri, scrittore soprattutto per turisti, la cui Sicilia nessun siciliano ha mai incontrato (né mai incontrerà), o si comprendono agevolmente le parole di Pietrangelo Buttafuoco sulla Sicilia; parole lontane anni luce da una realtà triste e di pura decadenza. Realtà generalizzata ovviamente e non come scriveva Antonio Roccuzzo (Mentre l’orchestrina suonava “Gelosia”, Mondadori) limitata a quattro amici che la cultura la consumano o di cultura ci campano.      
Basta? Per niente. Se messe una sull’altra le ricette degli amanti del Sud, andrebbero a formare dei pasticci inenarrabili. Secondo il governatore Raffaele Lombardo, succeduto a Totò Cuffaro ospite delle patrie galere, gran parte delle colpe dell’arretratezza del Sud e delle difficoltà dei siciliani sarebbero di Giuseppe Garibaldi: dell’annessione al Piemonte, dei torti ricevuti, eccetera eccetera. Ovvero di fatti e fattacci avvenuti centocinquant’anni fa. Quando, tanto per dire: la Germania non era un Paese unito (e dopo ne avrebbe passate di cotte e di crude), l’India era sotto il controllo britannico e la Cina usciva con le ossa rotte dalle “guerre dell’oppio”. Ora, secondo Buttafuoco questi due ultimi Paesi che rappresentano il presente e il futuro del Pianeta (diciamo, però, non proprio due campioni di civiltà nelle questioni interne), dovrebbero costituire un modello per la Sicilia del futuro. Sicilia che a sua volta (non si sa però come, quando o a che ora) dovrebbe guardare a quel che sta avvenendo in Asia e contemporaneamente divenire il centro economico e commerciale del Mediterraneo. Insomma complicatuccio. E forse più che un film di Miniero, occorrerebbero gli studios della Disney per fabbricare una storiella così carina.
Pare che invece, tanto per dirne un’altra, le cose in Sicilia vadano in un altro modo: come ha scritto Gian Antonio Stella sul Corriere del 5 gennaio. La retribuzione media di un consigliere siciliano (mandato all’Assemblea regionale dell’Isola coi voti dei siciliani, naturalmente) è di undici volte superiore al reddito medio dei suoi concittadini. Egli è più ricco dei governatori del Maine, dell’Oregon, dell’Arkansas e del Colorado «messi insieme»: altro che crisi. Il ritornello di una canzoncina siciliana di qualche anno fa recitava: di Mungibeddu tutti figghi semu, s’avemu ‘n-pezzu di pani nu spartemu… (siamo tutti figli dell’Etna, se abbiamo un pezzo di pane lo dividiamo…). Magari, chissà, visto che a noi riesce difficile ce lo spiegheranno i cinesi come fare.

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