sabato 7 gennaio 2012

Sherlock Holmes è vivo e lotta insieme a noi

«Scherzosamente, riferito a cosa o impresa eccentrica, sorprendente, o compiuta con ostentata braveria». È la definizione data dal vocabolario Treccani per americanata. Detta così, in Italia tre quarti delle cose fatte o semplicemente dette sono, oggi, americanate. Il belpaese dunque, non è la terra dei santi, dei poeti e dei navigatori: ma dei tipi alla Alberto Sordi, cioè degli inguaribili, di quelli così e così alla Renato Carosone e di quelli che, a parole, all’americanismo intendono opporre qualcos’altro. Treccani alla mano: è più americano oggi il cinema italiano, quello ad uso e consumo familiare, ridottosi a parata di battutisti, a commediola strampalata con finale deficiente, o il cinema d’azione che concede allo spettatore un quarto d’ora di seria riflessione? La risposta è scontata.
Prendiamo Sherlock Holmes. Non quello di Conan Doyle, o almeno non solo, ma quello di Guy Ritchie, cioè quello cinematografico. La prima puntata esce a Natale del 2009, la seconda invece è nelle sale italiane in questi giorni (Gioco di ombre). Per carità: morti apparenti e false risuscitazioni, sfide lanciate al mondo e scene mozzafiato. Ma la questione dei riti e delle sette, ahimè è fin troppo vera, compresi i sacrifici umani e comprese le sfide al mondo moderno (e a quale sennò?) lanciate da tipi a dir poco irresponsabili. Nella pellicola del 2009, il cattivissimo Lord Blackwood ci lascia le penne, ma di nuovi Aleister Crowley, il “mago” che insieme al conte Dracula, ne ha ispirato la figura, credo che in giro ce ne siano parecchi. Con qualche convinzione di troppo: da non distillare dentro le mura di casa ma da diffondere qua e là a vantaggio degli allocchi. Non più o non solo americanate, i lavori di Ritchie, soprattutto il primo, ritraggono una realtà seria anche se dalle forme esagerate: la realtà dello spiritismo, la nascita di sette più o meno segrete (e più o meno violente), le velleità degli adepti. La piaga della magia nera. Eccetera. In poche parole: la storia di quelli che vorrebbero cambiare (leggi: dominare) il mondo, imponendo loro regole con poche carezze e qualche scudisciata. Da furfanti, insomma.
Il film dell’ex marito di Madonna, più che ai lavori di Conan Doyle si ispira al fumetto del produttore, ex Warner Bros, Lionel Wigram. E la differenza con gli Sherlock Holmes classici - l’interprete principale era l’indimenticabile Basil Rathbone - c’è, eccome. Composto e inglese il dottor Watson di Jude Law, sopra le righe, deduttivo oltre natura (quasi un superman dell’intelligenza) e scavezzacollo l’Holmes di Robert Downey Jr., già Iron Man cinematografico. Un positivo e un negativo, che si compensano seconde vecchie regole di relazione fra umani (e non). Come Ellery e Richard Queen, Nero Wolfe e Archie Goodwin, Poirot e Hastings, Dylan Dog e Groucho Marx, e come… Topolino e Pippo. In Gioco di ombre, protagonista il professor Moriarty acerrimo nemico di Holmes, i nuovi sceneggiatori ridimensionano alcune singolarità del primo episodio. Un ritorno alla “tradizione” che non guasta (e che piace al pubblico), come ha scritto Paolo Mereghetti sul Corriere della sera del 14 dicembre. Tradizione che naturalmente non risuscita (anche) il vecchio cinema, ma si tinge di comune rispetto per un personaggio (Holmes) mai vecchio. Che non stanca affatto, neanche se lo riadattasse  Benigni. Il regista Benigni. Holmes è di per sé modernissimo e lo è a prescindere dagli effetti speciali, dai ritmi e dal dinamismo futurista del quarantenne Ritchie.
Modernissimo è il metodo scientifico, seguito dalle indagini sul campo. Modernissima è la cultura “a macchie di leopardo” del protagonista. Ma altrettanto moderna, più europea che americana, checché ne dicano i pontefici dell’occulto è la mania di Conan Doyle per lo spiritismo che si rileva in entrambe le pellicole. Particolare poco noto del carattere di Sir Arthur è difatti il gusto non tanto per il poliziesco, quanto per il romanzo d’avventura, il soprannaturale, l’orrore, il mistero, la fantascienza e appunto lo spiritismo. Argomento scelto per un saggio datato 1926 (Storia dello spiritismo) che procurò all’audace medico di Edimburgo un gran quantità di critiche provenienti dalla sponda dei dubbiosi. A quel tempo in pochi riuscirono a capire perché lo scienziato che aveva prestato a Holmes tutta la propria disposizione alla logica, avesse deciso di dedicarsi a un esercizio così poco logico come lo spiritismo. Un mistero che non riguardava il solo Doyle naturalmente, che non era certo il primo e non sarà certo l’ultimo a cadere in simili contraddizioni.
Il cieco amore di Doyle verso lo spiritismo fu anche causa della fine di una singolare amicizia: fra lo scrittore educato dai gesuiti e Harry Houdini, il grande illusionista più che avverso alle attività dei medium. A testimoniare l’importanza assunta dalla ricerca spiritual-spiritista, Doyle ebbe anche diversi contatti con la Golden Dawn, il misterioso ordine occultista londinese di fine Ottocento di cui fu parte anche Aleister Crowley. E qui, dunque, il cerchio dovrebbe chiudersi.
I nostri cine-panettoni sono ormai giunti a fine corsa. Ammesso che abbiamo mai posseduto un qualche merito - porre in risalto vizi e difetti dell’italiano-medio come da popolare commedia all’italiana - oggi appaiono del tutto insignificanti. Mal recitati, sceneggiati alla meno peggio (salvo qualche eccezione) inutilmente volgari e prevedibili. Una vetrina via via meno luminosa per corpi femminili finti e/o palestrati. Più americani del fumetto americano, più americani del Wrestling, più americani di tutte le finzioni d’oltreoceano. Il tripudio del nulla! Per non andare troppo indietro si pensi all’Io & Marilyn del regista da cabaret Leonardo Pieraccioni (2009). Perfino Marilyn la californiana si permetteva, allora, di filosofeggiare dinanzi a compagni di viaggio del tutto privi d’interesse. Per non parlare del muto estetismo della protagonista del film dell’ex “fratello d’Italia”, nelle sale in questo Natale 2011, Finalmente la felicità. Per questo, è conveniente tacere.
Poste a fianco di sì tanta “arte” perfino le questioni personali di Holmes diventano problemi degni del dottor Freud. L’amore nascosto dell’investigatore di Baker Street 221B per Irene Adler (nei due film interpretata dalla bellissima musa di Woody Allen, Rachel McAdams), la sua celebre misoginia, di gran moda per buona parte del Novecento, e l’attrazione per l’unica donna che riesca a tenergli testa: nascondono un universo di pensieri, impulsi, sentimenti e chi più ne ha più ne metta. Idonei, questi sì, a lasciar sbizzarrire le menti più atletiche.

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