sabato 25 febbraio 2012

Addio ai papà del Sessantotto nero

Il 19 febbraio scorso Fausto Gianfranceschi se ne è andato. Cinque mesi fa lo aveva preceduto Enzo Erra. Nel 2009 era scomparso Giano Accame. Un’intera generazione (e che generazione!), salvo i pochi rimasti, è sparita  in questi anni. Una generazione che lo stesso Accame e poi il giornalista del “Corriere” Antonio Carioti avevano simpaticamente – ma realisticamente – etichettato come i “sessantottini di destra”.
“Sessantottini” con annessi e connessi naturalmente (ribelli e non-conformisti), anche se rispetto a quelli che sarebbero venuti dopo (cioè negli anni Sessanta) le differenze non sarebbero state cosa da poco. In primo luogo si sarebbe consolidata nel tempo l’idea che il mondo stesse davvero andando verso un’altra parte. E che più che contrattaccare, venti anni dopo, occorresse difendersi o magari, finalmente, abbandonare posizioni troppo rigide. Come d’altra parte aveva fatto in passato il vecchio maestro, Julius Evola, la cui biografia era disseminata di svolte e singolari prese di posizione, ma che proprio nel Sessantotto aveva scelto una posizione più difensiva che offensiva, oramai stanco di delusioni e di rivoluzioni fallite.
I ragazzi del Movimento sociale nei primi anni Cinquanta erano in massima parte ribelli. Ed è facile comprendere il perché. Nati durante il fascismo – alcuni di loro avevano fatto appena in tempo ad arruolarsi nella repubblica di Mussolini, come Accame diventato “repubblichino” proprio il 25 aprile del 1945 – non volevano accettare la sconfitta, stavano dalla parte dell’Italia in un mondo spaccato in due, e conseguentemente non abbandonavano i propositi di rivincita. Nello stesso tempo però si rendevano conto delle velleità dei loro progetti, avevano una scarsa fiducia nella politica, ma data anche la giovane età la voglia matta di entrare in gioco. Si accostino le seguenti testimonianze, l’una all’altra, ne verrà fuori il ritratto di un’intera generazione (e di una parte ideale), di non trascurabile importanza. Sarà anche agevole notare le differenze, soprattutto negli umori, con i “fratelli minori” degli anni Sessanta.
Così Gianfranceschi (testimonia a Gianfranco de Turris): “Un giorno bisognerà scrivere la storia di quelli che, per la loro età … non fecero in tempo a perdere la guerra, o riuscirono a parteciparvi, in gran parte volontari, appena pochi mesi, quando essa già appariva inevitabilmente perduta. Negli anni immediatamente dopo il 1945 costoro formarono una singolare categoria psicologica, numericamente modesta rispetto alla categoria di quelli che, stando dall’altra parte, avevano vinto o fingevano di crederlo. Per noi non era così. Qualcosa ci separava dagli altri, ed era l’amarezza, ma anche un’elettrizzante tensione che forse ci faceva sentire più vivi in quella condizione di sconfitti. Sconfitti e tuttavia decisi a non rinunciare al nostro modo di percepire la realtà”. E poi Accame, lucidissimo su “Il Borghese” degli anni Sessanta: “Nel nostro decennio postbellico … si sognava di creare un ordine sul lontano esempio dei cavalieri teutonici … i nemici erano la democrazia bottegaia, il materialismo comunista e l’edonismo occidentale, la società dei consumi. Ce la prendevamo contro la civiltà degli elettrodomestici … eravamo un po’ buffi, come lo sono sempre, nelle epoche di crisi i ragazzi ancor pieni di fervore. Non sapevamo d’esser dei profeti, degli anticipatori della nuova sinistra”. Si perché fra i miti degli anni Cinquanta e quelli del Sessantotto esiste una straordinaria somiglianza. Guevara, Adorno e Marcuse al posto di von Salomon, Guénon e Evola. E i temi, poi, sono praticamente gli stessi: violenza purificatrice, opposizione totale al sistema, ordine, mistica e antimodernismo.
Enzo Erra invece è il più pessimista fra i tre. Guarda al lato spirituale dell’uomo, in relazione diretta con l’antroposofia e col maestro Massimo Scaligero. Così nel celebre periodico “Imperium” che fu anche causa del processo dei Trentasei: “Pretendere di agire in un mondo come l’attuale, esaminando i fenomeni isolatamente, man mano che si presentano, senza tentare di dare ad essi una interpretazione unitaria … significa commettere la peggiore delle astrazioni … è necessaria dunque, come punto di partenza ad ogni azione trasformatrice  e risolutiva, una concezione del mondo e della storia, che ponga nella sua vera luce la complessità della situazione attuale …”. Testimonianze, alle quali se ne possono aggiungere altre. E di protagonisti ancora in vita. Come Primo Siena, dirigente giovanile missino degli anni Cinquanta, che poco tempo fa svelò le origini del termine “figli del sole” col quale venivano etichettati i cosiddetti evoliani, quelli che si differenziavano dalla cosiddetta sinistra giovanile più attenta, quest’ultima, alla questione della socializzazione e all’eredità politica della repubblica di Mussolini.
Ribellismo, nuove forme di spiritualità, ferma opposizione al presente, rifiuto di una certa politica (rozza e concentrata sui beni materiali). Le atmosfere create dai giovani figli del sole (ma anche dai non evoliani) erano grossomodo di questo tipo. Naturalmente – come poi nel Sessantotto – ognuno dei protagonisti avrebbe preso strade diverse. È giusto dire però che Gianfranceschi e gli altri furono dei veri capi scuola. Anche per questo ci mancano e ci mancheranno.

giovedì 23 febbraio 2012

Andy Warhol, il profeta

Ecco Figaro, molti anni dopo. Pittore, scultore, regista, produttore artistico, attore, scrittore e naturalmente “filosofo”. La sua patria? Non più la Francia laica e rivoluzionaria, ma la lontana America che eredita vocazioni e bellezze della vecchia Europa. Adesso però Figaro si chiama Andy Warhol, indossa una parrucca argentata, è di origini slovacche e muore il 22 febbraio del 1987, appena venticinque anni fa. Forse malato di Aids. Come il progenitore francese cavalca il nuovo come fosse un purosangue e tiene più al denaro che all’onore. Ha una faccia per ogni occasione e frequenta, come si suol dire, il giro giusto.
C’era una volta l’arte come invenzione pura, come genialata alla Leonardo da Vinci o come manifestazione di purezza alla Raffaello. C’era una volta, perché ce l’hanno spiegato i Futuristi nel dinamico Novecento tutto si muove, e poi di seguito, nell’era pop, tutto comincia a muoversi con e per la società. E cosa vuole questa società? Vuole se stessa naturalmente, i suoi simboli, e soprattutto vuole consumare. Consumare immagini, godere di fama e bellezza, in ogni momento e per ogni occasione. Ebbene, Andy Warhol regala ai rappresentanti di questa società – americana o americanizzata – ciò che essa pretende. Semplice come bere un bicchiere d’acqua, no? L’arte diventa riproduzione di un oggetto di uso comune. Unica condizione: l’artista deve ricercare un punto di vista o un’immagine adatta e deve dunque trovarsi al posto giusto e al momento giusto. Tutto può essere arte: un barattolo di zuppa consumata dall’americano medio, l’immagine di una stella del cinema resa ricca e accattivante da segni grafici e colori perfino casuali. Tutto può essere arte fino a quando (e perché) c’è una società che quest’arte vuole, ottiene e consuma. Basta dunque saperla vendere.
Si può affermare che l’immaginazione o l’immaginario siano mai veramente andati al potere? Forse più facile dire che le immagini – nude e crude – siano andate al potere. Anzi siano state potere stesso. Warhol aveva capito anche questo: nell’era della ripetitività, conta più il numero delle ripetizioni che la sostanza del messaggio. Aveva capito che mille Marilyn Monroe valgono mille Mao Tse Tung. Unica condizione: che non spariscano mai dalla nostra vista. Che siano sempre con noi, immagini da consumare (ma tecnicamente inesauribili) come una semplicissima lattina colorata.
   

domenica 19 febbraio 2012

Ottanta e non li dimostra

Com’era la vita prima che nascesse la “Settimana enigmistica”, il periodico di giochi e cruciverba che il 23 gennaio scorso ha compiuto ottant’anni? Il quesito, a metà fra il classico amarcord e la battuta da cabaret, ha una sua ragion d’essere perché da decenni il popolarissimo quadernetto con scritte in verde, blu o rosso e la foto (regolarmente in b/n) di un attore, attrice o personaggio in prima pagina, è il fedele compagno di milioni di italiani. Borghesi, colti e impiegati? Sì può darsi, per una volta però lasciamo stare le questioni di classe perché la “Settimana enigmistica” è stata soprattutto un contenitore di passatempi, un po’ per tutti i gusti. Eppure sempre uguale a se stessa, per nulla fedifraga. Fedele, elegante, puntuale e sempre carina. La regina indiscussa delle riviste di enigmistica in Italia.
Ma diciamo anche che la “Settimana” (così abbreviata dagli edicolanti) è stata soprattutto un’unità di misura. Una misura di crescita o maturità. Da principio quando si faceva fatica a leggerla guardavamo le figure, cercando di interpretare - dai disegni - il testo e il significato delle barzellette. Nessuno di noi si perdeva una striscia di Carlo e Alice, né una vignetta o le curve della Susi, Poi nell’adolescenza, dopo esser passati dalla “Pista cifrata” e da “Che cosa apparirà?” (quasi un battesimo della penna) passavamo ai cruciverba veri e propri; dapprima quelli facilitati e poi via via quelli più impegnativi (con e senza schema). Con la maturità e con le sciarade, arrivava anche la parte dei contenuti, cioè arrivavano le rubriche (“Strano, ma vero!” e “L’edìpeo enciclopedico”), i rebus e il glorioso “Bersaglio”. La laurea invece si conseguiva affrontando il mitico Bartezzaghi (di papà Piero, mentre oggi c’è il figlio Alessandro), l’ultimo schema rettangolare con definizioni quasi impossibili e infine gli “Incroci obbligati”. Credo che la risoluzione di questi ultimi abbia causato più litigi in famiglia che un dibattito in tivù su Almirante o Berlinguer. Prima, ci si attrezzava di matita e gomma o si utilizzava direttamente la penna? Questioni sulle quali sembrava misurarsi la tenuta di una famigliola tipo, con scolarizzazione medio/alta. Ecco: diciamo che grazie alla “Settimana” il dialogo in famiglia esplodeva con tonalità da sala cinematografica. Nulla da dire: Steno e Dino Risi avevano compreso in pieno il carattere degli italiani!
Difficile immaginare naturalmente che il fondatore della “Settimana” dal nome e dai titoli che per lunghezza ricordavano Antonio de Curtis: Cavaliere del lavoro, Grande ufficiale, dottor, ingegner Giorgio Sisini di Sorso conte di Sant’Andrea, avesse pensato di creare un oggetto così importante e soprattutto longevo. Quando il periodico nacque nel 1932, l’Italia era quella che era e guardava con curiosità mista a invidia le novità d’oltralpe o d’oltreoceano. Il sardo Sisini che era il figlio del fondatore del Rotary della Sardegna, spostatosi a Milano, aveva lanciato l’idea di creare una rivista di sola enigmistica. Un’idea non del tutto originale, ma da allora fino al giorno della morte, salvo un solo ritardo (non una vera e propria interruzione) non si sarebbe fermato mai. Un record. Naturalmente sulle vere origini delle parole crociate (o come si usa scrivere con prosa meno aggraziata: parole incrociate), si sa poco o nulla. Sono state inventate dagli americani, gli intrattenitori per eccellenza? O dai viennesi, austeri e razionali? Probabilmente come direbbe un buon sociologo da entrambi, nel senso che attorno a un’invenzione o a un progetto nessuno costruisce delle pareti stagne. A meno che il solito antropologo ispirato (professionista o dilettante) non se ne esca attribuendo l’invenzione a un popolo dimenticato o ai perfidi Maya. Chissà. Ma in fondo non importa granché. Più colta e affidabile di un giornale locale, agli antipodi rispetto a un settimanale scandalistico, meno divertente ma più stuzzicante di un programma televisivo (parliamo degli anni Settanta naturalmente, oggi non c’è partita!) la “Settimana” è oramai un oggetto senza storia, come fosse eterna. L’opera lirica è praticamente defunta, il cinema è costretto a reinventarsi di continuo, in tivù latitano le idee, lo sport è legato al business, il giornalismo giorno per giorno perde la nobiltà della narrazione, i romanzi li scrivono anche i cani (e li leggono in pochi), insomma in un Kali yuga della comunicazione, l’enigmistica non ha perso un solo colpo.
Ha respinto con forza e decisione l’attacco del più atletico e noioso “Sudoku”, non ha smarrito un grammo del proprio fascino: ha mantenuto integro il gusto per la piccola-grande gara, della sfida con un’asticella o barriera immaginaria. L’enigmistica somiglia a un lungo esercizio di matematica con lettere al posto dei numeri, a una poesia senza versi né rime e senza sciocche morali. Senza antipatiche ostentazioni. Dodici verticale: «La poetessa Negri». Ada, lo sappiamo bene. Tutti. Ma dopo una definizione impossibile del tipo: «Il più lungo affluente del Nilo», quelle tre lettere formano come uno scoglio nel bel mezzo dell’oceano. Come quando si guadagnava un 6+ in geografia recitando a memoria i nomi delle Alpi (Marittime, Cozie…), perché tanto i capoluoghi della Lombardia (in ordine alfabetico e Milano in testa) non li avremmo saputi mai.

sabato 11 febbraio 2012

(Non) siamo tutti conservatori!

«Tutti saremo d’accordo sul significato della parola “conservatore”». Così diceva Giuseppe Prezzolini, nel suo celebre Manifesto dei conservatori. E continuava: «Evidentemente un conservatore è uno che vuol conservare qualche cosa». Posizione del tutto logica e naturalmente condivisibile.
Prezzolini partiva dal presupposto che il mondo della materia, della prassi (come per Vico) precedesse quello intellettuale, e dunque che l’azione del conservare fosse legata a un possesso, o proprietà di beni tangibili. Tuttavia essendo «l’immaginazione degli antichi» molto vasta il termine conservare aveva assunto, nel tempo, un significato smisurato. Per cui la conservazione, concludeva l’intellettuale toscano nato a Perugia, andava perfino «al di sopra delle religioni, delle società, delle famiglie. Si può ritrovare dovunque. È comune a molte nazioni. Non è semplicemente un partito; è una struttura della mente umana».
Prezzolini scriveva queste cose nel 1972, anche se il suo libro era stato pensato molti anni prima, quando la politicizzazione della società (nel senso di lotta e confronto duro, perfino violento) era giunta a livelli impensabili. In anni nei quali il conflitto sociale era aspro, le parti in causa contrapposte in un gioco di “mors tua vita mea” e il progresso era considerato uno slogan che andava ben al di là delle possibilità di trasformazione della vita reale. Quando interi settori dell’intellettualità nostrana si erano convertiti all’utopia e all’astrattismo mandando a farsi benedire un più sano realismo. Si era vittime di uno storicismo impazzito. Si era sostenitori dell’ideologia dell’ideologia per cui la concretezza degli avvenimenti veniva filtrata dalle convinzioni personali o dai dettati di questa o quella dottrina. Si era disposti a soffrire o a cadere per una semplice presa di posizione. Negli anni delle contrapposizioni nette, i drammi che si consumavano nell’Unione Sovietica venivano trattati con una leggerezza allarmante, come se qualunque gioco valesse tranquillamente la candela. Ma la conservazione, diceva ancora Prezzolini, era la normalità, e lo era soprattutto dal punto di vista biologico e filosofico. «La “conservazione” è anche un istinto animale fondamentale ed ha un’origine fisiologica ben più lontana di quella scoperta dai glottologi nella storia delle parole. Risale all’origine della vita. È una legge delle biologia». E ancora: «L’essere è la realtà assoluta distinta da tutte le cose accidentali del mondo, che sono in paragone mutevole e incomplete. Senza l’essere non ci sarebbe lo spettacolo del mondo mutevole».
Le categorie prese a prestito da Prezzolini non erano solo politiche dunque, e non erano molto diverse da quelle trattate da Michael Oakeshott filosofo inglese e teorico del pensiero politico, praticamente sconosciuto al grande pubblico (italiano e non), eppure considerato fra i più importanti dei tempi moderni; un pensatore che si schierava contro le innovazioni radicali e che nel 1956, anticipando Prezzolini, aveva parlato di conservatorismo come attitudine personale, quasi come categoria antropologica, come atto di prudenza e attitudine non politica. Una posizione la sua che si sposava agli obiettivi del ceto medio e che può essere tranquillamente interpretata come un invito a non legare la questione politica alle isterie provocate dalla questione sociale o “di classe”. Dal momento che tutti possono e in un certo senso debbono avere qualcosa da conservare, il termine conservatore non solo cessa di assumere un significato “negativo” ma cessa soprattutto di designare un’area politica precisa (per molti la destra, sicuramente). Chi ci dice infatti che a destra siano conservatori e a sinistra no? E chi ci dice soprattutto che la destra sia tutta conservatrice? Ammesso e non concesso, naturalmente che destra e sinistra oggi abbiano un significato preciso. E non siano soltanto delle categorie emotive. Destra sociale (o addirittura socialista)  e sinistra borghese, rivoluzionari conservatori e anarchici perfettamente incuranti della politica attiva, stanno a evidenziare come le definizioni in politica siano del tutto liquide; lo erano ieri lo sono oggi, a maggior ragione in periodi nei quali classe operaia e ceto medio non sono contrapposti come negli anni Settanta. Periodi nei quali le tutele per il secondo si sono abbassate di molto e il benessere si è esteso a tutte le categorie sociali.
Perfino Norberto Bobbio diede diritto di cittadinanza alla “rivoluzione conservatrice” nata alla fine della Grande guerra. E sarebbe un azzardo affermare che in quella sede gli intellettuali che ne fecero parte fossero dei banali “conservatori” o tipi facilmente arruolabili da una borghesia che intendeva tutelare i propri privilegi. Basterebbe pensare anche a un Luigi Pirandello o, perché no?, allo stesso Mussolini. Intellettuali e politici che non erano conservatori eppure non si identificavano (o le fecero in parte o per brevi parentesi) con la sinistra. Per confondere le acque, perché se in politica le semplificazioni sono quasi necessarie, nel campo della storia del pensiero politico sono del tutto dannose, si potrebbero citare altri mille esempi. Partendo per esempio da una suggestione di Alain de Benoist sul curioso caso dei “liberal”. Scrive il filosofo francese in relazione alla difficoltà di inquadrare la dottrina liberale: «”Liberalismo” non ha lo stesso significato in Europa continentale e nei paesi anglosassoni, soprattutto negli Stati Uniti. Dall’altra parte dell’Atlantico, un liberal è un progressista, un uomo della sinistra moderata… In Europa, al contrario, è un individualista, un sostenitore dell’economia di mercato, convinto della necessità di collocare la sfera privata fuori dalla portata dei poteri pubblici… Per gli europei, Ronald Reagan e Margaret Thatcher sono esempi di politici liberali, mentre per gli americani sarà piuttosto Barack Obama un esempio di politico “liberale”» (in: Marco Iacona, Il liberalismo, Solfanelli, 2012).
In modo crediamo del tutto involontario de Benoist chiama in causa personaggi che già anni prima Sergio Romano individuò come conservatori sui generis. O meglio personaggi che per dirla con Prezzolini non volevano conservare alcunché. La Thatcher per esempio (della quale si riparla in questi giorni per merito dello splendido film interpretato da Maryl Streep), che «divenne Primo Ministro nel 1979 dopo un lungo periodo nel quale la società inglese era stata profondamente segnata dalle grandi riforme laboriste dell’immediato dopoguerra». E poi Ronald Reagan che «fu eletto alla Casa Bianca nel novembre del 1980 dopo due generazioni caratterizzate complessivamente dal New Deal di Franklin D. Roosevelt, dalla “Grande Società” di Lyndon Johnson e dall’assistenzialismo multiculturale di Jimmy Carter. Anziché limitarsi a conservare, i due maggiori conservatori degli anni Ottanta dovettero diventare innovatori e dedicare buona parte del loro tempo allo smantellamento delle iniziative, delle norme e delle consuetudini – nazionalizzazioni, regolamenti amministrativi, bardature burocratiche, potere dei sindacati nella vita sociale – che avevano concorso alla creazione del welfare state in Gran Bretagna e negli Stati Uniti». Le parti s’invertirono, conclude Romano. «i conservatori divengono riformatori liberali, mentre “conservatori”… sono i partiti che restano fedeli al vecchio regime e chiunque ne abbia tratto vantaggio, in una forma o in un’altra». Se volessimo continuare su questa strada, sarebbe davvero complicato definire oggi in modo esaustivo il giornalista di Repubblica Federico Rampini che sta dalla parte di Tony Blair e Bill Clinton (Alla mia sinistra, Mondadori 2011), restauratori, a loro volta, dei regimi pre-reaganiani e pre-thatcheriani. Conservatore o progressista? Chissà.
Come classificare poi – per guardare altrove – quella lunga schiera di intellettuali e uomini d’azione, attivi durante il regime fascista e mai sedotti dal moderatismo? Erano degli anticonformisti, anzi dei super-fascisti - locuzione che per loro e per i numerosissimi epigoni (dal punto di vista ideale) aveva un’accezione del tutto positiva - che volevano una cosa sola: la rivoluzione nell’etica, nei costumi. Perfino nella parola. Una rinascita a “nuova vita”, insomma. Fra questi Longanesi, vicino a Bottai, e il maestro di Montanelli Berto Ricci. Definirli dei semplici conservatori in politica farebbe semplicemente ridere. E Ezra Pound poi? Fu un conservatore? Papà di una generazione di scrittori americani che definire borghesi e conservatori in senso tradizionale sarebbe un vero reato.
E Filippo T. Marinetti? Oggi il linguaggio futurista, gli slogan, o le semplici seduzioni dell’avanguardia delle avanguardie riempiono uno spazio a sé della prassi politica. Basti pensare che deputati e senatori di Fli vicini a Gianfranco Fini si definiscono “futuristi”. Francamente cosa volessero conservare i futuristi è del tutto ignoto a chi scrive, al più (e qui occorrerebbe una conoscenza dello scrittore nato ad Alessandria d’Egitto non di superficie) nelle opere di Marinetti è presente una sorta di legame (a volte quasi esoterico) fra certo primitivismo “tradizionale” e le aspirazioni (appunto) futuriste dell’uomo nuovo. Uno o più balzi epocali pronti a far fuori l’intera borghesia. Il linguaggio della Beat generation peraltro è estremamente simile, nella forma, a quello dei futuristi.. Un atteggiamento tipico di certa intellettualità d’inizio secolo che attaccava la borghesia con tutti i modi possibili e immaginabili. Con il pensiero e l’azione sovente in armonia (seppur nelle intenzioni). Ebbene che tutti questi autori, nel tempo, siano stati “arruolati” dalla “destra” è testimonianza del fatto che tale “destra” fosse tutt’altro che conservatrice.
Nel dopoguerra la destra italiana si è quasi interamente riconosciuta nel Movimento Sociale Italiano. Nato come prolungamento (si faccia attenzione alle assonanze) della Repubblica Sociale Italiana. Il Msi è un partito complicato, tutt’altro che monolitico, la cui componete giovanile come ha scritto Antonio Carioti (e come disse Giano Accame) anticipò di quasi vent’anni le irrequietezze e le ambizioni dei sessantottini. Un partito che ancora nel Sessantotto (ma non a partire dal Sessantotto: si pensi ai dibattiti degli anni Cinquanta!) comprese che un’intera generazione non si sentiva rappresentata dai valori della conservazione politica e della difesa dello status quo. I giovani si aprivano al mondo moderno, volevano abbeverarsi al jazz, al rock, alle nuove tecnologie, non amavano l’ordine, come scriveva Prezzolini, ma il disordine costruttivo, non erano pessimisti (o quanto meno non tutti), ma generalmente ottimisti, e non pensavano che il mondo stesse rotolando verso un’assurda deriva. Senza possibilità di azione. Insomma: il futuro poteva far parte dei sogni e tanti fra loro avrebbero sottoscritto i versi di Harold Norse, poeta Beat: «stiamo cercando ragioni razionali per credere nell’assurdo». Già, altro che conservazione!

sabato 4 febbraio 2012

La Governante di Brancati

Governante è participio presente di governare. E governare è sinonimo di reggere, dirigere, custodire. Reggere o dirigere qualcosa o qualcuno, a volte entrambi. Bene: cosa o chi dirige, avremmo voluto chiedere a Vitaliano Brancati, Caterina Leher, francese di bell’aspetto e modi impeccabili, governante di casa Platania, famiglia siciliana trapiantata a Roma? Questa e quella protagoniste della commedia del catanese di Pachino, La governante?
La risposta sarebbe stata presumibilmente complicata. Perché la storia della Governante, pensata da Brancati già negli anni Quaranta, scritta nel 1952, censurata e andata in scena in Italia solo nel 1965 dopo una tappa alla Ville Lumière, quando l’autore era morto da un pezzo, è tutt’altro che semplice. O meglio: sulla trama poco da dire. Storia di una omosessualità femminile, e di una condizione vissuta come colpa, disturbo, malattia e anormalità. Naturalmente però anche qui come per Shakespeare, la responsabilità di uno dei personaggi – come per Jago – tocca i protagonisti uno ad uno, momento per momento. Ed ecco che la colpa di Caterina diventa la scintilla per far esplodere ipocrisia e contraddizioni di un ambiente, che vive a due passi da San Pietro in un equilibrio precario sotto l’ala conservatrice del patriarca Leopoldo. Insomma: la normalità è solo un castello di carte, ci dice Brancati, basta un soffio di vento e viene giù tutto.
Ma La governante andata in scena a Catania in questi giorni al teatro “Giovanni Verga” per la regia di Maurizio Scaparro e con Giovanna Di Rauso e Pippo Pattavina (con repliche fino al 3 febbraio) è anche un gioco di specchi. Non solo Caterina governa una famiglia già governata da Leopoldo – e forse in realtà ella governa solo gli umori di Leopoldo – ma questione assai più importante: ella non riesce a governare se stessa. Non ha la forza di contenersi, non sa custodire un segreto, assegna le sue colpe a Jana servetta ingenua, innocente e primitiva (che morirà), e infine con gesto di disperato risarcimento paga col suicidio la propria condotta. Come a dire: il male genera se stesso, anche se il male in origine è tutt’altro che male. E qui, si aprirebbero spazi infiniti. Insomma: chi governa chi? la governante omosessuale governa casa Platania o quest’ultima famiglia perbenista, barbosa e ipocrita come mille altre, governa (coi suoi valori) il destino di Caterina? Il quesito è molto marxiano e ricorda pagine circa la relazione fra società e coscienza: ma attenzione a non cadere in un tranello. Non si creda che le intenzioni di Brancati fossero (solo) quelle della condanna del mondo borghese, perché il pachinese ne aveva per tutti: dall’intellettualità del suo tempo vuota e parolaia alla Sicilia baronale.
Per Brancati, ironico quanto basta, nulla va come dovrebbe in quegli anni Cinquanta (governanti e governati, maschi e femmine); anni nei quali dirsi o solo pensarsi diverso è folle oltre che estremamente pericoloso. E non sfugge alla sua rete da pesca il ruolo dell’intellettuale. L’autore del Bell’Antonio ci presenta un tipo singolare ma in fondo uguale agli altri: Alessandro Bonivaglia uno scrittore di successo. Lui è il primo a intuire che a casa Platania c’è qualcosa che non va, ma non ne fa un gran dramma; e lui stesso scopre (non casualmente) il cadavere di Caterina. Ma Alessandro è un vanitoso, un corteggiatore null’altro che ordinario, al pari del figlio di Leopoldo, uno che mette all’interno dei suoi libri tutto se stesso, ma che nel quotidiano si allinea all’andazzo generale. Un non-conformista a parole, noioso e il più delle volte annoiato. La cui funzione, la cui importanza è sopravvalutata da un pezzo di società, superficiale e ignorante (della quale i Platania rappresentano l’immagine), che abbisogna del comune svago intellettuale per colmare dei vuoti sempre più percepibili. Ieri l’altro quella di Alessandro era l’immagine (critica) del tipico intellettuale di sinistra. Oggi di Bonivaglia se ne trovano a destra e a sinistra, in alto e in basso: ovunque!
Già oggi. Perché per dimostraci di non essere morto, il teatro deve introdurci alla riflessione, al confronto pluridimensionale E oggi, per esempio, i gusti sessuali della Governante non desterebbero scandalo alcuno. Per fortuna. Ne siamo sicuri e l’esito sarebbe duplice. Nella finzione scenica Caterina (non più maledetta) sarebbe viva e “lotterebbe insieme a noi” contro le ipocrisie dei suoi e dei nostri tempi: come la confessata fede cattolica della famiglia Platania (e di Leopoldo in particolare), che non frequenta la chiesa e si scaglia senza pietà contro la povera Jana creduta (lei sì!) immorale. Nella vita reale, invece, la commedia di Brancati non subirebbe più alcuna censura come accadde nel 1952. Censura della quale si continua a parlare a sessant’anni di distanza. Censura che spiegò all’Italia delle lettere che dalla fine del fascismo i tempi erano cambiati, ma uomini e pensieri erano sempre gli stessi.  
Come atto conclusivo, il 26 gennaio dello stesso anno Giulio Andreotti Sottosegretario alla presidenza del consiglio, dava indicazioni alla prefettura della Capitale di comunicare allo stesso Brancati che la sua opera non aveva ottenuto il nulla osta per la rappresentazione. Un duro colpo per il siciliano che decideva di mettere mano alla penna, pubblicando l’opera per la liberale Laterza insieme a uno scritto al veleno dal titolo inequivocabile («Fu molto doloroso per entrambi – ricorderà la moglie Anna Proclemer – che la commedia non ottenesse il visto di rappresentazione. Fu per questa profonda amarezza che Brancati scrisse Ritorno alla censura. Un pamphlet violento contro la mentalità di certi nostri governanti di allora»).
Ma siamo ancora pieni di tabù e censure, ha confessato Scaparro. Forse la differenza con gli anni Cinquanta, aggiungiamo, è il modo col quale si continuano a vivere. La società è elastica, è tollerante: si concede il vizio privato, purché pubblicamente si continui a essere degli apprezzati cittadini. Le censure hanno a che vedere più con l’opportunismo e meno con la moralità o il costume. Ma forse si è compreso che potere e spocchia sono sinonimi. Paura? Sì, perché il potere ha sempre le unghie affilate, dopotutto.