sabato 25 febbraio 2012

Addio ai papà del Sessantotto nero

Il 19 febbraio scorso Fausto Gianfranceschi se ne è andato. Cinque mesi fa lo aveva preceduto Enzo Erra. Nel 2009 era scomparso Giano Accame. Un’intera generazione (e che generazione!), salvo i pochi rimasti, è sparita  in questi anni. Una generazione che lo stesso Accame e poi il giornalista del “Corriere” Antonio Carioti avevano simpaticamente – ma realisticamente – etichettato come i “sessantottini di destra”.
“Sessantottini” con annessi e connessi naturalmente (ribelli e non-conformisti), anche se rispetto a quelli che sarebbero venuti dopo (cioè negli anni Sessanta) le differenze non sarebbero state cosa da poco. In primo luogo si sarebbe consolidata nel tempo l’idea che il mondo stesse davvero andando verso un’altra parte. E che più che contrattaccare, venti anni dopo, occorresse difendersi o magari, finalmente, abbandonare posizioni troppo rigide. Come d’altra parte aveva fatto in passato il vecchio maestro, Julius Evola, la cui biografia era disseminata di svolte e singolari prese di posizione, ma che proprio nel Sessantotto aveva scelto una posizione più difensiva che offensiva, oramai stanco di delusioni e di rivoluzioni fallite.
I ragazzi del Movimento sociale nei primi anni Cinquanta erano in massima parte ribelli. Ed è facile comprendere il perché. Nati durante il fascismo – alcuni di loro avevano fatto appena in tempo ad arruolarsi nella repubblica di Mussolini, come Accame diventato “repubblichino” proprio il 25 aprile del 1945 – non volevano accettare la sconfitta, stavano dalla parte dell’Italia in un mondo spaccato in due, e conseguentemente non abbandonavano i propositi di rivincita. Nello stesso tempo però si rendevano conto delle velleità dei loro progetti, avevano una scarsa fiducia nella politica, ma data anche la giovane età la voglia matta di entrare in gioco. Si accostino le seguenti testimonianze, l’una all’altra, ne verrà fuori il ritratto di un’intera generazione (e di una parte ideale), di non trascurabile importanza. Sarà anche agevole notare le differenze, soprattutto negli umori, con i “fratelli minori” degli anni Sessanta.
Così Gianfranceschi (testimonia a Gianfranco de Turris): “Un giorno bisognerà scrivere la storia di quelli che, per la loro età … non fecero in tempo a perdere la guerra, o riuscirono a parteciparvi, in gran parte volontari, appena pochi mesi, quando essa già appariva inevitabilmente perduta. Negli anni immediatamente dopo il 1945 costoro formarono una singolare categoria psicologica, numericamente modesta rispetto alla categoria di quelli che, stando dall’altra parte, avevano vinto o fingevano di crederlo. Per noi non era così. Qualcosa ci separava dagli altri, ed era l’amarezza, ma anche un’elettrizzante tensione che forse ci faceva sentire più vivi in quella condizione di sconfitti. Sconfitti e tuttavia decisi a non rinunciare al nostro modo di percepire la realtà”. E poi Accame, lucidissimo su “Il Borghese” degli anni Sessanta: “Nel nostro decennio postbellico … si sognava di creare un ordine sul lontano esempio dei cavalieri teutonici … i nemici erano la democrazia bottegaia, il materialismo comunista e l’edonismo occidentale, la società dei consumi. Ce la prendevamo contro la civiltà degli elettrodomestici … eravamo un po’ buffi, come lo sono sempre, nelle epoche di crisi i ragazzi ancor pieni di fervore. Non sapevamo d’esser dei profeti, degli anticipatori della nuova sinistra”. Si perché fra i miti degli anni Cinquanta e quelli del Sessantotto esiste una straordinaria somiglianza. Guevara, Adorno e Marcuse al posto di von Salomon, Guénon e Evola. E i temi, poi, sono praticamente gli stessi: violenza purificatrice, opposizione totale al sistema, ordine, mistica e antimodernismo.
Enzo Erra invece è il più pessimista fra i tre. Guarda al lato spirituale dell’uomo, in relazione diretta con l’antroposofia e col maestro Massimo Scaligero. Così nel celebre periodico “Imperium” che fu anche causa del processo dei Trentasei: “Pretendere di agire in un mondo come l’attuale, esaminando i fenomeni isolatamente, man mano che si presentano, senza tentare di dare ad essi una interpretazione unitaria … significa commettere la peggiore delle astrazioni … è necessaria dunque, come punto di partenza ad ogni azione trasformatrice  e risolutiva, una concezione del mondo e della storia, che ponga nella sua vera luce la complessità della situazione attuale …”. Testimonianze, alle quali se ne possono aggiungere altre. E di protagonisti ancora in vita. Come Primo Siena, dirigente giovanile missino degli anni Cinquanta, che poco tempo fa svelò le origini del termine “figli del sole” col quale venivano etichettati i cosiddetti evoliani, quelli che si differenziavano dalla cosiddetta sinistra giovanile più attenta, quest’ultima, alla questione della socializzazione e all’eredità politica della repubblica di Mussolini.
Ribellismo, nuove forme di spiritualità, ferma opposizione al presente, rifiuto di una certa politica (rozza e concentrata sui beni materiali). Le atmosfere create dai giovani figli del sole (ma anche dai non evoliani) erano grossomodo di questo tipo. Naturalmente – come poi nel Sessantotto – ognuno dei protagonisti avrebbe preso strade diverse. È giusto dire però che Gianfranceschi e gli altri furono dei veri capi scuola. Anche per questo ci mancano e ci mancheranno.

Nessun commento:

Posta un commento