giovedì 23 febbraio 2012

Andy Warhol, il profeta

Ecco Figaro, molti anni dopo. Pittore, scultore, regista, produttore artistico, attore, scrittore e naturalmente “filosofo”. La sua patria? Non più la Francia laica e rivoluzionaria, ma la lontana America che eredita vocazioni e bellezze della vecchia Europa. Adesso però Figaro si chiama Andy Warhol, indossa una parrucca argentata, è di origini slovacche e muore il 22 febbraio del 1987, appena venticinque anni fa. Forse malato di Aids. Come il progenitore francese cavalca il nuovo come fosse un purosangue e tiene più al denaro che all’onore. Ha una faccia per ogni occasione e frequenta, come si suol dire, il giro giusto.
C’era una volta l’arte come invenzione pura, come genialata alla Leonardo da Vinci o come manifestazione di purezza alla Raffaello. C’era una volta, perché ce l’hanno spiegato i Futuristi nel dinamico Novecento tutto si muove, e poi di seguito, nell’era pop, tutto comincia a muoversi con e per la società. E cosa vuole questa società? Vuole se stessa naturalmente, i suoi simboli, e soprattutto vuole consumare. Consumare immagini, godere di fama e bellezza, in ogni momento e per ogni occasione. Ebbene, Andy Warhol regala ai rappresentanti di questa società – americana o americanizzata – ciò che essa pretende. Semplice come bere un bicchiere d’acqua, no? L’arte diventa riproduzione di un oggetto di uso comune. Unica condizione: l’artista deve ricercare un punto di vista o un’immagine adatta e deve dunque trovarsi al posto giusto e al momento giusto. Tutto può essere arte: un barattolo di zuppa consumata dall’americano medio, l’immagine di una stella del cinema resa ricca e accattivante da segni grafici e colori perfino casuali. Tutto può essere arte fino a quando (e perché) c’è una società che quest’arte vuole, ottiene e consuma. Basta dunque saperla vendere.
Si può affermare che l’immaginazione o l’immaginario siano mai veramente andati al potere? Forse più facile dire che le immagini – nude e crude – siano andate al potere. Anzi siano state potere stesso. Warhol aveva capito anche questo: nell’era della ripetitività, conta più il numero delle ripetizioni che la sostanza del messaggio. Aveva capito che mille Marilyn Monroe valgono mille Mao Tse Tung. Unica condizione: che non spariscano mai dalla nostra vista. Che siano sempre con noi, immagini da consumare (ma tecnicamente inesauribili) come una semplicissima lattina colorata.
   

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