sabato 4 febbraio 2012

La Governante di Brancati

Governante è participio presente di governare. E governare è sinonimo di reggere, dirigere, custodire. Reggere o dirigere qualcosa o qualcuno, a volte entrambi. Bene: cosa o chi dirige, avremmo voluto chiedere a Vitaliano Brancati, Caterina Leher, francese di bell’aspetto e modi impeccabili, governante di casa Platania, famiglia siciliana trapiantata a Roma? Questa e quella protagoniste della commedia del catanese di Pachino, La governante?
La risposta sarebbe stata presumibilmente complicata. Perché la storia della Governante, pensata da Brancati già negli anni Quaranta, scritta nel 1952, censurata e andata in scena in Italia solo nel 1965 dopo una tappa alla Ville Lumière, quando l’autore era morto da un pezzo, è tutt’altro che semplice. O meglio: sulla trama poco da dire. Storia di una omosessualità femminile, e di una condizione vissuta come colpa, disturbo, malattia e anormalità. Naturalmente però anche qui come per Shakespeare, la responsabilità di uno dei personaggi – come per Jago – tocca i protagonisti uno ad uno, momento per momento. Ed ecco che la colpa di Caterina diventa la scintilla per far esplodere ipocrisia e contraddizioni di un ambiente, che vive a due passi da San Pietro in un equilibrio precario sotto l’ala conservatrice del patriarca Leopoldo. Insomma: la normalità è solo un castello di carte, ci dice Brancati, basta un soffio di vento e viene giù tutto.
Ma La governante andata in scena a Catania in questi giorni al teatro “Giovanni Verga” per la regia di Maurizio Scaparro e con Giovanna Di Rauso e Pippo Pattavina (con repliche fino al 3 febbraio) è anche un gioco di specchi. Non solo Caterina governa una famiglia già governata da Leopoldo – e forse in realtà ella governa solo gli umori di Leopoldo – ma questione assai più importante: ella non riesce a governare se stessa. Non ha la forza di contenersi, non sa custodire un segreto, assegna le sue colpe a Jana servetta ingenua, innocente e primitiva (che morirà), e infine con gesto di disperato risarcimento paga col suicidio la propria condotta. Come a dire: il male genera se stesso, anche se il male in origine è tutt’altro che male. E qui, si aprirebbero spazi infiniti. Insomma: chi governa chi? la governante omosessuale governa casa Platania o quest’ultima famiglia perbenista, barbosa e ipocrita come mille altre, governa (coi suoi valori) il destino di Caterina? Il quesito è molto marxiano e ricorda pagine circa la relazione fra società e coscienza: ma attenzione a non cadere in un tranello. Non si creda che le intenzioni di Brancati fossero (solo) quelle della condanna del mondo borghese, perché il pachinese ne aveva per tutti: dall’intellettualità del suo tempo vuota e parolaia alla Sicilia baronale.
Per Brancati, ironico quanto basta, nulla va come dovrebbe in quegli anni Cinquanta (governanti e governati, maschi e femmine); anni nei quali dirsi o solo pensarsi diverso è folle oltre che estremamente pericoloso. E non sfugge alla sua rete da pesca il ruolo dell’intellettuale. L’autore del Bell’Antonio ci presenta un tipo singolare ma in fondo uguale agli altri: Alessandro Bonivaglia uno scrittore di successo. Lui è il primo a intuire che a casa Platania c’è qualcosa che non va, ma non ne fa un gran dramma; e lui stesso scopre (non casualmente) il cadavere di Caterina. Ma Alessandro è un vanitoso, un corteggiatore null’altro che ordinario, al pari del figlio di Leopoldo, uno che mette all’interno dei suoi libri tutto se stesso, ma che nel quotidiano si allinea all’andazzo generale. Un non-conformista a parole, noioso e il più delle volte annoiato. La cui funzione, la cui importanza è sopravvalutata da un pezzo di società, superficiale e ignorante (della quale i Platania rappresentano l’immagine), che abbisogna del comune svago intellettuale per colmare dei vuoti sempre più percepibili. Ieri l’altro quella di Alessandro era l’immagine (critica) del tipico intellettuale di sinistra. Oggi di Bonivaglia se ne trovano a destra e a sinistra, in alto e in basso: ovunque!
Già oggi. Perché per dimostraci di non essere morto, il teatro deve introdurci alla riflessione, al confronto pluridimensionale E oggi, per esempio, i gusti sessuali della Governante non desterebbero scandalo alcuno. Per fortuna. Ne siamo sicuri e l’esito sarebbe duplice. Nella finzione scenica Caterina (non più maledetta) sarebbe viva e “lotterebbe insieme a noi” contro le ipocrisie dei suoi e dei nostri tempi: come la confessata fede cattolica della famiglia Platania (e di Leopoldo in particolare), che non frequenta la chiesa e si scaglia senza pietà contro la povera Jana creduta (lei sì!) immorale. Nella vita reale, invece, la commedia di Brancati non subirebbe più alcuna censura come accadde nel 1952. Censura della quale si continua a parlare a sessant’anni di distanza. Censura che spiegò all’Italia delle lettere che dalla fine del fascismo i tempi erano cambiati, ma uomini e pensieri erano sempre gli stessi.  
Come atto conclusivo, il 26 gennaio dello stesso anno Giulio Andreotti Sottosegretario alla presidenza del consiglio, dava indicazioni alla prefettura della Capitale di comunicare allo stesso Brancati che la sua opera non aveva ottenuto il nulla osta per la rappresentazione. Un duro colpo per il siciliano che decideva di mettere mano alla penna, pubblicando l’opera per la liberale Laterza insieme a uno scritto al veleno dal titolo inequivocabile («Fu molto doloroso per entrambi – ricorderà la moglie Anna Proclemer – che la commedia non ottenesse il visto di rappresentazione. Fu per questa profonda amarezza che Brancati scrisse Ritorno alla censura. Un pamphlet violento contro la mentalità di certi nostri governanti di allora»).
Ma siamo ancora pieni di tabù e censure, ha confessato Scaparro. Forse la differenza con gli anni Cinquanta, aggiungiamo, è il modo col quale si continuano a vivere. La società è elastica, è tollerante: si concede il vizio privato, purché pubblicamente si continui a essere degli apprezzati cittadini. Le censure hanno a che vedere più con l’opportunismo e meno con la moralità o il costume. Ma forse si è compreso che potere e spocchia sono sinonimi. Paura? Sì, perché il potere ha sempre le unghie affilate, dopotutto.

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