sabato 11 febbraio 2012

(Non) siamo tutti conservatori!

«Tutti saremo d’accordo sul significato della parola “conservatore”». Così diceva Giuseppe Prezzolini, nel suo celebre Manifesto dei conservatori. E continuava: «Evidentemente un conservatore è uno che vuol conservare qualche cosa». Posizione del tutto logica e naturalmente condivisibile.
Prezzolini partiva dal presupposto che il mondo della materia, della prassi (come per Vico) precedesse quello intellettuale, e dunque che l’azione del conservare fosse legata a un possesso, o proprietà di beni tangibili. Tuttavia essendo «l’immaginazione degli antichi» molto vasta il termine conservare aveva assunto, nel tempo, un significato smisurato. Per cui la conservazione, concludeva l’intellettuale toscano nato a Perugia, andava perfino «al di sopra delle religioni, delle società, delle famiglie. Si può ritrovare dovunque. È comune a molte nazioni. Non è semplicemente un partito; è una struttura della mente umana».
Prezzolini scriveva queste cose nel 1972, anche se il suo libro era stato pensato molti anni prima, quando la politicizzazione della società (nel senso di lotta e confronto duro, perfino violento) era giunta a livelli impensabili. In anni nei quali il conflitto sociale era aspro, le parti in causa contrapposte in un gioco di “mors tua vita mea” e il progresso era considerato uno slogan che andava ben al di là delle possibilità di trasformazione della vita reale. Quando interi settori dell’intellettualità nostrana si erano convertiti all’utopia e all’astrattismo mandando a farsi benedire un più sano realismo. Si era vittime di uno storicismo impazzito. Si era sostenitori dell’ideologia dell’ideologia per cui la concretezza degli avvenimenti veniva filtrata dalle convinzioni personali o dai dettati di questa o quella dottrina. Si era disposti a soffrire o a cadere per una semplice presa di posizione. Negli anni delle contrapposizioni nette, i drammi che si consumavano nell’Unione Sovietica venivano trattati con una leggerezza allarmante, come se qualunque gioco valesse tranquillamente la candela. Ma la conservazione, diceva ancora Prezzolini, era la normalità, e lo era soprattutto dal punto di vista biologico e filosofico. «La “conservazione” è anche un istinto animale fondamentale ed ha un’origine fisiologica ben più lontana di quella scoperta dai glottologi nella storia delle parole. Risale all’origine della vita. È una legge delle biologia». E ancora: «L’essere è la realtà assoluta distinta da tutte le cose accidentali del mondo, che sono in paragone mutevole e incomplete. Senza l’essere non ci sarebbe lo spettacolo del mondo mutevole».
Le categorie prese a prestito da Prezzolini non erano solo politiche dunque, e non erano molto diverse da quelle trattate da Michael Oakeshott filosofo inglese e teorico del pensiero politico, praticamente sconosciuto al grande pubblico (italiano e non), eppure considerato fra i più importanti dei tempi moderni; un pensatore che si schierava contro le innovazioni radicali e che nel 1956, anticipando Prezzolini, aveva parlato di conservatorismo come attitudine personale, quasi come categoria antropologica, come atto di prudenza e attitudine non politica. Una posizione la sua che si sposava agli obiettivi del ceto medio e che può essere tranquillamente interpretata come un invito a non legare la questione politica alle isterie provocate dalla questione sociale o “di classe”. Dal momento che tutti possono e in un certo senso debbono avere qualcosa da conservare, il termine conservatore non solo cessa di assumere un significato “negativo” ma cessa soprattutto di designare un’area politica precisa (per molti la destra, sicuramente). Chi ci dice infatti che a destra siano conservatori e a sinistra no? E chi ci dice soprattutto che la destra sia tutta conservatrice? Ammesso e non concesso, naturalmente che destra e sinistra oggi abbiano un significato preciso. E non siano soltanto delle categorie emotive. Destra sociale (o addirittura socialista)  e sinistra borghese, rivoluzionari conservatori e anarchici perfettamente incuranti della politica attiva, stanno a evidenziare come le definizioni in politica siano del tutto liquide; lo erano ieri lo sono oggi, a maggior ragione in periodi nei quali classe operaia e ceto medio non sono contrapposti come negli anni Settanta. Periodi nei quali le tutele per il secondo si sono abbassate di molto e il benessere si è esteso a tutte le categorie sociali.
Perfino Norberto Bobbio diede diritto di cittadinanza alla “rivoluzione conservatrice” nata alla fine della Grande guerra. E sarebbe un azzardo affermare che in quella sede gli intellettuali che ne fecero parte fossero dei banali “conservatori” o tipi facilmente arruolabili da una borghesia che intendeva tutelare i propri privilegi. Basterebbe pensare anche a un Luigi Pirandello o, perché no?, allo stesso Mussolini. Intellettuali e politici che non erano conservatori eppure non si identificavano (o le fecero in parte o per brevi parentesi) con la sinistra. Per confondere le acque, perché se in politica le semplificazioni sono quasi necessarie, nel campo della storia del pensiero politico sono del tutto dannose, si potrebbero citare altri mille esempi. Partendo per esempio da una suggestione di Alain de Benoist sul curioso caso dei “liberal”. Scrive il filosofo francese in relazione alla difficoltà di inquadrare la dottrina liberale: «”Liberalismo” non ha lo stesso significato in Europa continentale e nei paesi anglosassoni, soprattutto negli Stati Uniti. Dall’altra parte dell’Atlantico, un liberal è un progressista, un uomo della sinistra moderata… In Europa, al contrario, è un individualista, un sostenitore dell’economia di mercato, convinto della necessità di collocare la sfera privata fuori dalla portata dei poteri pubblici… Per gli europei, Ronald Reagan e Margaret Thatcher sono esempi di politici liberali, mentre per gli americani sarà piuttosto Barack Obama un esempio di politico “liberale”» (in: Marco Iacona, Il liberalismo, Solfanelli, 2012).
In modo crediamo del tutto involontario de Benoist chiama in causa personaggi che già anni prima Sergio Romano individuò come conservatori sui generis. O meglio personaggi che per dirla con Prezzolini non volevano conservare alcunché. La Thatcher per esempio (della quale si riparla in questi giorni per merito dello splendido film interpretato da Maryl Streep), che «divenne Primo Ministro nel 1979 dopo un lungo periodo nel quale la società inglese era stata profondamente segnata dalle grandi riforme laboriste dell’immediato dopoguerra». E poi Ronald Reagan che «fu eletto alla Casa Bianca nel novembre del 1980 dopo due generazioni caratterizzate complessivamente dal New Deal di Franklin D. Roosevelt, dalla “Grande Società” di Lyndon Johnson e dall’assistenzialismo multiculturale di Jimmy Carter. Anziché limitarsi a conservare, i due maggiori conservatori degli anni Ottanta dovettero diventare innovatori e dedicare buona parte del loro tempo allo smantellamento delle iniziative, delle norme e delle consuetudini – nazionalizzazioni, regolamenti amministrativi, bardature burocratiche, potere dei sindacati nella vita sociale – che avevano concorso alla creazione del welfare state in Gran Bretagna e negli Stati Uniti». Le parti s’invertirono, conclude Romano. «i conservatori divengono riformatori liberali, mentre “conservatori”… sono i partiti che restano fedeli al vecchio regime e chiunque ne abbia tratto vantaggio, in una forma o in un’altra». Se volessimo continuare su questa strada, sarebbe davvero complicato definire oggi in modo esaustivo il giornalista di Repubblica Federico Rampini che sta dalla parte di Tony Blair e Bill Clinton (Alla mia sinistra, Mondadori 2011), restauratori, a loro volta, dei regimi pre-reaganiani e pre-thatcheriani. Conservatore o progressista? Chissà.
Come classificare poi – per guardare altrove – quella lunga schiera di intellettuali e uomini d’azione, attivi durante il regime fascista e mai sedotti dal moderatismo? Erano degli anticonformisti, anzi dei super-fascisti - locuzione che per loro e per i numerosissimi epigoni (dal punto di vista ideale) aveva un’accezione del tutto positiva - che volevano una cosa sola: la rivoluzione nell’etica, nei costumi. Perfino nella parola. Una rinascita a “nuova vita”, insomma. Fra questi Longanesi, vicino a Bottai, e il maestro di Montanelli Berto Ricci. Definirli dei semplici conservatori in politica farebbe semplicemente ridere. E Ezra Pound poi? Fu un conservatore? Papà di una generazione di scrittori americani che definire borghesi e conservatori in senso tradizionale sarebbe un vero reato.
E Filippo T. Marinetti? Oggi il linguaggio futurista, gli slogan, o le semplici seduzioni dell’avanguardia delle avanguardie riempiono uno spazio a sé della prassi politica. Basti pensare che deputati e senatori di Fli vicini a Gianfranco Fini si definiscono “futuristi”. Francamente cosa volessero conservare i futuristi è del tutto ignoto a chi scrive, al più (e qui occorrerebbe una conoscenza dello scrittore nato ad Alessandria d’Egitto non di superficie) nelle opere di Marinetti è presente una sorta di legame (a volte quasi esoterico) fra certo primitivismo “tradizionale” e le aspirazioni (appunto) futuriste dell’uomo nuovo. Uno o più balzi epocali pronti a far fuori l’intera borghesia. Il linguaggio della Beat generation peraltro è estremamente simile, nella forma, a quello dei futuristi.. Un atteggiamento tipico di certa intellettualità d’inizio secolo che attaccava la borghesia con tutti i modi possibili e immaginabili. Con il pensiero e l’azione sovente in armonia (seppur nelle intenzioni). Ebbene che tutti questi autori, nel tempo, siano stati “arruolati” dalla “destra” è testimonianza del fatto che tale “destra” fosse tutt’altro che conservatrice.
Nel dopoguerra la destra italiana si è quasi interamente riconosciuta nel Movimento Sociale Italiano. Nato come prolungamento (si faccia attenzione alle assonanze) della Repubblica Sociale Italiana. Il Msi è un partito complicato, tutt’altro che monolitico, la cui componete giovanile come ha scritto Antonio Carioti (e come disse Giano Accame) anticipò di quasi vent’anni le irrequietezze e le ambizioni dei sessantottini. Un partito che ancora nel Sessantotto (ma non a partire dal Sessantotto: si pensi ai dibattiti degli anni Cinquanta!) comprese che un’intera generazione non si sentiva rappresentata dai valori della conservazione politica e della difesa dello status quo. I giovani si aprivano al mondo moderno, volevano abbeverarsi al jazz, al rock, alle nuove tecnologie, non amavano l’ordine, come scriveva Prezzolini, ma il disordine costruttivo, non erano pessimisti (o quanto meno non tutti), ma generalmente ottimisti, e non pensavano che il mondo stesse rotolando verso un’assurda deriva. Senza possibilità di azione. Insomma: il futuro poteva far parte dei sogni e tanti fra loro avrebbero sottoscritto i versi di Harold Norse, poeta Beat: «stiamo cercando ragioni razionali per credere nell’assurdo». Già, altro che conservazione!

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