domenica 19 febbraio 2012

Ottanta e non li dimostra

Com’era la vita prima che nascesse la “Settimana enigmistica”, il periodico di giochi e cruciverba che il 23 gennaio scorso ha compiuto ottant’anni? Il quesito, a metà fra il classico amarcord e la battuta da cabaret, ha una sua ragion d’essere perché da decenni il popolarissimo quadernetto con scritte in verde, blu o rosso e la foto (regolarmente in b/n) di un attore, attrice o personaggio in prima pagina, è il fedele compagno di milioni di italiani. Borghesi, colti e impiegati? Sì può darsi, per una volta però lasciamo stare le questioni di classe perché la “Settimana enigmistica” è stata soprattutto un contenitore di passatempi, un po’ per tutti i gusti. Eppure sempre uguale a se stessa, per nulla fedifraga. Fedele, elegante, puntuale e sempre carina. La regina indiscussa delle riviste di enigmistica in Italia.
Ma diciamo anche che la “Settimana” (così abbreviata dagli edicolanti) è stata soprattutto un’unità di misura. Una misura di crescita o maturità. Da principio quando si faceva fatica a leggerla guardavamo le figure, cercando di interpretare - dai disegni - il testo e il significato delle barzellette. Nessuno di noi si perdeva una striscia di Carlo e Alice, né una vignetta o le curve della Susi, Poi nell’adolescenza, dopo esser passati dalla “Pista cifrata” e da “Che cosa apparirà?” (quasi un battesimo della penna) passavamo ai cruciverba veri e propri; dapprima quelli facilitati e poi via via quelli più impegnativi (con e senza schema). Con la maturità e con le sciarade, arrivava anche la parte dei contenuti, cioè arrivavano le rubriche (“Strano, ma vero!” e “L’edìpeo enciclopedico”), i rebus e il glorioso “Bersaglio”. La laurea invece si conseguiva affrontando il mitico Bartezzaghi (di papà Piero, mentre oggi c’è il figlio Alessandro), l’ultimo schema rettangolare con definizioni quasi impossibili e infine gli “Incroci obbligati”. Credo che la risoluzione di questi ultimi abbia causato più litigi in famiglia che un dibattito in tivù su Almirante o Berlinguer. Prima, ci si attrezzava di matita e gomma o si utilizzava direttamente la penna? Questioni sulle quali sembrava misurarsi la tenuta di una famigliola tipo, con scolarizzazione medio/alta. Ecco: diciamo che grazie alla “Settimana” il dialogo in famiglia esplodeva con tonalità da sala cinematografica. Nulla da dire: Steno e Dino Risi avevano compreso in pieno il carattere degli italiani!
Difficile immaginare naturalmente che il fondatore della “Settimana” dal nome e dai titoli che per lunghezza ricordavano Antonio de Curtis: Cavaliere del lavoro, Grande ufficiale, dottor, ingegner Giorgio Sisini di Sorso conte di Sant’Andrea, avesse pensato di creare un oggetto così importante e soprattutto longevo. Quando il periodico nacque nel 1932, l’Italia era quella che era e guardava con curiosità mista a invidia le novità d’oltralpe o d’oltreoceano. Il sardo Sisini che era il figlio del fondatore del Rotary della Sardegna, spostatosi a Milano, aveva lanciato l’idea di creare una rivista di sola enigmistica. Un’idea non del tutto originale, ma da allora fino al giorno della morte, salvo un solo ritardo (non una vera e propria interruzione) non si sarebbe fermato mai. Un record. Naturalmente sulle vere origini delle parole crociate (o come si usa scrivere con prosa meno aggraziata: parole incrociate), si sa poco o nulla. Sono state inventate dagli americani, gli intrattenitori per eccellenza? O dai viennesi, austeri e razionali? Probabilmente come direbbe un buon sociologo da entrambi, nel senso che attorno a un’invenzione o a un progetto nessuno costruisce delle pareti stagne. A meno che il solito antropologo ispirato (professionista o dilettante) non se ne esca attribuendo l’invenzione a un popolo dimenticato o ai perfidi Maya. Chissà. Ma in fondo non importa granché. Più colta e affidabile di un giornale locale, agli antipodi rispetto a un settimanale scandalistico, meno divertente ma più stuzzicante di un programma televisivo (parliamo degli anni Settanta naturalmente, oggi non c’è partita!) la “Settimana” è oramai un oggetto senza storia, come fosse eterna. L’opera lirica è praticamente defunta, il cinema è costretto a reinventarsi di continuo, in tivù latitano le idee, lo sport è legato al business, il giornalismo giorno per giorno perde la nobiltà della narrazione, i romanzi li scrivono anche i cani (e li leggono in pochi), insomma in un Kali yuga della comunicazione, l’enigmistica non ha perso un solo colpo.
Ha respinto con forza e decisione l’attacco del più atletico e noioso “Sudoku”, non ha smarrito un grammo del proprio fascino: ha mantenuto integro il gusto per la piccola-grande gara, della sfida con un’asticella o barriera immaginaria. L’enigmistica somiglia a un lungo esercizio di matematica con lettere al posto dei numeri, a una poesia senza versi né rime e senza sciocche morali. Senza antipatiche ostentazioni. Dodici verticale: «La poetessa Negri». Ada, lo sappiamo bene. Tutti. Ma dopo una definizione impossibile del tipo: «Il più lungo affluente del Nilo», quelle tre lettere formano come uno scoglio nel bel mezzo dell’oceano. Come quando si guadagnava un 6+ in geografia recitando a memoria i nomi delle Alpi (Marittime, Cozie…), perché tanto i capoluoghi della Lombardia (in ordine alfabetico e Milano in testa) non li avremmo saputi mai.

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