domenica 25 marzo 2012

Zidane e Materazzi: molto rumore per nulla


«C’è un grande prato verde / Dove nascono speranze / Che si chiamano ragazzi / Quello è il grande prato dell’amore…», cantava Gianni Morandi nel 1967. Qualunque sia il significato della canzone (si parla del gioco del calcio?), difficile trovare un punto d’incontro con quanto accade oggi nei prati verdi più celebri del mondo, in ogni latitudine. Difficile trovare un legame con quanto avvenuto nel lontano (ma non lontanissimo) 9 luglio del 2006. Amore o violenza? La seconda di sicuro.
Adesso a ricordarcelo – per i non sportivi parliamo della finale dei mondiali di Germania, fra Italia e Francia e della celebre testata di Zinedine Zidane a Marco Materazzi al minuto 111: cioè durante i tempi supplementari – c’è una statua dello scultore algerino Adel Abdessemed (algerino proprio come papà e mamma Zidane), raffigurante la testata più celebre degli ultimi decenni, esposta alla galleria David Zwirner di New York. Abdessemed è un artista concettuale, nato a Costantine in Algeria nel 1971, passato a Parigi e poi nella Grande Mela. Le tematiche dei suoi lavori sono fra le più comuni: violenze e soprusi consumati verso i più deboli (e verso gli animali). Le risultanze sono decisamente contemporanee: immagini sacre e profane le une vicine alle altre, e poi naturalmente combinazioni e contaminazioni: rifiuti, animali, oggetti d’uso piuttosto comune e crocefissi. La statua del famoso fallo di Zidane, dai contorni piuttosto tradizionali (e tradizionale è pure il titolo: coup de tête) è parte di una mostra dal titolo decisamente impegnativo: Who’s afraid of the big bad wolf? (Chi ha paura del lupo cattivo?) ma dal significato fin troppo chiaro: la sovranità del dietro le quinte nello sport e nello spettacolo, e dunque nel mondo d’oggi. Quei dietro le quinte, quelle verità nascoste tutt’altro che amorevoli e a volte inutili, che reggono il timone dei nostri pensieri.
Tuttavia, in quella statua c’è molto di più. Visto che a sei anni dalla vittoria della Nazionale ai mondiali tedeschi (sì, perché quei mondiali l’Italia li ha vinti), i ricordi di quelle “notti magiche” sono roba da preistoria o da romanzetto fantasy. Così come le previsioni ottimistiche circa il vantaggio economico e d’immagine che il nostro Paese poteva ottenere con la vittoria del suo quarto mondiale. Troppo vicina, per paradosso: ancora più vicina oggi, la memoria del mondiale di Spagna del 1982, che segnò una svolta in positivo, e nel breve periodo, per l’Italia. L’ennesima, forse ultima puntata, della lunga storia del made in Italy. Perché no? Il nostro Paese poteva salutare la vittoria come un’opportunità calata dal cielo? Proprio come ai tempi di Enzo Bearzot? Chi lo pensava non aveva fatto i conti con la possibilità di una crisi mondiale, né con l’incapacità cronica del nostro Paese di uscire da un’emergenza istituzionale e da una crisi politica.
Così quell’improvvisa caduta di Materazzi, quel movimento plastico, oltre che simbolo della fine di un certo modo di concepire lo sport (da isola felice a specchio dei tempi e pane per i dietrologi) è anche simbolo del crollo di un’epoca. Della fine del sogno. Ben presto la crisi del 2008 avrebbe riportato tutti – italiani e non – coi piedi sulla nuda terra. Non solo lo sport è pane quotidiano, ma impossibile immaginare che un successo ottenuto in un grande prato verde possa trasformarsi in un successo nella vita. Adesso è tutto maledettamente complicato no? Quello che ha come protagonisti la coppia Zidane-Materazzi è un episodio in grado di riassumere tutti questi significati. E molti altri, a giudicare da ciò che fu scritto all’epoca. Innanzitutto si poneva la questione della provenienza dei due calciatori. Della loro infanzia, insomma delle loro origini. Materazzi, è uomo nato al sud e rimasto presto orfano di madre. È un giocatore che predilige il gioco duro e le partite (come s’usa dire) maschie. Zidane non è da meno: dodici espulsioni nella sua carriera, ha iniziato nelle banlieue marsigliesi. Due tipi tosti almeno in campo (Zidane più introverso), idoli delle rispettive tifoserie e comunità. L’uno soprannominato Zizou l’altro Matrix.
Naturalmente qualcuno scomodò anche la questione religiosa (Zidane è musulmano), razziale, ci fu chi disse che quella testata segnava il fallimento di una certa politica dell’integrazione, chi invece chiamava in causa questioni legate al terrorismo (un’insignificante accusa!). Nulla di tutto questo naturalmente. Il semplice insulto di Materazzi a Zidane (al tempo stesso banale e odioso), non era per nulla inquietante; non aveva nulla di complicato, nulla di destabilizzante, era solo un (maleducato) “a soreta”, un “tua sorella è una putt.” o via discorrendo.
Il casus belli, come si ricorderà, una maglia tirata da Materazzi, difensore, a Zidane, attaccante. Poi la replica di Zidane, ironica; la controreplica di Materazzi con l’insulto e la testata di Zidane (espulso per l’ultima volta in carriera, anche perché quella era l’ultima partita ufficiale). Tutto qua. D’altra parte, la verità era emersa a poco a poco e in maniera spezzettata, fino all’estate del 2007, fino a quando Materazzi non si confessava a “Tv sorrisi e canzoni”. Inizialmente si sospettò di insulti alla mamma di Zidane (subito smentiti), nel frattempo vennero pubblicati libretti colmi di facezie e “canzoni” (virgolette necessarie) entrate nella top ten francese. Almeno per i primi mesi, poi, divenne impossibile contare le interviste, le smentite e i pronunciamenti di personalità più o meno autorevoli. E neppure si contarono le scuse o le nuove accuse (naturalmente non tutte vere) dei protagonisti.
Ad oggi su internet esistono interi siti dedicati all’episodio (www.dilloazidane). Con le soluzioni più stravaganti, rese nei dialetti più impensabili. Con le voci più incredibili (c’è perfino quella di Diego Abatantuono). Alcuni siti invece hanno optato per il comune passatempo: il visitatore può trasformarsi in Zidane e colpire tutti i Materazzi che vuole. La pace ufficiale fra Zizou e Matrix, infine, arriverà alla fine del 2010 in un albergo di Milano. Con un abbraccio fra i due definito caloroso dal quotidiano spagnolo “Marca”. Niente guerra, niente crociata. Quando si dice: molto rumore per nulla.

lunedì 19 marzo 2012

L'operaio di Juenger: dominio e tecnica

«Crede in un aldilà?», chiedono gli intervistatori a Ernst Jünger. La risposta è di quelle che non ti aspetti. Perché Jünger, uomo di metafisica, era persona affascinata dai dubbi, oltreché di metodo. «Vorrei poterlo fare. Ma con quali strumenti?». Il suo quasi omonimo, Carl Gustav Jung, avrebbe avuto molto da dire. Ancora: «Neppure la filosofia Le è venuta in soccorso?». Replica: «Il mio giardino mi dà una certezza maggiore di qualsiasi sistema filosofico». Gli intervistatori sono Franco Volpi, scomparso ahimè qualche anno fa, e Antonio Gnoli giornalista di Repubblica. L’intervista, un documento universalmente noto a saggisti e amanti del catalogo Adelphi (I prossimi titani) compilata per i cent’anni dell’autore delle Tempeste d’acciaio e delle Scogliere di marmo. Quanto basta per entrare nel castello incantato del vecchio di Wilflingen. Fra la foresta nera e qualche (triste) ricordo celiniano.
Rammenti il lettore, giovane o distratto, queste poche righe di risposta (le parole dell’amico di Gide e di Schmitt, di Heidegger e di Niekisch) per non cadere nella tentazione dell’intellettuale medio: l’arte di buttarla in filosofia. Offrendo alla legge della parola il vantaggio che occorre per trasformare gli uomini in discorsi e le cose in idee della cosa. In guerra Jünger è stato protagonista in anni nei quali l’Europa si giocava il proprio destino fra le bombe e l’eroismo dei pochi. Cosa c’entra questo con la lettura di un libro – dettato dal proprio ego – o il tedio di una lezione universitaria? Jünger lo si può leggere tranquillamente dopo Marx perché offre la stessa sensazione di uomo schierato. Che spia il futuro e crede di interpretarlo. Un uomo però che ha fatto la sua parte. «Come Marx, Jünger ha simpatia per ciò che è forte e vittorioso», scrive Quirino Principe nella prefazione a L’operaio. Dominio e forma, opera del 1932, probabilmente perché ha dietro di sé non idee ma esperienze fondamentali, sa o crede di sapere da che parte si volgerà la storia.
Der Arbeiter o in italiano L’operaio compie ottant’anni. Fra le opere di Jünger è fra le più note, ma anche fra le meno lette perché (non nascondiamolo) è abbastanza noiosa. Scritta in un periodo fondamentale della storia del secolo scorso, poco prima che il nazionalsocialismo andasse al potere. Non ha alcun legame diretto con le esperienze e le politiche hitleriane. Der Arbeiter è un libro di guerra scritto in tempo di pace (ancora per poco). Guarda al futuro (anche con ingenuità), a quello che sarà il rapporto fra l’uomo, il lavoratore, e la tecnica, ma con continui sguardi al passato: più o meno a quel che è stato a partire dal quindicennio precedente. Non poteva non essere così: una guerra mondiale non si dimentica in un batter d’occhio. Jünger tenta di trasferire lo spirito del combattente, l’uomo di trincea, nello spirito del dominatore civile, delineando la figura di un nuovo tipo d’uomo.
Sanare le ferite della contemporaneità: è questo il suo scopo. Naturalmente non è il solo a rendersi conto che modernità e progresso (col quale ha un rapporto negativo ma complesso) hanno restituito un mondo diverso da vivere e dominare nella sua assolutezza, ma lui al contrario dei catastrofisti d’ogni età e luogo spende il proprio talento per il superamento delle contraddizioni. Cosa accadrà dunque? Grazie al lavoro, dice Jünger, grazie alla forza dominante della nostra epoca, l’umanità sarà in grado di assumere una nuova figura quella, appunto, del lavoratore. Non si tratta, com’è facilmente intuibile, né di un’astrazione né di un dato estrapolabile dalla mera esperienza, ma come ricorda Marcel Decombis autore di uno storico saggio dal titolo L’ideale nuovo e la mobilitazione totale (che col lavoro di Julius Evola – L’operaio nel pensiero di Ernst Jünger – è fra i più citati da una certa area ideale), esso appartiene «ad una sfera superiore della realtà» quale dominatore di ogni altro valore dell’umanità.
Il lavoro per Jünger non ha il significato che generalmente gli viene attribuito dalle dottrine socialiste, né più in generale alcun significato economico, ma è l’espressione di un’essenza, è un valore universale, non un mezzo, non un mestiere, ma un’energia che non appartiene soltanto all’uomo ma è riconoscibile anche nella natura. Un processo eterno e universale e come tale è al di là di ogni morale umana. La durata del lavoro non incontra soste, essa si estende per ventiquattro ore assumendo diversissimi aspetti.
Come definire dunque la figura del lavoratore? Date le premesse, essa non appartiene a una classe e soprattutto non ha legami di continuità con i regimi storici: il lavoratore non è il «quarto stato», né custodisce al proprio interno valori esclusivamente economici (anzi: sono questi i “tipi” da superare). Troppo riduttiva sarebbe parsa a Jünger la visione di un lavoratore-classe sociale, un nuovo prodotto evoluzionistico dal significato economico subentrante alla classe borghese. E allora? Ecco il colpo di scena: Jünger vede nel lavoratore una forma particolare agente secondo leggi proprie che segue una propria missione e possiede una propria libertà, il protagonista della modernità destinato a sostituirsi all’individuo e alla comunità.
Con la spiegazione del ruolo del lavoratore, arriviamo a comprendere in che modo, per Jünger, il tipo sarà protagonista nel futuro. E qui entra in gioco la tecnica. Jünger pensa a una organizzazione planetaria, a un regno dell’operaio che si instaura grazie alle forze a disposizione del lavoro e a una decisiva mobilitazione totale. Alla tecnica – che non è un fine – verrà affidato un compito limitato; diverrà protagonista solo chi avrà la capacità di non «porsi sotto il suo giogo». Queste ultime riflessioni ci aiutano a soppesare la definizione che Jünger dà della tecnica: «la tecnica è il modo in cui la forma dell’operaio mobilita il mondo».
Un doppio nodo legherà, allora, tecnica e dominio della forza: la conquista dello “spazio totale” da parte della tecnica permetterà il dominio, ma solo questo dominio sarà in grado di tenere a bada la tecnica stessa. Tipo e tecnica saranno in definitiva due forze parallele ed eminentemente universali. L’uno legato all’altra come un mitragliere al proprio mitragliatore.

sabato 17 marzo 2012

Quell'ultimo patetico tango

È un film senza amore. Con molto sesso consumato e raccontato. Lui, Marlon Brando, nel ruolo di un ex pugile ed ex giramondo, vedovo e fallito. Lei, Maria Schneider, vent’anni appena, ha viso ingenuo e battuta pronta. L’accoppiata è di quelle che non si dimenticano. L’intreccio è fatto di passione autentica. Fra i due inquilini di uno stesso appartamento.
Vien da pensare a Sigmund Freud o a Wilhelm Reich, al tempo assai di moda; ma anche a Parigi, capitale di un erotismo senza luci e qualche ombra. Una metropoli irriconoscibile, immemore degli antichi splendori. Un luogo in vendita. Un oggetto comune in movimento. Vien da pensare a chi scopre che il sesso sia divertimento (naturalmente) ma anche anticamera della distruzione. Vien da pensare ai giovani del tempo, ai “dreamers”, ai sognatori, come li avrebbe appellati Bernardo Bertolucci in un film di trent’anni dopo.
Lo scheletro di Ultimo tango a Parigi, film scandalo del 1972 diretto da Bertolucci e sceneggiato con Franco Arcalli (C’era una volta in America) è tutto qua. Le sensazioni pure. Ma sono passati quarant’anni e molta acqua sotto i ponti della Senna. Niccolò Amato pubblico ministero che ne ordinò il sequestro (e la successiva distruzione, che rimase quasi lettera morta), oggi non la pensa più come un tempo. «Il concetto del pudore, per quanto riguarda la sfera sessuale, nel corso degli anni si è evoluto in modo radicale», dunque il film-capolavoro oggi la passerebbe liscia. L’accusa oramai celebre “esasperato pansessualismo fine a se stesso” oggi semplicemente non sarebbe più un’accusa: ma un fatto come un altro.
Ma, nei Settanta? A quel tempo (non è soffice nostalgismo ma un fatto, ancora) qualcuno alzò un dito per dire che era bene pensarci un po’. Pensare alle scene di sesso quasi-esplicito e al sesso senza amore rapido, brutale, a volte persino senza scopo. Forse però a guardare Marlon Brando, quarantenne consumato dalla vita e dal suicidio della moglie, misero gestore di un alberghetto a ore; uno yankee misterioso e a tratti malandrino ma tutt’altro che “eroico”, verrebbe in mente un’ideuzza: che i modelli del tempo non fossero né belli, né sani né forti. Qualcuno zoomando sulle immagini che fanno da cornice al dialogo fra Marlon Brando e Massimo Girotti, “rivale” del protagonista e amante della moglie, scoprirebbe le immagini di Albert Camus e Boris Vian. I soli personaggi nobili di una storia piccola piccola, raccontata tuttavia con gran classe. La storia di un uomo brutale ma debole, indecifrabile ma patetico. Patetico come apparirebbe oggi, secondo Amato (che ha ragione da vendere), lo scandalo nato negli anni Settanta per l’uscita del film.

domenica 11 marzo 2012

Lovecraft o Whitman?

«L’Uomo Moderno, io canto», scriveva Walt Whitman nel 1867. Un piccolo manifesto dell’individualismo, una carezza alla persona che ci si poteva permettere a quel tempo e – soprattutto – in quei luoghi. «Canto … la semplice singola persona», esordiva con buona dose d’ottimismo. Nella possibilità, nella certezza di poter cantare l’America. Ancora, a quel tempo. Dopo (abbastanza dopo) venne Ezra Pound a dirci che la democrazia – quella democrazia, intesa come valore – non era futuro ma passato da dimenticare, anzi ostacolo da superare, matassa da «sbrogliare». «L’usurocrazia … si riserva la parola “democracy” per mascherare il controllo che è attualmente nelle mani degli usurocrati», scriveva nel 1940. Da più parti spuntavano inni all’uomo nuovo… in mezzo c’erano state la Grande guerra, la crisi del ’29, Hitler, Mussolini, Stalin e l’inizio della Seconda guerra mondiale. Nel mezzo c’era stata anche quella lunga parentesi di scetticismo che non avrebbe mai abbandonato le sponde dell’Occidente. Perché, secondo Oswald Spengler era proprio quell’Occidente ad essere in crisi.
Tutta colpa di? Di Nietzsche secondo alcuni. Pier Aldo Rovatti ha scritto che dopo Nietzsche, morto nel 1900, è in atto un cambiamento radicale. «Viene meno un’idea di verità, quella che aveva tenuto insieme la filosofia dai greci fino alla modernità». Non proprio roba da nulla. E dunque si dovrà cominciare a fare i conti con qualcosa di nuovo. Dopo vari tentativi e qualche “furto di terminologie” qualcuno appiccica (e riappiccica) i termini di postmoderno o di nichilismo, qualcun altro continua a utilizzare il vecchio termine moderno con accezione ultranegativa. Cambia poco. La depressione «fungo velenoso che spunta dove e quando vuole» (così, poco tempo fa, Guido Ceronetti), s’attacca all’uomo e alle civiltà spengleriane. Come s’ammalano gli uni si ammalano dunque anche le altre.
Facciamo i conti con questo po’ po’ di storia. E scontiamo le sofferenze di un mondo globalizzato che richiama costantemente la nostra attenzione. La Belle epoque è passata di moda e il capitolo di Noi che ricorda la nostra condizione, è quello abbastanza miserello del crollo dell’impero. I “barbari” questa volta sono qui, a due passi da casa, a contatto di gomito: nessun Capitano Drogo pensi di vivere nel deserto dei Tartari, al di qua di una linea che ci divide da un altrettanto misterioso nemico: quella linea (e forse perfino quel nemico) non esistono più. Alzi la mano, d’altra parte, chi trova in tasca l’alternativa alla modernità: libercoli o articoli a parte (senza basi concrete o nostalgici dei “bei” tempi passati), l’orizzonte è piatto come il mare d’estate e la mancanza di soluzioni alle crisi, certe e “definitive”, ci convince, per dirla con lo storico Giuseppe Galasso, che «la modernità non ha alternative nel suo tempo».
«C’era una volta il mondo premoderno», scriveva il 16 settembre scorso Galasso, «fatto di forti certezze di antica sedimentazione quanto a valori morali e comunitari, a relazioni umane e sociali, a scansioni del tempo e delle stagioni, a pratiche produttive e mercantili, a senso della vita e della morte, e a tanti altri fisici e metafisici connotati della realtà e della vita. Eccoci, invece, col moderno, in un mondo dai connotati opposti: relativismo, incertezze, insicurezze e simile compagnia cantante di un vissuto oscillante per lo più tra alienazione e angoscia, ma anche tra altri dilemmi non meno laceranti, senza regole condivise nell’atteggiarsi e comportarsi». Discorso vecchio come il cucco (Galasso lo sa bene), che lascia spazio alla facile ironia: gli antimoderni – parliamo degli opinion leader naturalmente, gli altri sono solo scolari disattenti – disegnano il nemico in maniera da far splendere i pregi di un mondo alternativo (che però resta indeterminato), un Eden botticelliano dove armonia e bellezza si danno ininterrottamente la mano. In questo mondo e in questo modo, le ragioni per le quali è nato il moderno (le libertà, in primo luogo) vengono esaminate come macchie incancellabili o come terribili malanni (fa lo stesso). È un discorso che va avanti da decenni e che un secolo fa, com’è noto, trovò anche “legittimazione” politica. Com’è che la malattia del totalitarismo e le dittature si impadronirono dell’Europa è però altrettanto noto, a tutti…
Eppure il problema esiste, e non lo si può nascondere. Nonostante gli antimoderni siano sovente dei pessimi avvocati delle loro (nobili) cause. Per riprendere Galasso, naturalmente a un certo punto, la modernità «era stata posta in dubbio e guardata con crescente diffidenza, fino ad apparire tanto equivoca e dannosa da essere spesso condannata e ripudiata». Qui il discorso torna ad estendersi. «La crisi dell’dea di progresso incubò e partorì la crisi dell’idea e del valore della storia … ben presto cominciò il cammino inverso: il mondo va avanti e peggiora … Il progresso tecnico e scientifico appare letale e inaccettabile per poco che ci si allontani dalla naturalità non solo dell’uomo, ma per tutta la realtà». Nodi eternamente al pettine delle società contemporanee. Non si tratta più della tipica fiducia illuministica nel progresso dell’uomo e della società insieme, ma di qualcosa di diverso che, tuttavia, è parte integrante della stessa modernità. Perché se è giusto osservare che l’idea di progresso è in crisi, è altrettanto giusto e onesto osservare che nessun’altra formula è mai riuscita a scalzare i fondamenti illuministi. La maggior parte delle teorie cicliche rimane, tuttora, confinata nel filosofismo, nella metafisica e nella sparata bella e buona e, tanto per citare il pragmatismo americano, nessuna “verità” alternativa si è imposta, a posteriori, sulle altre “verità”, chiamate a rispondere di non pochi misfatti. Insomma, crisi del progresso, crisi della modernità ma entro i confini (peraltro sempre più incerti) della stessa modernità e dello stesso progresso, che pare non se ne vogliano più andare via…
Da questo punto di vista, dubbi e insicurezze sull’effettiva utilità o danno di qualsiasi innovazione non interessano affatto il progresso, ma sono questioni che riguardano dall’interno il progresso stesso. Sono cioè opzioni diverse all’interno di una stessa “filosofia”. Non si tratta di scegliere fra vita e morte del progresso, ma su forme alternative dello stesso. Progresso consapevole dei rapporti costi/benefici, in primo luogo e forme di progresso non esclusivamente tecnologico, in secondo. Il rispetto per l’ambiente e per l’uomo rimangono così due capitoli fondamentali nel grande libro del progresso. Dopo il disastro atomico di Fukushima, in Giappone (11 marzo 2011), per esempio, gran parte dei Paesi industrializzati – in Italia, si è svolto un apposito referendum – si son chiesti se fosse opportuno coltivare idee e prassi relative al nucleare. La scelta, attualmente, sembra premiare in Germania e in Italia (dove però la popolazione è come al solito spaccata in due), un certo scetticismo, ma non in Francia e soprattutto negli Stati Uniti. Naturalmente, la scommessa sul futuro sarà anche quella sugli investimenti per forme di energia alternativa (che comporteranno a loro volta costi, scelte e divisioni politiche), e certamente non su una fase di miope deindustrializzazione.
Ma, mutatis mutandis, si ripresenta la questione alla quale si interessò Pier Paolo Pasolini circa lo «sviluppo» e il «progresso». Il progresso è per i poveri, per i lavoratori o (aggiungiamo) per chi vive situazioni di svantaggio o nella precarietà; lo sviluppo per chi ha interessi economici cioè per la borghesia o per chi gestisce il potere. Categorie che si potrebbero riutilizzare per porre in chiaro una questione. Il progresso è un concetto vasto che riguarda anche il benessere e la qualità della vita, lo sviluppo può essere abbinato per la maggiore agli interessi di un certo numero di affaristi o investitori. Che guardano esclusivamente al profitto o ai vantaggi economici, relegando in secondo piano tutto il resto. La questione attualissima del cantiere della Tav, può essere naturalmente collocata anche all’interno di questo schema. Profitto versus utilità. Sviluppo versus sicurezza. E così via.
Diverso commento merita, invece, una tendenza anch’essa di contrasto alla modernità (e dunque tipicamente moderna) che poco o nulla a che a fare col progresso e che anzi quel progresso cerca di negarlo in toto. Si tratta di una sorta di sindrome dell’accerchiamento, di un’attrazione puramente irrazionale per le angosce, per le catastrofi prossime venture; di un pensiero ultranegativo che si attacca come una sorta di virus a qualunque cosa abbia la sventura di esistere. Ed è bene non confondere dei “semplici” negatori di verità o degli scettici dalla prosa affascinante con chi si aggrappa all’immaginazione – seppur con notevole originalità – per tentare di guarire da una realtà che lo ha inesorabilmente sconfitto. Né René Guénon, né Emil Cioran che si leggono ancora oggi con estremo piacere, ma Howard Phillips Lovecraft può essere considerato un esponente tipico di questa tendenza, colui che per citare Gianni Pilo e Sebastiano Fusco «metamorfosizza le sue fobie facendone altrettante oscene divinità di un pantheon dell’orrore e dell’assurdo, entità grottesche e ripugnanti, esalazioni miasmatiche di un Altrove nel quale fermentano tutte le abominazioni». Un autore che per dirla ancora con Michel Houellebecq vive una vita «fuori dalla realtà», ed è addirittura un «masochista»; un autore che viene sovente fatto oggetto di uno strano culto come se dalla lettura dei suoi libri sbucasse fuori – come desiderata illuminazione – chissà quale mirabolante certezza.
Se declinata in codesta maniera, l’opposizione alla realtà perfino nelle forme più ribelli, si trasforma in un incubo che prelude a una caccia al nemico – sovente, per fortuna, immaginario – senza possibilità di tregua, né d’altro canto di vittoria. Lovecraft ha detto che la modernità può essere attesa di distruzione, senza ombra di luce, Whitman invece ci pone a contatto con la luce: «Io sono dei giovani e dei vecchi, degli stolti e dei saggi, / Incurante degli altri, riguardoso di tutti, / Materno quanto paterno, bambino quanto adulto, / Imbottito di volgarità, ripieno di delicatezza, / Uno della Nazione di molte nazioni, delle più piccole e delle più grandi». Spetta a noi decidere a chi prestar fede. Esiste un’epica della modernità, ed esiste un’epica dell’antimodernità. Scegliamo solo tonalità e colore.


domenica 4 marzo 2012

La famiglia italiana al cinema

Promossa dal comune di Milano in collaborazione con la Fondazione Milano – Famiglia 2012, dal 2 marzo al 1° aprile si tiene a Palazzo Reale la mostra fotografica “Famiglia all’italiana”. Mostra realizzata dalla Fondazione Ente dello spettacolo e dal Centro sperimentale di cinematografia nazionale. Oltre sessanta fotografie per raccontare l’evoluzione (o l’involuzione) della famiglia italiana attraverso l’occhio spietato del cinema. A cominciare dagli anni Dieci, cioè da cento anni fa, fino ai giorni nostri. Una bella scommessa e un bel rischio a giudicare dalla spietatezza con la quale la settima arte ha disegnato i contorni della nostra esistenza, dentro e fuori casa, dalle piazze ruvide e vocianti alle stanze da letto rilassanti e silenziose.
La mostra prelude al VII incontro mondiale delle famiglie (Milano, 30 maggio 3 giugno 2012) ma non si fermerà alla sola città di Milano, più in là infatti toccherà anche le sponde della Capitale, città che si è prestata come poche al racconto di un’italianità fatta di pochi pregi e molti difetti.
La famiglia è il luogo nel quale tutti i nodi vengono al pettine. E quel che accade al suo interno è riflesso non deformato di quello che si suol chiamare il più vasto contesto sociale. Non per niente il Sessantotto è prima di tutto una questione familiare (con le ribellioni contro i padri), non per niente il motto che richiama la dinamica delle relazioni uomo-donna, “il privato è pubblico”, riguarda proprio le relazioni all’interno della famiglia; non per niente, per guardare altrove, agli inizi del secolo i primi grandi ribelli (negli anni Dieci) tendono a prendere le distanze dalle eredità familiari, non per niente infine le biografie dei grandi personaggi del nostro tempo (si pensi a John Lennon) partono da contesti familiari decisamente fuori dall’ordinario.
Si parte dal cinema muto. Non una porzione trascurabile né minore, come sa chi ha seguito la recente notte degli Oscar con la vittoria di The Artist, e si parte dalla diva del tempo Francesca Bertini. Personaggio ingiustamente dimenticato. Basta sfogliare una storia del cinema (la londinese The Movie), per imbattersi in periodi di questo tipo: «Negli anni della grande guerra basta lo striscione ‘stasera Bertini’ senza nemmeno citare il titolo del film, perché immense folle riempiano i cinema; il suo mito si propaga anche all’estero…». Bertini guadagna mille lire al giorno nell’era delle mille lire al mese, ed è protagonista assoluta (a un tempo attrice e regista insieme a Gustavo Serena) di Assunta Spina (1915), drammone napoletano dalla trama terribile tratto dall’opera teatrale di Salvatore Di Giacomo. “Manifesto” della sottomissione della donna ovunque essa sia. Nel film, Assunta fa di tutto per salvare il proprio uomo violento e per nulla raccomandabile, assumendosi la paternità di un omicidio. Quasi la trama di un’opera pucciniana (le date coincidono), con la donna incatenata a un destino o di miseria o di morte. Non troppo diverso l’intreccio del capolavoro di Visconti, Ossessione (1942) con Clara Calamai e Massimo Girotti, ispirato al Postino suona sempre due volte di Cain. Quasi trent’anni sono passati (dal realismo al neo-realismo), ma non ci si è spostati molto in là dall’idea di una donna-anello-debole insoddisfatta se non infelice, la cui sorte è inevitabilmente legata ai costumi o al contegno di un uomo. E la morte? La morte arriva come sgradita “ricompensa” per aver tentato di forzare la mano del destino. Amore, passione (infelice) e infine morte: impossibile allontanarsi da questo trinomio. Ogni cosa sembra girare attorno al possesso e al desiderio sessuale.
Interessante notare come negli anni Sessanta, il processo di imborghesimento della vita sociale porti a un rasserenamento nei rapporti familiari. Amori,tradimenti inevitabili e infatuazioni valgono adesso quanto un gioco di ruolo. Famiglia e rapporti (intimi) passano quasi in secondo piano rispetto alle nuove esigenze: arricchimento e scalata sociale. In una società aperta apparire è già un primo traguardo. La commedia all’Italiana fa tutto il resto, trasformando in risata a denti stretti le tragedie apparenti. Si ripassino I Mostri di Dino Risi (1963), appuntamento con un’Italia straordinariamente diversa. Distratta, moderata solo in apparenza e farsesca. Punto di non ritorno è però Divorzio all’Italiana (1961 - dopo esser passati per la rivoluzionaria e anticipatrice Dolce vita simbolo di un’Italia nuova). Film di Pietro Germi, sul barbaro delitto d’onore, sul divorzio (appunto) all’italiana e su una surreale istigazione all’adulterio. Ma la donna-anello-debole è già pronta ad assumere un ruolo diverso. La doppia valenza (quasi tradizionale) di moglie o amante non viene meno (ce la siamo trascinata fino all’altro ieri), ma la donna sembra già padrona del proprio destino, e ciò apre a prospettive nuove, inconsuete.
Le commedie sexy degli anni Settanta-Ottanta sono un inno alla nuova libertà sessuale, ennesimo capitolo di un rapporto, quello coniugale, oramai in crisi e di una libertà nei costumi che, per altro verso, sarà caratteristica imprescindibile dei nuovi (nuovi) ricchi degli anni Ottanta. La categoria sociale alla quale sono state dedicate pagine e pagine di analisi, oltreché un sottogenere cinematografico come i “cinepanettoni”. Nei film di Natale come in quelli agostani, la famiglia è formata da un papà sovente ricco, con amante, una moglie dedita esclusivamente al divertimento, e uno o più figli adolescenti, cresciuti fra i lussi e l’ignoranza. I legami emotivi all’interno della famiglia sono praticamente ridotti a zero. O ridotti a transito di superficie. Messaggio poco edificante: il danaro è protagonista, o mezzo o fine. Non importa.
Fra i pochi registi che non cedono alla morte della famiglia, grazie anche al suo delicato nostalgismo e alla fede, c’è un nome importante: Pupi Avati. Considerato fra i registi meno alla moda nel nostro Paese, malgrado si tratti di un gran personaggio. Chissà perché… Negli anni più vicini a noi, infine, dai Novanta in poi, all’interno della cinematografica italiana sono entrati nuovi temi legati alle nevrosi (da Verdone a Gabriele Muccino) e all’omosessualità (Ferzan Özpetek). Nel 2005, Cristina Comencini ha portato sullo schermo il tema dell’incesto con La bestia nel cuore. L’immagine della famiglia in senso tradizionale si è così sbriciolata. Al suo posto una sorta di precariato esistenziale, sposo ideale dell’estinzione della progettualità, e come è stato detto della morte del futuro. Specchio fedele di un’esistenza ridotta al giorno per giorno. Al cinema come nella vita.