domenica 4 marzo 2012

La famiglia italiana al cinema

Promossa dal comune di Milano in collaborazione con la Fondazione Milano – Famiglia 2012, dal 2 marzo al 1° aprile si tiene a Palazzo Reale la mostra fotografica “Famiglia all’italiana”. Mostra realizzata dalla Fondazione Ente dello spettacolo e dal Centro sperimentale di cinematografia nazionale. Oltre sessanta fotografie per raccontare l’evoluzione (o l’involuzione) della famiglia italiana attraverso l’occhio spietato del cinema. A cominciare dagli anni Dieci, cioè da cento anni fa, fino ai giorni nostri. Una bella scommessa e un bel rischio a giudicare dalla spietatezza con la quale la settima arte ha disegnato i contorni della nostra esistenza, dentro e fuori casa, dalle piazze ruvide e vocianti alle stanze da letto rilassanti e silenziose.
La mostra prelude al VII incontro mondiale delle famiglie (Milano, 30 maggio 3 giugno 2012) ma non si fermerà alla sola città di Milano, più in là infatti toccherà anche le sponde della Capitale, città che si è prestata come poche al racconto di un’italianità fatta di pochi pregi e molti difetti.
La famiglia è il luogo nel quale tutti i nodi vengono al pettine. E quel che accade al suo interno è riflesso non deformato di quello che si suol chiamare il più vasto contesto sociale. Non per niente il Sessantotto è prima di tutto una questione familiare (con le ribellioni contro i padri), non per niente il motto che richiama la dinamica delle relazioni uomo-donna, “il privato è pubblico”, riguarda proprio le relazioni all’interno della famiglia; non per niente, per guardare altrove, agli inizi del secolo i primi grandi ribelli (negli anni Dieci) tendono a prendere le distanze dalle eredità familiari, non per niente infine le biografie dei grandi personaggi del nostro tempo (si pensi a John Lennon) partono da contesti familiari decisamente fuori dall’ordinario.
Si parte dal cinema muto. Non una porzione trascurabile né minore, come sa chi ha seguito la recente notte degli Oscar con la vittoria di The Artist, e si parte dalla diva del tempo Francesca Bertini. Personaggio ingiustamente dimenticato. Basta sfogliare una storia del cinema (la londinese The Movie), per imbattersi in periodi di questo tipo: «Negli anni della grande guerra basta lo striscione ‘stasera Bertini’ senza nemmeno citare il titolo del film, perché immense folle riempiano i cinema; il suo mito si propaga anche all’estero…». Bertini guadagna mille lire al giorno nell’era delle mille lire al mese, ed è protagonista assoluta (a un tempo attrice e regista insieme a Gustavo Serena) di Assunta Spina (1915), drammone napoletano dalla trama terribile tratto dall’opera teatrale di Salvatore Di Giacomo. “Manifesto” della sottomissione della donna ovunque essa sia. Nel film, Assunta fa di tutto per salvare il proprio uomo violento e per nulla raccomandabile, assumendosi la paternità di un omicidio. Quasi la trama di un’opera pucciniana (le date coincidono), con la donna incatenata a un destino o di miseria o di morte. Non troppo diverso l’intreccio del capolavoro di Visconti, Ossessione (1942) con Clara Calamai e Massimo Girotti, ispirato al Postino suona sempre due volte di Cain. Quasi trent’anni sono passati (dal realismo al neo-realismo), ma non ci si è spostati molto in là dall’idea di una donna-anello-debole insoddisfatta se non infelice, la cui sorte è inevitabilmente legata ai costumi o al contegno di un uomo. E la morte? La morte arriva come sgradita “ricompensa” per aver tentato di forzare la mano del destino. Amore, passione (infelice) e infine morte: impossibile allontanarsi da questo trinomio. Ogni cosa sembra girare attorno al possesso e al desiderio sessuale.
Interessante notare come negli anni Sessanta, il processo di imborghesimento della vita sociale porti a un rasserenamento nei rapporti familiari. Amori,tradimenti inevitabili e infatuazioni valgono adesso quanto un gioco di ruolo. Famiglia e rapporti (intimi) passano quasi in secondo piano rispetto alle nuove esigenze: arricchimento e scalata sociale. In una società aperta apparire è già un primo traguardo. La commedia all’Italiana fa tutto il resto, trasformando in risata a denti stretti le tragedie apparenti. Si ripassino I Mostri di Dino Risi (1963), appuntamento con un’Italia straordinariamente diversa. Distratta, moderata solo in apparenza e farsesca. Punto di non ritorno è però Divorzio all’Italiana (1961 - dopo esser passati per la rivoluzionaria e anticipatrice Dolce vita simbolo di un’Italia nuova). Film di Pietro Germi, sul barbaro delitto d’onore, sul divorzio (appunto) all’italiana e su una surreale istigazione all’adulterio. Ma la donna-anello-debole è già pronta ad assumere un ruolo diverso. La doppia valenza (quasi tradizionale) di moglie o amante non viene meno (ce la siamo trascinata fino all’altro ieri), ma la donna sembra già padrona del proprio destino, e ciò apre a prospettive nuove, inconsuete.
Le commedie sexy degli anni Settanta-Ottanta sono un inno alla nuova libertà sessuale, ennesimo capitolo di un rapporto, quello coniugale, oramai in crisi e di una libertà nei costumi che, per altro verso, sarà caratteristica imprescindibile dei nuovi (nuovi) ricchi degli anni Ottanta. La categoria sociale alla quale sono state dedicate pagine e pagine di analisi, oltreché un sottogenere cinematografico come i “cinepanettoni”. Nei film di Natale come in quelli agostani, la famiglia è formata da un papà sovente ricco, con amante, una moglie dedita esclusivamente al divertimento, e uno o più figli adolescenti, cresciuti fra i lussi e l’ignoranza. I legami emotivi all’interno della famiglia sono praticamente ridotti a zero. O ridotti a transito di superficie. Messaggio poco edificante: il danaro è protagonista, o mezzo o fine. Non importa.
Fra i pochi registi che non cedono alla morte della famiglia, grazie anche al suo delicato nostalgismo e alla fede, c’è un nome importante: Pupi Avati. Considerato fra i registi meno alla moda nel nostro Paese, malgrado si tratti di un gran personaggio. Chissà perché… Negli anni più vicini a noi, infine, dai Novanta in poi, all’interno della cinematografica italiana sono entrati nuovi temi legati alle nevrosi (da Verdone a Gabriele Muccino) e all’omosessualità (Ferzan Özpetek). Nel 2005, Cristina Comencini ha portato sullo schermo il tema dell’incesto con La bestia nel cuore. L’immagine della famiglia in senso tradizionale si è così sbriciolata. Al suo posto una sorta di precariato esistenziale, sposo ideale dell’estinzione della progettualità, e come è stato detto della morte del futuro. Specchio fedele di un’esistenza ridotta al giorno per giorno. Al cinema come nella vita.

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